Cancellare il debito estero e convertirlo in un fondo per la difesa degli ecosistemi, per gestire in modo sostenibile le foreste e le risorse naturali mobilitando le comunità locali per il bene di tutti. In sintesi estrema, questa è la proposta illustrata ieri a Roma da Wangari Maathai, premio Nobel per la pace e viceministro dell'ambiente del Kenya. Cancellare il debito e usarlo per finanziare la conservazione ambientale: la proposta riecheggia la "conversione ecologica del debito" per cui si batte a partire dagli anni `80 una corrente di movimenti ambientalisti e per la giustizia tra Nord e Sud del pianeta (che aveva tratto ispirazione proprio da figure come Maathai, fondatrice del Greenbelt Movement in Kenya, che si batte per l'ambiente e la giustizia sociale). Questa volta però Wangari Maathai parla per conto di un gruppo di governi dell'Africa centrale. In effetti ieri era a Roma ospite della Fao, dove è in corso una conferenza ministeriale sulla gestione delle foreste, in veste di "ambasciatrice di buona volontà" degli 11 paesi del bacino del fiume Congo (di cui non fa parte il suo paese). A nome di quei paesi ha illustrato un "piano di convergenza", approvato un mese fa, per la gestione sostenibile e congiunta delle riforse forestali dell'ecosistema del Congo - piano in cui vogliono investire 1,3 miliardi di euro in dieci anni, di cui il 40% messo dai paesi africani attraverso, appunto, la cancellazione del debito. Ha auspicato, Maathai, un fondo da gestire in modo trasparente, con la mobilitazione della società civile e le forze sociali dei paesi interessati, a cominciare dalle popolazioni che traggono da quelle foreste la loro sopravvivenza: "Sono quelle che hanno meno voce in capitolo, anche se subiscono direttamente le conseguenze del degrado delle risorse naturali". Ed è qui che il discorso di fa interessante: perché per Wangari Maathai l'intervento alla Fao (e la conferenza stampa che ne è seguita) sono state l'occasione per sottolineare i legami tra le minacce all'ambiente, i conflitti che affliggono la sua Africa, la battaglia per la democrazia.
Le foreste nel bacino del Congo sono minacciate "dal disboscamento, sia legale che illegale; dal consumo incontrollato di flora e fauna selvatica, e tutto questo porta a una perdita di biodiversità su grande scala", dice Maathai. Parla di implicazioni locali e globali. Per spiegarsi ripercorre la sua storia: torna al `75, quando le Nazioni unite preparavano la prima Conferenza mondiale sulle donne e lei, all'Università di Nairobi, rifletteva con le altre sulle priorità delle donne in paesi rurali come il Kenya: legna da ardere, acqua, terra da coltivare, cibo ("con il passaggio dall'agricoltura per l'autoconsumo a quella per il mercato le donne sono state emarginate perché i soldi andavano in tasca agli uomini"). "Così abbiamo deciso di cominciare a piantare alberi, abbiamo lavorato con le donne e le comunità, abbiamo cominciato a vedere le connessioni tra la scomparsa delle foreste, la penuria d'acqua, il degrado della terra. Tutto si riassume in un problema: l'ambiente naturale degradato non riesce più a sostenere la vita delle persone. Ma in Kenya non c'era spazio per criticare, protestare, denunciare. Così siamo diventati anche un movimento per la democrazia".
Chiedo: che impatto hanno le guerre del passato recentissimo della regione del Congo sul degrado dell'ecosistema? La verità, risponde Wangari Maathai, è che "molte delle guerre oggi presenti nel mondo intero sono giocate sulle risorse naturali: su chi le controlla, chi vi ha accesso, chi le usa". E' ben per questo che il Comitato norvegese del Nobel ha deciso di estendere il concetto di "pace" quando le ha dato il premio: lavorare per la pace "significa anche lavorrare perché le risorse naturali siano gestite in modo sostenibile, trasparente, e che siano condivise". "Dove delle élites controllano le risorse e la grandi masse ne sono escluse, presto o tardi vedrete scoppiare conflitti e guerre. I dittatori non redistribuiscono risorse, questo è certo. Alla radice dei conflitti nel bacino del Congo vedi che non c'è democrazia, né equa distribuzione delle risorse".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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