È giusto che la vicenda di Terri Schiavo inquieti e appassioni, allarmi e laceri le opinioni pubbliche di tutto il mondo. È giusto perché - attraverso quel corpo di donna e quella sua fragilità creaturale - ciascuno sfiora, come può e come sa, i grandi dilemmi che stanno alla radice della stessa identità umana. E, dunque, si interroga su se stesso e sul proprio destino. Non è vero, dunque, come ha scritto l'Osservatore Romano, che quel dramma ‟anziché suscitare un'onda di pietà e di solidarietà, è soffocato dall'indecente rincorsa ad arrogarsi il diritto di decidere sulla vita e sulla morte di una creatura umana”. No, non è questo che sta accadendo: piuttosto, si stanno confrontando - anche, com'è inevitabile, con qualche semplificazione da una parte e dall'altra - diverse concezioni dell'esistenza; e diverse idee della libertà individuale e del legame sociale; e del concetto di salute e di integrità, di coscienza e di dignità. E chi si interroga sulla possibilità di lasciare che Terri Schiavo muoia non è, necessariamente, un ‟freddo e impietoso carnefice” (come sempre l'Osservatore definisce il marito della donna). Chi si chiede quale sia la soluzione giusta - o meglio: quella meno iniqua - non è, necessariamente, cultore di una ‟mentalità eugenetica”. Nient'affatto. Certo, dobbiamo essere grati alla cultura cattolica perché tenacemente - e talvolta, in apparenza, incomprensibilmente - si batte per affermare un'idea di esistenza svincolata dalle categorie (così ‟mondane”) di produzione e di prestazione. E, in tal modo, resiste alla tentazione di banalizzare il concetto di esistenza e di ‟vita degna di essere vissuta”: e di quantificarne il valore secondo parametri di rendimento. Ma, proprio per questo, riteniamo che il conflitto su tali temi non possa essere ridotto a uno scontro tra chi è ‟a favore della vita” e chi ‟richiede la morte”. Chi prende in considerazione, nel caso di Terri Schiavo, la scelta estrema, pone una domanda radicale, alla quale non è morale sottrarsi: è vita quella di chi si trova da dieci, quindici, vent'anni in stato vegetativo permanente? È vita quella di chi patisce sofferenze intollerabili, che ne annichiliscono l'identità e ne annullano la capacità di relazione e di conoscenza, di esperienza e di sentimento?
In altri termini, ci si deve chiedere se quella sacralità-intangibilità della vita umana, alla quale ci richiama il magistero della Chiesa cattolica, sia da considerare sotto l'esclusivo profilo della continuità biologica: in presenza di patologie irreversibili e di sofferenze inaudite - o quando un trauma causa l'interruzione dei collegamenti tra la corteccia cerebrale e i centri nervosi sottostanti - si ha una vita degna di essere vissuta? Certo, c'è chi risponde positivamente, ma chi dubita di quella risposta non è il ‟dottor Morte”. E può essere mosso da una motivazione morale altrettanto forte: non solo dall'umanissima volontà di limitare le sofferenze del malato terminale, ma anche dal disperato desiderio di impedirne la mortificazione e la riduzione a cosa. A vegetale.
Questi dilemmi si pongono ora con particolare radicalità perchè lo sviluppo delle scienze e delle biotecnologie ha cambiato radicalmente il concetto stesso di vita e di morte. Fino a qualche decennio fa, si è creduto che la fine della vita corrispondesse all'interruzione del battito del cuore, ma oggi sappiamo che il cuore può continuare a battere anche quando è sopravvenuta la morte cerebrale; e sappiamo che si può sopravvivere per decenni in stato vegetativo permanente. Sappiamo, in sostanza, che - grazie a macchine sofisticate - la persistenza della vita non corrisponde sempre all'esistenza di una persona, dotata di intelligenza e di volontà e capace di rapporto e di comunicazione. Ne consegue che il confine tra vita e sopravvivenza artificiale - e, di conseguenza, tra cura doverosa e accanimento terapeutico - è sottilissimo e può essere tracciato solo con difficoltà. Lo sviluppo della scienza medica consente di ‟tenere in vita” i corpi malati ben oltre i termini e i tempi finora conosciuti (basti pensare ai ‟miracoli” della rianimazione artificiale).
Da qui discende un interrogativo ineludibile: è opportuno fissare un limite a questo ‟protrarre la vita”?
In vicende come quella di Terri Schiavo, la soluzione potrebbe apparire più ‟semplice”". Non certo nel caso specifico, che si presenta terribilmente controverso, ma per le situazioni generali che richiama: e per le quali sono immaginabili scelte e decisioni che non si traducano nella ‟danza macabra” che si rappresenta, in questi giorni, intorno al suo corpo. Qui non è in discussione, infatti, la questione dell'eutanasia. Si ha eutanasia quando qualcuno asseconda o agevola la volontà di un individuo, liberamente e chiaramente espressa, di concludere la propria esistenza, per sottrarsi a una patologia irreversibile e a dolori non lenibili. Non è il caso di Terri Schiavo. La donna si trova, da quindici anni, in quella condizione che la medicina definisce ‟stato vegetativo permanente”, e che si registra quando sono annullate le funzioni delle corteccia cerebrale (o a seguito della sua distruzione o a causa dell'isolamento delle vie nervose che la connettono ai centri sottostanti): e, quindi, è assente la coscienza. L'individuo ha perso la vita cognitiva e mantiene quella vegetativa. I protocolli internazionali concordano sul fatto che ‟prima di dichiarare permanente, cioè irreversibile, lo stato vegetativo di origine traumatica di un soggetto adulto, è necessario attendere almeno 12 mesi; trascorso tale lasso di tempo, la probabilità di una ripresa di funzioni superiori è insignificante” (Carlo Defanti).
La tragedia di Terri Schiavo discende, appunto, dal fatto che non può far conoscere la propria volontà. Perché se la donna, quand'era in condizioni di intendere e di volere, avesse sottoscritto il ‟testamento biologico” - o un documento equivalente, giuridicamente valido - lì avrebbe potuto esprimere la sua personale e inequivocabile volontà in merito alla situazione in cui ora si trova. E i medici ne avrebbero dovuto tenere conto: in nome di quel diritto fondamentale - riconosciuto da tutte le convenzioni internazionali - che è quello all'autodeterminazione in materia di libertà di cura e di trattamenti sanitari.
Ovviamente, questa soluzione ‟semplice” è, oggi, pressochè virtuale. Sono pochi i paesi dove il ‟testamento biologico” è diffuso e pochi, pochissimi i cittadini che vi ricorrono. E, tuttavia, questa è - indubbiamente - la strada giusta. Non certo per ‟risolvere i problemi” e rispondere a domande, che - lo sappiamo - non consentono risposte nette: e, tanto meno, facili. Ma per consentire - per lo meno - che si affrontino le questioni con la pietas che le questioni richiedono. E con la consapevolezza che, mai come di fronte a dilemmi di tale portata, siamo tutti terribilmente fragili e insicuri.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>