I primi aeroplanini di soccorso sono atterrati ieri sull'isola di Nias, al largo di Sumatra occidentale (Indonesia), la più vicina all'epicentro del maremoto che la sera di lunedì ha mandato ondate di paura lungo le coste dell'Oceano indiano. E insieme ai soccorritori sono sbarcati alcuni reporter. Ieri sera gli uni e gli altri hanno descritto scene di shock e sofferenza a Gunung Sitoli, la città di 30mila abitanti capoluogo di un'isola di 700mila. Come una scena di battaglia. Il campo di calcio è diventato il principale eliporto, una sorta di ospedale da campo e anche un primo, improvvisato riparo per decine di persone rimaste senza tetto o troppo spaventate per avvicinarsi alle proprie case. Metro Tv, canale all-news indonesiano, citava ieri sera il vicesindaco: il signor Agus Mendrofa dice che almeno 10mila persone hanno abbandonato la città per riparare in zone più alte rispetto al livello del mare, e parla di "scene di panico".
Molti edifici sono caduti, anche se non è chiaro quanti: di sicuro quelli più alti, certo molte chiese. Nias è una zona a predominanza cristiana.
Molte strade sono ingombre di macerie, un ponte è crollato isolando l'aereoporto da gran parte della città. Il corrispondente della Reuter ieri sera descriveva medici che cuciono ferite e somministrano endovenose a persone stese per terra nello stadio, tra pianti di bambini e famiglie accampate per la notte. Ma altri accampamenti di fortuna sono sparsi per la città dove gli sfollati non avevano ancora ricevuto ieri sera né cure né cibo.

Un migliaio di morti, o forse due
Il quadro più complessivo sui danni provocati dal terremoto nelle isole di Nias e nella vicina Simeuleu è ancora da ricostruire. Il sisma, calcolato in 8,7 gradi della scala Richter, ha avuto epicentro circa 160 chilometri più a sud di quello che aveva devastato l'intera regione il 26 dicembre, lungo la stessa faglia. Incerto il numero delle vittime: circa un migliaio di morti, ha valutato ieri sera la portavoce del Disaster Centre del governo indonesiano nella città di Medan, a Sumatra. Il vicepresidente della repubblica Yusuf Kalla ha detto che potrebbero essere duemila.
Il fatto è che i soccorritori finora non hanno potuto neppure sorvolare l'isola di Nias, non sono andati oltre la città di Gunung Sitoli: causa il cattivo tempo. E poi l'aereoporto della città è danneggiato: ieri un Hercules da trasporto è riuscito a posarsi nonostante larghe crepe sulla pista d'atterraggio, per il resto solo aereoplanini leggeri. Anche per questo sono passate 18 ore tra la scossa di terremoto, poco prima della mezzanotte di lunedì (ora locale), e l'arrivo dei soccorsi alla popolazione traumatizzata.
Ieri almeno due voli hanno sbarcato sull'isola personale della Croce Rossa indonesiana, di quella spagnola e della Federazione internazionale della Croce Rossa. Il capo delle forze armate indonesiane Endrartono Sutarto ha annunciato ieri sera che rinforzi stanno arrivando sotto forma di tre elicotteri Chinook da Singapore, e che l'Australia ha offerto di mandare una nave che può fungere da ospedale flottante.
Le agenzie umanitarie delle Nazioni unite hanno fatto sapere che non serviranno fondi supplementari per affrontare la nuova emergenza, dopo lo tsunami di fine anno. ‟Abbiamo ricevuto abbastanza soldi per l'appello tsunami”, ha detto ieri Christiane Berthiaume, portavoce del Programma Alimentare Mondiale. Lo stesso dice la Federazione internazionale della croce Rossa, e così pure l'Ocha, coordinamento degli affari umanitari dell'Onu: dopo lo tsunami aveva fatto appello per 873 milioni di dollari e l'84% di quella somma è già arrivata, ha detto un portavoce. Insomma: organizzazioni umanitarie e materiali sono già presenti nella regione, in particolare nella provincia di Aceh (Sumatra settentrionale): in fondo, deviare i soccorsi verso la nuova zona colpita è relativamente facile.

‟Torna l'acqua”
Altrove, lungo le altre coste devastate a fine anno, lunedì notte ci sono state scene di paura: a Banda Aceh, riferiscono le agenzie, la popolazione si è riversata per le strade gridando "l'acqua, torna l'acqua". Nelle zone turistiche della Thailandia i baretti dove la notte si affollano i vacanzieri si sono svuotati in un batter d'occhio, appena sentita la scossa di terremoto. Lungo le coste di Sri Lanka o dell'India meridionale fiumi di persone si sono messe in strada per allontanarsi dalle litoranee. Nel corso della notte però l'allarme è rientrato: una dopo l'altra le autorità di Indonesia, Thailandia, Sri Lanka e India hanno dichiarato il cessato pericolo.
‟L'allarme ha funzionato”, ha commentato ieri il coordinatore dei soccorsi delle Nazioni unite Jan Egeland. Un po' tutte le autorità della regione sono state pronte a notare che le cose ormai funzionano. Già: questa volta il Pacific Tsunami Warning Centre, alle Hawaii, appena registrata la scossa sismica ha emesso un allarme tsunami e lo ha comunicato ai paesi interessati; poi lo ha revocato, parecchie ore dopo, quando è stato chiaro che il nuovo maremoto non aveva provocato l'onda. L'allarme è stato trasmesso alle autorità locali e ripetuto dalle radio. In Thailandia polizia, militari, monaci, pescatori hanno amplificato l'allarme con megafoni, telefoni, gong dei templi, campane. Ma era perfino superfluo: popolazioni ancora traumatizzate dall'onda di tre mesi fa stavano già cercando riparo, da sole. Diverso sarà vedere in un futuro se un sistema di allarme funziona ‟a freddo”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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