Assurdo, ha detto ieri il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan: "È assurdo pensare che i nostri uomini e donne in uniforme abbiamo deliberatamente preso di mira dei civili innocenti". Stava commentando le dichiarazioni di Giuliana Sgrena, ampiamente riportate dai media americani, dove lei dice di non escludere di poter essere stata l'obiettivo della sparatoria di venerdì sera a Baghdad in cui è morto Nicola Calipari e lei è stata ferita. Per il momento non ci sono altre dichiarazioni da parte americana. La "mortale sparatoria" di venerdì sera sulla strada per l'aereoporto di Baghdad però era ieri sui maggiori giornali degli Stati uniti che sottolineano la normalità di simili sparatorie: il ‟New York Times” che mette in questione le "regole d'ingaggio" dei militari di guardia su quella strada, il ‟Los Angeles Times” che descrive quell'autostrada come "un campo di battaglia".
Il ‟Washington Post” scrive che i soldati americani avevano stabilito un posto di blocco estemporaneo sulla strada per l'aereoporto solo 90 minuti prima del passaggio della macchica con Calipari e Sgrena: "Sapevano che un funzionario di alto livello di un'ambasciata si sarebbe recato all'aereoporto su quella strada e il loro compito era si sostenerlo", dice un militare (anonimo). Ma non c'è stato coordinamento con gli italiani, "se ce lo avessero chiesto, avremmo sostenuto quella missione in modo ben diverso" (in ‟Shooting by U.S. at Iraq checkpoints questioned”, pubblicato il 7 marzo).
Gli altri giornali non discutono le circostanze della sparatoria di venerdì sera. Tutti però fanno notare che l'auto di Calipari si è trovata nella situazione "che affronta ogni civile che si avvicini a un posto di blocco o a un convoglio americano", scrive il ‟New York Times”: "I soldati americani operano sotto regole d'ingaggio che gli danno l'autorità di aprire il fuoco ogni volta che hanno ragione di credere che loro o altri della loro unità sono minacciati" (in ‟U.S. checkpoints raise ire as Iraqis are killed or wounded”, pubblicato il 7 marzo).
"Dopo lo scandalo delle violenze sui prigionieri di Abu Ghraib, nessun altro aspetto della presenza militare americana in Iraq ha causato altrettanta costernazione e rabbia tra gli iracheni", insiste il ‟Nyt”: persone normali, "senza nessuna evidente connessione con la resistenza armata, sono uccisi o feriti da soldati che sparano al semplice sospetto" di essere attaccati. Il quotidiano newyorkese aveva già scritto giorni fa, citando portavoce militari americani, che "la tattica (...) di sparare per uccidere i guidatori" che ignorano i segnali di stare alla larga "ha dato il risultato di un maggior numero di casi in cui sono uccisi i civili ma risparmiati gli americani" (‟As americans adapt to protect themselves, civilians pay dearly in effort to build a ‘New Iraq’”, pubblicato il 27 febbraio).
Quanti iracheni siano uccisi o feriti così, nessuno lo sa: "Funzionari americani e iracheni dicono di non avere dati su queste vittime, così come dicono di non avere statistiche affidabili sul numero, ancora più alto, di civili morti nei combattimenti cominciati con l'invasione quasi due anni fa", scrive il ‟Nyt” di ieri. E insiste: i militari americani "dicono che queste morti di civili sono spiacevoli ma inevitabili". Ma "un portavoce militare a Baghdad ha rifiutato, domenica, di descrivere in dettaglio le regole d'ingaggio" dei soldati di pattuglia, per "mantenere il segreto su come rispondono alla minaccia di auto-bomba".
Il ‟Washington Post” cita documenti dell'esercito americano, diffusi in risposta a un'azione legale dell'American Civil Liberties Union, con gli interrogatori di soldati che spiegano di aver sparato senza rendersi conto che colpivano donne e bambini: gli investigatori militari hanno chiuso i casi dicendo che "non ci sono prove per provare o confutare" la ragione di sparare - nessun soldato è mai stato messo sotto accusa per aver sparato - o perché sparare diversi caricatori di mitragliatrice automatica significa uccidere, non solo a fermare un veicolo.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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