Il Nepal è "vicino all'abisso di una crisi umanitaria", avvertono le Nazioni unite, l'Unione europea e nove enti internazionali di aiuti allo sviluppo. In una dichiarazione congiunta dicono che il conflitto tra l'esercito e la guerriglia maoista ha lasciato la popolazione civile esposta alla violenza mentre i rifornimenti di beni di prima necessità sono bloccati, e chiedono a entrambe le parti di rispettare i diritti umani. L'allarme internazionale è caduto finora nel vuoto: il Consiglio di governo presieduto dal re del Nepal, l'ultimo monarca assoluto al mondo, l'ha respinta definendola "esagerata". Nessun commento su un altro allarme, quello del Comitato internazionale dei giuristi, organizzazione per i diritti umani che ha diffuso giorni fa un bilancio dello "stato d'emergenza" imposto il 1 febbraio scorso. In poco più di un mese centinaia di attivisti politici, giornalisti, studenti, avvocati e difensori dei diritti umani sono stati arrestati, affermano i giuristi internazionali.
Nel piccolo regno himalayano, 26 milioni di abitanti, repressione e violenza politica hanno raggiunto livelli ineguagliati dopo il "colpo di stato" reale: il 1 febbraio re Gyanendra ha deposto il governo (e fatto arrestare tutti i suoi membri), sciolto il parlamento, abrogato la costituzione e assunto i pieni poteri, dichiarando lo stato d'emergenza. L'attività dei partiti è sospesa, come pure la libertà di stampa: vietato pubblicare notizie riguardanti la sicurezza nazionale senza previa autorizzazione. Da allora molti giornali sono usciti con pagine bianche al posto degli editoriali. La Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) denuncia che almeno 11 giornalisti sono stati detenuti per più di 48 ore e picchiati, ad esempio per aver riferito di attacchi della guerriglia. Metà delle pubblicazioni è sospesa, le radio Fm sono bandite.
Altre notizie ci arrivano da gruppi per i diritti umani nepalesi, costretti all'anonimato: in un mese dal proclama reale 531 attivisti politici e per i diritti umani sono stati arrestati e ai primi di marzo ancora 319 di loro erano detenuti. Da allora sono stati rilasciati l'ex premier deposto, Sher Bahadur Deuba, e 18 tra ministri e collaboratori del passato governo. Restano agli arresti i leader del Nepal Congress (era la prima forza nel parlamento), Girija Prasad Koirala, e del Partito comunista Mahdav Kumar Nepal.
Il Congress e i comunisti erano forze portanti della battaglia per la democrazia culminata nelle proteste popolari del 1991, che hanno costretto l'allora re Birendra a concedere la costituzione e un sistema multipartitico (contro l'avviso del fratello Gyanendra, attuale re). Di quel movimento per la democrazia facevano parte anche coloro che nel 1996 hanno lanciato la ribellione armata sotto le bandiere del Pc marxista-leninista: sostenevano che il parlamento non avrebbe mai scalfito l'élite feudale del paese, che in effetti ha vanificato la riforma agraria, le leggi per abolire le discriminazioni di casta e qualunque vera riforma sociale o democratizzazione economica, in un paese dove il 40% della popolazione vive sotto la "soglia di povertà".
La ribellione maoista è diventata in breve una sfida alla monarchia stessa, di cui auspica l'abolizione. In diverse occasioni i maoisti hanno dimostrato di poter bloccare il paese e "accerchiare le città": l'ultima volta è stato in febbraio, dopo il proclama reale, 11 giorni di blocco dei trasporti. Nel suo proclama reale, il re accusava il governo di aver fallito il dialogo con i ribelli. Ogni negoziato (nel 2001, e di nuovo nel 2003) è però fallito sulla rivendicazione di fondo dei ribelli: un'assemblea costituente che determini il futuro della monarchia. Giovedì scorso il consiglio reale si è detto contrario al dialogo: "Non si può negoziare con gente che va presa a bastonate".
L'azzardo di re Gyanendra è dunque sconfiggere i ribelli con la forza. Del conflitto fanno le spese le forze sociali o per i diritti umani, prese tra due fuochi: perché anche i ribelli hanno attaccato giornalisti e attivisti democratici. Gli attivisti nepalesi per i diritti umani testimoniano situazioni in cui i ribelli hanno impedito alla popolazione rurale accesso a beni di prima necessità e assistenza medica e umanitaria. Dicono anche che dal 1 febbraio è aumentato il numero di persone uccise dalle forze di sicurezza, fino al livello più alto mai registrato di morti al giorno; sono diminuiti invece i morti fatti dai ribelli.
Mentre nel paese cresce l'opposizione al potere assoluto e alla linea della forza: lunedì scorso i partiti hanno chiamato a sfidare il divieto e manifestare per la democrazia, e centinaia di persone sono state arrestate in diverse città, ha riferito l'agenzia reuter. Giovedì decine di studenti sono stati arrestati a Gyanendra (lo riferisce la reuter per testimonianza diretta). E per aprile i ribelli hanno proclamato un altro sciopero generale.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>