Il leader dell’Unione si unisce all’appello di amici e familiari: sospensione dell’offensiva in Iraq per favorire la liberazione Non potranno farle neppure il funerale. I terroristi che hanno ucciso Raida al Wazan adesso minacciano la famiglia di ritorsioni se vi sarà alcun tipo di cerimonia funebre. È la nuova legge che condiziona i giornalisti in Iraq: alle minacce si aggiungono le minacce, al terrore il terrore. E cresce l’ansia dell’Italia per la sorte di Giuliana Sgrena. Mentre i servizi continuano a lavorare per la sua liberazione, si moltiplicano le iniziative di solidarietà, le manifestazioni d’affetto, gli appelli a favore della giornalista del manifesto rapita il 4 febbraio. Ieri è sceso in campo anche il leader dell’Unione, Romano Prodi, che ha appoggiato la richiesta di una "sospensione temporanea dell’offensiva su Ramadi", invocata dai familiari e dai colleghi della Sgrena. "Penso che ogni iniziativa - ha detto Prodi -, ogni gesto e ogni segnale che possano in qualche modo contribuire a creare un clima propizio alla sua liberazione debbano essere positivamente valutati e incoraggiati in uno spirito di solidarietà". Le dichiarazioni di Prodi sono state accolte con favore dal direttore del manifesto, Gabriele Polo: "È un segnale importante. Speriamo che nell’Unione si prosegua su questa strada, su una linea di politica estera nettamente pacifista" Mentre l’Italia spera di riabbracciare presto Giuliana, a Mosul si piange per la morte della coraggiosa Raida al Wazan, la conduttrice della televisione locale Ninive rapita il pomeriggio del 20 febbraio assieme alla figlioletta di 10 anni mentre viaggiava in auto per Mosul. Raida, 36 anni, sapeva di essere nel mirino delle forze della guerriglia e del terrorismo che con ogni mezzo di oppongono alla normalizzazione in Iraq. Ma forse sperava che il suo essere donna potesse risparmiarla. Come tanti nel suo Paese, prendeva le precauzioni più elementari: non usciva la sera, cercava di spostarsi a orari e con tragitti sempre diversi, si preoccupava che le guardie armate agli studi televisivi fossero sempre vigili. Non è servito. Già il 23 febbraio uno dei massimi quotidiani di Bagdad, al-Sabah, aveva scritto che era stato trovato a Erbil il corpo decapitato di una donna che poteva essere quello della giornalista. Ma poco dopo la notizia era stata smentita dal direttore di Raida. Ora purtroppo non vi saranno smentite. "Il corpo di mia moglie è stato trovato venerdì mattina e poco dopo lo abbiamo identificato. È stata uccisa con un colpo di pistola alla testa. La nostra bambina invece era stata liberata poche ore dopo il rapimento. È spaventatissima. Non ci sarà alcun funerale per mia moglie, abbiamo ricevuto altre minacce", ha dichiarato ieri mattina il marito Salim Saad-Allah. È la legge della paura imposta da coloro che vogliono imbavagliare l’informazione in Iraq. Vi era stato un allentamento degli attacchi contro i media, anche contro quelli finanziati dagli americani come è il caso di Tv Ninive, poco prima delle elezioni del 30 gennaio. La logica era evidente. I giornalisti raccontavano dei massacri, delle difficoltà del dopoguerra. In sostanza fungevano da involontaria cassa di risonanza del terrorismo. Ma, dopo il successo dell’affluenza ai seggi, la logica è cambiata. I giornalisti raccontano di un Iraq diverso, più normale. Per i terroristi è ovvio: vanno eliminati.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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