Arrivare all’abitazione del kamikaze si rivela più complicato del previsto. Tutti lo conoscono. Tutti sanno bene perché il 32enne Riad Al Banna improvvisamente è tanto famoso. Ma nessuno vuole mischiarsi nel caso. Il motivo? "La polizia e i servizi di informazione giordani. Da una settimana sono dovunque e arrestano, intimidiscono, insomma meglio stare zitti", taglia corto un commerciante nel centro. Alla fine, superato il dedalo di viuzze tra le vestigia di magnifici palazzi ottomani con i tetti a cupola e i vani delle finestre arcuati, raggiungiamo il diwan della tribù Al Banna, il locale dove in genere si incontrano gli anziani, si organizzano ricevimenti, feste di matrimonio e funerali. Ma ogni porta, ogni finestra sembra chiusa, serrata, abbandonata. Così da circa una settimana, quando il nuovo quotidiano giordano ‟Alghad” (‟Il Domani”) ha rivelato che Riad si era fatto saltare in aria a Hilla il 28 febbraio scorso, causando la morte di 132 iracheni. Poco importa che oggi i familiari replichino che vi è stato un errore. "Riad è invece morto assieme a un compagno scagliandosi contro un convoglio americano a Ramadi", affermano. Sta di fatto che da allora sono cresciute le tensioni tra Amman e il nuovo governo iracheno. Soprattutto a suon di manifestazioni sciite contro la Giordania, violenze, minacce e adesso persino la crisi nelle relazioni diplomatiche. Quando arriviamo, il padre di Riad, Mansur, non c’è. È sottoposto a interrogatorio nel quartier generale del Mukhabbarat (il servizio segreto) ad Amman. Ci vuole un’altra mezz’ora prima di trovare lo zio. "Non so nulla di lui. Mi avevano detto che ai primi di gennaio, dopo che non gli era stato rinnovato il visto per esercitare la sua professione di avvocato negli Stati Uniti, era andato a cercare un lavoro in Arabia Saudita. Ora scopro che è morto suicida in Iraq. Ma va tutto provato. Sono solo voci, con il risultato che adesso tutta la tribù degli Al Banna è messa all’indice", dice prima di chiudersi in casa. Una reazione molto più minacciosa arriva invece da un uomo barbuto sulla trentina di fronte alla moschea principale di Salt. "Riad incarna le aspirazioni di tanti tra i nostri giovani: morire da martire combattendo contro gli invasori delle terre mussulmane. Lo chiamano terrorista e invece è un santo. Non ha fatto altro che seguire il Corano. Si è immolato per liberare l’Iraq, come i martiri che si sacrificano per la Palestina o l’Afghanistan", dice rapido, guardandosi nervosamente attorno. Poi svanisce tra la folla. Una piccola prova di quanto sia ingannevole l’apparenza pacifica e addirittura addormentata di questa cittadina con non più di 10.000 abitanti sulle colline tra il deserto e la depressione del Mar Morto, una trentina di chilometri a nord di Amman. Perché ormai da tempo Salt è indicata come la culla del fondamentalismo islamico giordano. Addirittura scuola di reclutamento e formazione degli "shahid", i "martiri" come li chiamano nel mondo arabo, che vanno in Iraq a farsi saltare in aria nella "guerra santa" contro le truppe americane, i loro alleati della coalizione e la nuova polizia irachena. "Almeno 20 giordani hanno alimentato gli attentati kamikaze dai primi giorni del 2004 ad oggi. Il dato più sconcertante è che sono tutti originari di Salt. E sappiamo per certo che almeno altrettanti sono già in Iraq pronti ad agire", sostiene Mohammad Abu Rumman, giornalista di Alghad, a sua volta nato a Salt, che da un decennio segue il fenomeno. Ma perché proprio Salt e non invece per esempio la vicina cittadina di Zarqa, molto più povera, persino più musulmana (almeno un quarto degli abitanti di Salt sono cristiani) e soprattutto luogo natale di Abu Musab al Zarqawi, il numero uno di al Qaeda in Iraq? "Forse perché Salt vive tutt’ora la frustrazione dell’ex capoluogo degradato a piccola provincia. Durante i secoli dell’impero ottomano era il principale centro amministrativo della regione. Nel 1922 fu persino promossa capitale, prima che l’allora re Abdallah (nonno dell’attuale giovane sovrano), si insediasse ad Amman. Vi si trovano importanti scuole coraniche frequentate dai figli di una classe di ex impiegati dell’amministrazione pubblica profondamente sospettosi della modernità, conservatori sino all’eccesso, pronti ad abbracciare le dottrine salafite che predicano un odio profondo verso i regimi arabi", continua Abu Rumman. Il proprietario del suo quotidiano, Mohammed Alayyan, è già stato minacciato più volte dai gruppi islamici negli ultimi mesi. "A qualcuno non piace che si investighi troppo a fondo sulle radici di al Qaeda in Giordania. Perché questo è un nodo di passaggio importante tra le cellule che agiscono in Egitto, Palestina, Arabia Saudita, Libano, Siria e Iraq", ricorda Alayyan, più determinato che mai a non farsi intimorire. Tanto che proprio negli ultimi giorni sta facendo pubblicare intere paginate di storia dei radicali musulmani in Giordania. Una storia che vede Salt al centro delle cronache dei primi anni Novanta. È infatti allora che Abdel Fatta al Hyari, un criminale comune locale diventato religioso in cella, inizia a predicare tra i compagni di prigionia. Ha letto i testi più importanti di Saied Kutub, uno dei maître à penser dei "Fratelli Musulmani" egiziani, fatto assassinare da Nasser nel 1956. Tra i suoi allievi ci sono anche un ideologo, Mohammed al Makdisi, e un giovane molto più sbrigativo, più disposto all’azione che al pensiero: Abu Musab al Zarqawi. Il loro sodalizio in carcere dura dal 1993 al 1999. Quando vengono liberati e hanno il tempo di condurre con loro in Afghanistan oltre 100 giovani originari della regione di Salt. Al Makdisi tornerà poi in Giordania, dove sarà di nuovo arrestato e si dissocerà apertamente da Zarqawi: criticherà il rapimento di occidentali, condannerà duramente le decapitazioni degli ostaggi. Zarqawi si sposterà invece in Kurdistan con un centinaio di compagni, dove si unirà ai ranghi di Ansar al Islam. Per creare, dopo l’invasione Usa del marzo-aprile 2003, il nocciolo duro del terrorismo in Iraq.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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