Hanno atteso che uscisse di casa per andare in ufficio come ogni mattina, poco dopo le nove, accompagnato dal figlio avvocato. Poi si sono avvicinati a bordo di un’Opel senza targa e hanno aperto il fuoco. Così è morto a Bagdad ieri mattina Barwiz al Merwani, 56 anni, uno dei giudici del Tribunale speciale incaricato di processare Saddam Hussein assieme ai massimi dirigenti dell’ex dittatura baathista. Il figlio Aryan, 26 anni, è stato ucciso probabilmente per amplificare l’effetto dell’attentato. Un’esecuzione in piena regola, ben pianificata, con un tempismo perfetto. Solo il giorno prima il tribunale aveva annunciato l’incriminazione di almeno 5 tra gli 11 uomini più in vista del regime caduto con l’invasione americana della primavera 2003. Alcune fonti cercano di minimizzare parlando di "vendetta privata". Una versione poco creduta in Iraq. "Li hanno uccisi per cercare di fermare la giustizia e forse perché siamo curdi", ha detto un secondo figlio della vittima, Kikawz. Su un sito islamico, la rivendicazione. "La resistenza irachena ha eseguito questa condanna a morte. Il giudice era stato tra i primi a chiedere la pena capitale per Saddam Hussein e aveva ignorato i nostri avvertimenti", si legge. Guerriglia e terrorismo dimostrano in questo modo di essere non soltanto in grado di perpetrare massacri orribili, come l’autobomba che lunedì ha ucciso almeno 125 persone a Hilla, ma anche imboscate eseguite in modo chirurgico. L’ennesima prova che dispongono di talpe e spie negli uffici più importanti del nuovo governo iracheno. Si dice tra l’altro che anche il ministero dell’Interno e persino quello della Difesa siano stati infiltrati. Non è strano che si faccia di tutto per bloccare quella che dovrebbe diventare la Norimberga irachena. Il Tribunale speciale è stato concepito infatti dagli americani e dalle nuove forze politiche irachene come uno degli strumenti principali per segnare il passaggio da quasi un trentennio di tirannia al futuro democratico del Paese. Era stato costituito pochi giorni dopo la cattura di Saddam Hussein nei pressi di Tikrit, il 13 dicembre 2003. Ma sin da allora le cautele non erano mancate, anche perché erano stati assassinati in rapida sequenza almeno 5 giudici considerati tra i possibili candidati al posto di pubblico ministero. I media locali non hanno mai divulgato la località dove si terranno i processi. Anche i nomi di investigatori (sembra oltre 60), giudici e loro aiutanti sono stati sempre tenuti rigorosamente segreti. L’unico noto era quello del presidente del tribunale, Salem Chalabi, celebre avvocato e soprattutto nipote del leader politico sciita Ahmed Chalabi. Ma questi venne poi licenziato con l’accusa di corruzione dal premier ad interim Iyad Allawi. Tante cautele, giustificate dallo stillicidio quotidiano di attentati terroristici in tutto il Paese, e il protrarsi delle difficoltà nella formazione del prossimo governo (il nuovo Parlamento dovrebbe riunirsi in assemblea plenaria per la prima volta la settimana prossima) spiegano anche la vaghezza che accompagna la data di inizio dei dibattimenti. Ieri due nuove autobomba lanciate contro i poliziotti iracheni nella capitale hanno provocato almeno 13 morti e una trentina di feriti. Il quotidiano locale Al-Masriq scrive che il giudice al Merwani stava conducendo alcuni interrogatori con l’ex vicepresidente, Taha Yassin Ramadan, e l’ex vicepremier Tarek Aziz. E aggiunge che i primi processi avrebbero dovuto interessare 5 fedelissimi di Saddam, tra cui Barzan, uno dei fratellastri. Tutti gerarchi accusati di "crimini contro l’umanità" e rinchiusi in piccole celle di isolamento a Camp Cropper, una delle basi Usa presso l’aeroporto internazionale di Bagdad. Il 16 dicembre 2004 Saddam aveva potuto per la prima volta incontrare uno dei suoi avvocati nominati dalla famiglia, Ziad al Khasawneh. "Mi sembra che stia bene. Molto meglio dai tempi della sua prima apparizione pubblica dopo la guerra, nel luglio 2004", aveva dichiarato.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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