Per il comando Usa in Iraq è stato "solo uno sfortunato incidente, sul quale è stata aperta un’inchiesta". Poche altre parole: "La signora Sgrena è stata assistita dai medici della coalizione prima del suo ritorno in Italia". Ma qualche uomo dell’intelligence americana si spinge un po’più in là e cerca di dare una spiegazione: "E’molto probabile che Nicola Calipari abbia avvisato del suo arrivo all’aeroporto di Bagdad assieme agli altri italiani. Ma forse troppo tardi. Oppure può darsi che qualche cosa non abbia funzionato nella catena di comando tra gli uffici centrali e le pattuglie di guardia nella zona". E’così che i servizi Usa a Bagdad reagiscono a caldo alle sollecitazioni che arrivano dall’Italia su quello che loro chiamano "l’increscioso incidente". Ma sono risposte ancora confuse. Diversi reporter americani ancora al lavoro nella capitale irachena nelle ultime ore sono tornati a porre domande. Così, in una serie di colloqui informali hanno cercato di spiegare, capire e far capire. La filosofia di Washington è chiara: "E’sempre stata quella di non trattare con il terrorismo - dicevano gli 007 Usa negli ultimi giorni -. Perché trattare, pagare i riscatti, significa soltanto favorire altri rapimenti e finanziare nuove violenze. Nel caso degli ostaggi francesi abbiamo fatto del nostro meglio per cercare di intercettare i mediatori e catturare i rapitori, anche a rischio della vita degli ostaggi. Questo però non vale per gli italiani. Sono nostri alleati nella coalizione. Dunque non facciamo nulla per interferire nelle loro operazioni. Ma neppure possiamo renderci complici delle loro strategie per liberare i loro connazionali". Ma Calipari agiva solo, gli americani, o la polizia irachena, non l’hanno aiutato? "Assolutamente, non è stato aiutato nelle fasi cruciali dell’operazione. Del resto, era avvenuto lo stesso per la liberazione di Simona Torretta e Simona Pari in settembre. E si è ripetuto adesso per il caso di Giuliana Sgrena. Per le due operatrici umanitarie abbiamo saputo da Al Jazira che erano state liberate e quasi lo stesso è successo questa volta per la Sgrena". Eppure, anche gli Stati Uniti lavoravano per capire dove si trovassero le vittime degli ultimi sequestri. Intorno al 15 di febbraio sembra avessero individuato il possibile covo dove era tenuta prigioniera "una donna occidentale". Non è chiaro se l’inviata del manifesto, o quella francese di Libération, Florence Aubenas. In ogni caso non si mossero. Il motivo? Un’esperienza tragica avvenuta due mesi fa. Allora, nel cuore di Bagdad, era stata individuata una palazzina dove si era appostato un cecchino che sparava sui convogli della polizia irachena. Le teste di cuoio americane fecero irruzione e lui si fece saltare in aria uccidendo con sé una ventina dei loro. Ma c’era un altro deterrente, ancora maggiore: oggi, come del resto a settembre, da Roma non era arrivato l’ok per il blitz.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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