L’epilogo felice ieri in serata della lunga trattativa per riportare a casa Giuliana Sgrena si è tragicamente interrotto con gli spari delle sentinelle su di un blindato a un posto di blocco americano presso l’aeroporto internazionale di Bagdad. In pochi secondi la gioia per il successo si è trasformata in lutto. I colpi di mitragliatrice pesante hanno causato la morte di uno degli uomini di punta del Sismi, Nicola Calipari, ferito alla spalla l’inviata del Manifesto, colpito al polmone un vicequestore del Sismi (è grave) e ferito meno gravemente a una gamba un carabiniere di scorta. Ferito anche l’autista iracheno. Una sequenza di avvenimenti drammatici che riflette il clima di tensione imperante tutt’ora in gran parte dell’Iraq. Gli 007 italiani guidati da Calipari erano arrivati a Bagdad sin dalle ore seguenti il rapimento della Sgrena all’entrata dell’università di Naharein, lungo il Tigri, lo scorso 4 febbraio. Come già nel caso del rapimento delle quattro guardie del corpo italiane nell’aprile 2004 e cinque mesi dopo delle due operatrici umanitarie dell’organizzazione non governativa "Un Ponte per", Simona Pari e Simona Torretta, una ventina di agenti si era installato in una palazzina della grande base Usa di Camp Victory, a circa 6 chilometri dall’aeroporto. Calipari li guida con destrezza grazie alla sua grande esperienza maturata in Iraq. Lavorano assieme agli americani, ma ben attenti a non rivelare troppi dettagli. "Gli italiani trattano, sono pronti a pagare un riscatto. Noi americani assolutamente no", rivelano gli stessi agenti della "Forza Delta" inquadrati in una squadra speciale acquartierata nella "green zone", dove nel centro della capitale si trovano i comandi Usa, l’ambasciata americana e gli uffici del nuovo governo iracheno. Verso il 10 di febbraio ancora fonti Usa sostengono di aver individuato un possibile covo dei terroristi dove sarebbe tenuta prigioniera la Sgrena. "Abbiamo le foto di due possibili palazzine in un quartiere nella parte meridionale di Bagdad, nei pressi di un grande serbatoio per l’acqua", affermano. L’Italia chiede di attendere. Sembra che le palazzine siano difficili da penetrare. Un blitz rischierebbe di provocare la reazione armata dei rapitori e l’uccisione dell’ostaggio. Il 16 di gennaio viene diffuso un primo video in cui Giuliana implora in italiano e francese di essere aiutata, chiede direttamente l’intervento del compagno, Pier Scolari, chiede il ritiro delle truppe e che tutti gli italiani e gli stranieri lascino l’Iraq, "anche i giornalisti". "E’la prova che Giuliana è viva", affermano a Roma. La trattativa entra nel vivo. Calipari utilizza le strategie di sempre: si muove sul campo con due o tre agenti e un traduttore, contatta i vecchio mediatori, parla con gli Ulema, l’assemblea dei religiosi sunniti che in passato ha avuto un ruolo centralissimo per la liberazione di altri ostaggi stranieri. Occorre pagare. E tanto. Negli ultimi giorni si è sussurrato di un riscatto che oscilla tra i 6 e 8 milioni di euro. Come nel caso delle "due Simone", alcuni mediatori si rivelano un flop, puri sciacalli. Ma una pista c’è, passa per Abdel Salam Kubaissi, uno dei massimi esponenti degli Ulema ben noto anche alla stampa occidentale. Calipari fa la spola tra Bagdad e Abu Dhabi. In quest’ultima località avvengono i contatti più delicati. Tre giorni fa la svolta. Gli 007 italiani ricevono un secondo video in cui Giuliana ringrazia i suoi carcerieri e afferma di essere stata trattate bene. Sembra stia molto meglio che ai tempi del primo video: i capelli puliti, lo sguardo lucido, la parola ferma. Davanti a lei su di un tavolino della frutta e una copia del Corano. Tutto diverso dal video di Florence Aubenas, l’inviata del quotidiano francese Liberation rapita il 4 gennaio, che solo tre gorni fa appariva affranta, stravolta, disperata. Ieri nel tardo pomeriggio l’orologio della liberazione accelera improvvisamente. Per le ultimissime fasi della trattativa ha un ruolo fondamentale anche un reporter della televisione del Qatar, al Jazeera. Ufficialmente l’ufficio di corrispondenza in Iraq è stato chiuso per volere Usa e del governo ad interim di Yiad Allawi nel giugno 2004. In effetti l’emittente mantiene sul campo alcuni collaboratori locali. Uno di loro aiuterà a condurre l’ostaggio dagli italiani. Alle 20,20 locali è fatta. Giuliana è libera. A Bagdad un forte temporale bagna i volti sorridenti di Calipari e dei suoi collaboratori all’appuntamento con la giornalista. Al Jazeera diffonde ovviamente la notizia per prima assieme al suo secondo video. E’buio, manca poco più di un’ora e mezza al coprifuoco che inizia alle 22,00 e Allawi due giorni fa ha prolungato di un’altro mese. Le strade di Bagdad sono deserte, vuote. La gente ha paura di attentati e rapimenti. Le pattuglie di blindati americani le percorrono a tutta velocità. Non si fida neppure dei posti di blocco della polizia irachena: potrebbero essere guerriglieri, terroristi o banditi travestiti. Manca un soffio alla libertà. Un abbraccio, qualche stretta di mano. Una scena di felicità che ricorda in qualche modo quella in cui Simona Pari e Simona Torretta si tolgono il velo dal viso davanti all’inviato speciale della Croce Rossa, Maurizio Scelli. Allora Calipari rimase sorpreso. Pensava di essere lui a dover condurre i negoziati sino in fondo. Invece scoprì nelle ultime ore che vi era stato un canale parallelo e lasciò a Scelli tutti gli onori. Ora non è così. Calipari ha agito da solo. Scelli non è mai neppure venuto a Bagdad. Ora porterà Giuliana all’aeroporto dove l’attende l’aereo della Farnesina pronto per volare a Roma. Sembrerebbe la parte più facile, diventerà quella più letale. La ricostruzione di questi ultimi minuti è confusa, restano ancora molti interrogativi. Sembra gli italiani avessero preso posto in tre vetture non blindate. E’la loro strategia del basso profilo, auto non blindate, utilitarie con la targa araba per confondersi nel traffico. Un accorgimento ottimo per non essere notati dai terroristi. Ma pericoloso quando si ha a che fare con gli americani. Nel settembre 2003 il traduttore iracheno dell’ambasciatore italiano addetto alla cultura del governo transitorio americano in Iraq, Pietro Cordone, venne ucciso con una fucilata al cuore mentre era in macchina con lui perché la loro vettura aveva cercato di superare un convoglio americano presso Tikrit. Le auto del convoglio di Calipari corrono veloci. Imboccano la superstrada per l’aeroporto che manca un quarto d’ora alle 21. E’una delle zone più pericolose di Bagdad. Mentre viaggiano la Sgrena parla con Gianni Letta, dice di stare bene. Riesce anche a scambiare qualche parola con Pier Scolari. Tutto bene, tra poco si abbracceranno: un soffio, il tempo di un sogno, solo le tre ore e mezza del volo per Roma. Ma non hanno fatto i conti con le trappole della capitale. L’asfalto sulla strada per l’aeroporto è segnato ogni 50 metri dai crateri degli attentati. Qui sono morte decine di soldati americani. Sui bordi della strada si vedono decine di carcasse di auto e mezzi blindati colpiti dalla guerriglia. Nessun civile iracheno viaggerebbe mai da queste parti dopo le sei del pomeriggio. Quando non ci sono aerei in arrivo o partenza si rischia di essere obiettivi viaggianti. Con il buio diventa terra di nessuno. I terroristi vengono a preparare le imboscate per la mattina dopo, le pattuglie americane sparano contro ogni sospetto. Prima premono il grilletto, poi semmai vengono a verificare di che si tratta. Si è coordinato Calipari con le sentinelle americane? "Riteniamo non lo avesse fatto prima di partire verso l’aeroporto. Sappiamo che quando è stato ucciso stava telefonando. E’possibile che stesse cercando di contattare proprio i comandi Usa", sostengono alte fonti alla presidenza del consiglio a Roma. Gli italiani arrivano all’ultima curva prima del posto di blocco che porta all’aeroporto. Poche decine di metri alla fine. Piove a catinelle. Il temporale è all’apice, vento e fulmini. Secondo al versione americana, le sentinelle sono uomini della Terza divisione di fanteria, fanno segni con le braccia, accendono i riflettori a intermittenza, poi sparano. Un fuoco intenso sull’auto che corre veloce. Pier Scolari afferma che gli è stato detto che sono stati sparati "300 o 400 colpi". Gli italiani per telefono con la Farnesina narrano di "una luce bianca, intensa". E subito dopo di una sparatoria improvvisa, mortale. Calipari fa quello che ha sempre lasciato capire avrebbe fatto in una circostanza come questa. Fa scudo con il suo corpo per proteggere Giuliana. Sono uno vicino all’altra sul sedile posteriore. Al primo colpo lui si getta su di lei. "Noi siamo spendibili. La nostra missione è garantire la vita di chi siamo venuti a salvare", ha sempre detto. E non si tira indietro. "Se Calipari non si fosse gettato verso Giuliana lei sarebbe morta", dice al Corriere lo stesso Gianni Letta. Lui spira quasi subito. Colpito a un polmone anche uno dei suoi assistenti più fedeli. Meno grave invece un carabiniere di scorta, la sua ferita alla gamba non desta preoccupazioni. E Giuliana? In un primo tempo sembra sia ferita leggera a una spalla. Parla per telefono con i famigliari in Italia. Pier la sta raggiungendo in aereo speciale. Il primo comunicato a caldo è che le partirà subito alla volta di Roma. Ma poi la sua situazione sembra più grave. Si azzarda l’ipotesi che anche lei sia ferita al polmone. La operano nel grande ospedale militare di Camp Victory. Il direttore del Manifesto, Gabriele Polo, spiega nella notte: "E’stata operata. Era stata sfiorata dalla schegge a un polmone. Ma non gravemente Parla già. Verrà domani in Italia (oggi per chi legge, ndr.)". La Casa Bianca sta cercando con un po’di affanno di prendere controllo della crisi. Il presidente Bush ha espresso il suo rammarico per l’incidente il dipartimento della Difesa ha subito aperto "un’indagine urgente" per cercare di capire come la tragedia sia potuta avvenire. Il portavoce del Pentagono Bryan Whitman ha confermato che la giornalista è stata trasportata all’ospedale militare di Camp Victory mentre i vertici della terza divisione fanteria hanno confermato che a sparare sono stati i loro soldati. La tesi di parte americana è che la macchina su cui viaggiava il gruppo italiano sarebbe arrivata ad alta velocità a un posto di blocco ignorando i segnali dei soldati di guardia a rallentare. Dopo aver segnalato invano con le braccia e con i fari di rallentare, i soldati americani avrebbero sparato contro la macchina uccidendo Nicola Calipari, che secondo ricostruzioni di parte italiana, avrebbe fatto da scudo alla Sgrena. La giornalista sarebbe rimasta ferita da una scheggia alla spalla. Grazie all’ottimo stato delle relazioni tra i due paesi, la crisi non dovrebbe avere ripercussioni di più ampio respiro anche se a Roma, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha convocato d’urgenza l’ambasciatore americano Mel Sembler per avere spiegazioni. La nuova tragedia conferma come il problema del friendly fire rimanga cruciale per le truppe americane. Nel corso della guerra in Iraq, l’esercito statunitense è finito spesso sotto accusa per aver sparato su truppe delle coalizione.E a Baghdad, nel 2003, si era sfiorata una crisi diplomatica con la Russia quando una pattuglia aveva sparato contro una berlina che trasportava funzionari dell’ambasciata di Mosca. Anche in quel caso c’erano state vittime.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>