Più di 80 milioni di barili di petrolio consuma al giorno l’economia mondiale, la sete di oro nero cresce e una sola regione al mondo può placarla: il Golfo Persico. Partiamo da Teheran per questo arco di terra desertica lungo 800 chilometri dove si concentrano le ricchezze iraniane. Solo i sauditi hanno più petrolio dell’Iran, solo la Russia più gas. ‟Vada ad Assaluyeh se vuol vedere il futuro dell’Iran”, mi aveva detto il vice ministro del petrolio Mohammad Reza Nematzadegh, un tecnocrate dinamico che otto anni fa, salito ai vertici della National Petrolchemical Company, lanciò un grandioso programma di sviluppo della petrolchimica. Fino ad allora l’Iran, pur essendo uno dei principali paesi esportatori, aveva lasciato ad altri la lavorazione del greggio. Il ventunesimo secolo sarà il secolo del gas, dice Nematzadegh, come il Novecento è stato quello del petrolio e l’Ottocento quello del carbone. Otto anni fa, il prezzo basso del petrolio fermò molti suoi progetti. Oggi i mezzi per investire non mancano. Il prezzo del greggio supera regolarmente quello preventivato nel bilancio (quest’anno il surplus è di 12 dollari al barile). Per Assaluyeh sono previsti investimenti per 25 miliardi di dollari. Il grande vantaggio di questo complesso è che è integrato con il vicino giacimento di gas di South Pars, il più grande del mondo. L’Iran lo condivide con il Qatar ma a differenza del Qatar ha appena cominciato a sfruttarlo. La capitale del petrolio sulle carte geografiche, Assaluyeh è ancora segnata come un piccolo villaggio di pescatori. Ma non appena scendiamo dall’aereo (mi accompagnano, oltre all’interprete, due esperti della Npc) l’aria umida del Golfo si mescola a esalazioni fumose. La skyline è spettacolare. Torri giganti, ciminiere appuntite che sputano fuoco, silos enormi, flares, tubi che scompaiono in una intricata filigrana per rispuntare da un’altra parte. Siamo di fronte al più grande complesso petrolchimico del Medio Oriente, che non per caso è stato chiamato Amir Kabir, dal nome del leggendario primo ministro che per gli iraniani è il modello di colui che porta al paese dignità ed esige rispetto. Accanto al complesso, che sorge su una superficie di settanta ettari, sono in costruzione, o appena terminate, una mega raffineria, due porti, un aeroporto, una autostrada e una città, Jam, che viene costruita sulla montagna dove il clima, che d’estate raggiunge i cinquanta gradi con ottanta per cento d’umidità, è più respirabile. Si scavano terrazze nella montagna per guadagnare aree fabbricabili e col materiale ricavato dagli scavi si costruiscono piattaforme sul mare per i moli. Tutte le maggiori compagnie europee sono presenti (fino a pochi giorni fa c’era anche l’americana Halliburton, attraverso una sua filiale delle isole Comore, ma dopo la soffiata di un giornale conservatore iraniano, rimbalzata a Washington, si è ritirata). Tuttavia, gli investimenti stranieri sono molto inferiori a quello che potrebbero essere, ci dice un funzionario dell’Eni che qui partecipa alle fasi 4 e 5 del progetto. Le joint venture sono poche, gli stranieri ci sono per lo più come contractor. I tempi infatti sono incerti. Gli Stati Uniti minacciano azioni militari se l’Iran non rinuncia ai suoi progetti nucleari e gli ultrà conservatori che hanno in mano i poteri forti a Teheran puntano a rinvigorire la rivoluzione militarizzando il paese. Qui vicino c’è la centrale nucleare di Bushehr, che dovrebbe entrare in funzione alla fine dell’anno. Un attacco americano riporterebbe l’Iran indietro di dieci anni. E anche la semplice minaccia di sanzioni Onu catapulterebbe di nuovo il paese nell’isolamento da cui da poco si è affrancato. Andiamo a Bushehr, centocinquanta chilometri verso ovest, su una strada che costeggia da una parte il Golfo e dall’altra è chiusa da una catena di montagne scolpite dal mare. Bushehr è il porto dove si installarono gli inglesi nel 1620, dopo aver aiutato lo Scià Abbas a buttar fuori i portoghesi dal Golfo Persico. La centrale è diventata un santuario per gli ultrà. Intorno al suo perimetro, ovviamente chiuso ai visitatori, un centinaio di basiji, le milizie volontarie del regime, hanno formato una catena umana gridando slogan contro l’America. Ma non incutono timore nemmeno a un gruppo di ragazzine in gita scolastica che si fa beffe di loro ridendo. L’isola delle vacanze Dopo Assaluyeh, la nostra prossima tappa è l’isola di Kish. Se Assaluyeh è il futuro tecnologico dell’Iran, Kish infatti è quello vacanziero. Iraniani, tedeschi e svizzeri stanno costruendo sull’isola alberghi a sette stelle, campi da golf, acquari, parchi archeologici, complessi residenziali: la scommessa è che prima che le costruzioni siano terminate l’Iran cambi e - almeno a Kish - le donne vadano in giro senza velo, forse addirittura in bikini. Raggiungere l’isola in aereo è impossibile, da qualsiasi aeroporto iraniano. Kish è un porto franco, e i voli sono sempre esauriti per via della gente che fa la spola per trasportare sul continente elettrodomestici che rivenderà al doppio di quanto li ha pagati duty free. Prendete un traghetto da Chahar, ci avevano detto. In realtà ci sono solo motoscafi che ricordano quelli che si rovesciano sulle nostre coste. Carrette del mare, nel gergo giornalistico. E altrettanto gremite. I giubbotti di salvataggio non li abbiamo, annuncia subito il motoscafista in barba al cartello della polizia che vieta di mettersi in mare senza. Tanto in mare siamo tutti nelle mani di Dio, dice, e dunque a che servono i salvagente? Il mare per fortuna è calmissimo, ma il motoscafista, affinché non si attenui in noi il timore di Dio, ci indica qua e là gli squali che affiorano: pare che le acque qui ne siano infestate. Ci vuole molta fantasia per immaginare Kish come un paradiso delle vacanze. Dietro l’alto bandone che chiude la spiaggia riservata alle donne, una signora svizzera si lamenta che non sia stato previsto qualche tratto di spiaggia in comune per le famiglie, lei è qui mentre il marito e il figlio sono dovuti andare a prendere il sole altrove. Una iraniana invece si rallegra: ‟Stiamo meglio tra donne”, dice con l’entusiasmo dei vecchi slogan femministi. L’acquario è immenso, popolato di pesci rari e delfini, il parco archeologico è in un millenario qanat, un canale sotterraneo che collegava i pozzi dell’isola, dove si possono vedere coralli e fossili preistorici. Presto sarà riempito d’acqua e visitabile in gondola. La città dei traffici Quando arriviamo a Bandar Abbas, il sole sta calando. La linea del mare si confonde con l’orizzonte. La baia si riempie all’improvviso di barche come per una gara. Ce ne sono di tutte le dimensioni. Quelle addette ai trasporti pesanti: automobili, cucine, materiali da costruzione, piastrelle di ceramica. Quelle che imbarcano merci di piccola dimensione: tv, videoregistratori, parabole, alcol. Il contrabbando è la principale attività di questa regione. S’importano prodotti che sono proibiti oppure si trovano negli Emirati a prezzi molto più convenienti. Da un paio d’anni le importazioni di prodotti stranieri in Iran sono consentite (prima non era così, anche se il bazar di Teheran ha sempre traboccato di merci straniere); ma i dazi doganali restano così alti che il contrabbando conviene. Le merci vengono radunate nella minuscola isola di Khasab, una specie di porto di transito per Dubai a cui gli iraniani possono accedere senza visto e scegliere così i prodotti che vogliono acquistare. Porti e aeroporti iraniani sono controllati dai sepah-e pasdaran, i difensori della rivoluzione che rispondono al Leader Supremo Khamenei. Mentre il presidente Khatami parlava di Stato di diritto e di società civile, loro, sentendosi minacciati dai suoi tentativi di promuovere la democrazia, per otto anni dietro le quinte hanno accumulato ricchezze, armi, impiantato linee aeree, porti e aeroporti. Di recente hanno perfino impedito, perché non rispondeva ai loro interessi, l’utilizzazione del nuovo aeroporto internazionale che il governo ha costruito a Teheran. Dopo che Khatami stesso aveva inaugurato solennemente l’aeroporto, i pasdaran con i loro caccia hanno respinto indietro il primo aereo civile che doveva atterrarvi, e l’aeroporto da allora è rimasto chiuso. Bandar Abbas è diventata il più grande porto iraniano da quando la guerra del Golfo, dieci anni fa, consigliò agli iraniani di spostare i traffici lontano dall’Iraq. Accanto al nuovo porto commerciale di Raja’i è stato costruito un grande cantiere, da dove quest’anno uscirà la prima nave. Il progetto è stato realizzato da una società tedesca, e tedesca è la fonderia di alluminio con cui Bandar Abbas diventerà presto uno dei maggiori produttori del Medio Oriente. Dal porto vecchio attraversiamo lo stretto di Hormuz, dove il Golfo si riduce a 34 miglia di larghezza. Per la sua posizione strategica, lo Stretto è stato conteso per secoli dalle potenze europee. Il Great Game allora riguardava le vie dei commerci, mentre oggi le ambizioni geostrategiche vanno più in profondità, e riguardano risorse primarie: petrolio e gas. La piccola isola di Hormuz era un centro fiorentissimo già ai tempi di Marco Polo. ‟Terra di grande mercatanzia”, scrisse il viaggiatore veneziano. ‟Sotto di sé ha castella e cittadi assai, perché ella è a capo della provincia, e quivi vengono d’India per navi tutte ispezierie e drappi d’oro e altre mercatanzie, e quindi le portano i mercatanti per tutto il mondo”. Un motoscafo ci trasporta sull’isola in meno di mezz’ora. I nostri compagni di viaggio sono sette isolani, quattro uomini e tre donne, e due geologi cinesi venuti in vacanza da Teheran per il fine settimana. Una nuova alleanza sta nascendo tra le due più antiche civiltà dell’Asia, Cina e Iran, dovuta al bisogno che la Cina ha di energia e l’Iran di prodotti di consumo a buon mercato per una popolazione che dalla rivoluzione islamica si è più che raddoppiata. I due geologi cinesi lavorano qui da poche settimane ma già conoscono le tre parole chiave per adattarsi alla mentalità del paese: fardà (domani), shayd (è probabile) e moshkelinist (non c’è problema). Della Hormuz fiorente di un tempo non ci sono quasi più tracce. Restano la fortezza costruita dai portoghesi quando occuparono l’isola nel 1500, rovine di cisterne e di un paio di chiese. I portoghesi tennero l’isola per oltre un secolo, e sembra che attirassero emigranti da tutti i paesi per la loro tolleranza: la popolazione è una mistura di razze: africani, bengalesi, arabi e persiani. Poi gli inglesi aiutarono lo Scià Abbas a buttarli fuori, e si installarono loro sul Golfo. Due ragazze che erano sul motoscafo ci fanno da guida. Indossano le maschere tipiche di queste isole, che lasciano scoperti solo gli occhi. Ma con mio stupore le maschere non impediscono loro di comportarsi con disinvoltura. Tutte le donne in questa regione hanno una spigliatezza sconosciuta altrove. Sono vestite di stoffe chiare e leggere che rivelano il corpo più che coprirlo, ridono e scherzano anche con gli uomini e hanno grandi occhi mandorlati. Le maschere sono un accessorio, ci spiegano le due ragazze, si chiamano burqué come i burka afgani ma non hanno lo stesso significato religioso. Le prime a portarle erano state le cattoliche donne portoghesi, che volevano proteggersi la pelle dal sole. Prendiamo un appuntamento per ritrovarci l’indomani a Minab, dove loro lavorano: andremo al bazar a comprare le burqué. Ai confini della Persia La strada per Minab fu costruita trent’anni fa dagli italiani, che erano allora i maggiori contractor per le grandi infrastrutture cominciate dallo Scià. Oggi invece, anche se restano il primo partner commerciale dell’Iran, nelle grandi infrastrutture sono praticamente assenti. ‟Non abbiamo più le industrie capaci di prendere questi contratti”, mi dirà a Teheran un mediatore d’affari che sta qui dal 1963. Minab è un’oasi di palmeti e limoni e manghi, inaspettata in questa regione desertica. Sta tra due grandi fiumi che si riempiono una volta l’anno durante la breve stagione delle piogge. Dopo un lungo periodo di siccità, il letto del fiume indurito non assorbe l’acqua e le prime piogge travolgono la strada e i ponti. è successo la settimana scorsa, un ponte è crollato, dobbiamo fare una deviazione attraverso l’interno. Minab dista dagli Emirati Arabi meno di tutte le altre città iraniane sul Golfo Persico. Il contrabbando qui è tradizionalmente specializzato in sigarette e tè. Decine di donne vanno da Minab a Bandar Abbas nascondendosi addosso le stecche di sigarette. ‟Contrabbando è la parola usata dal governo, noi diciamo commercio”, ci dice il tassista. ‟Al tempo dello Scià tutta la fascia costiera era duty free”. Di recente però passa da qui anche molta droga. Per la droga non vengono usate le donne ma i cammelli. Se ne vedono numerosi nelle radure, che si cibano svogliatamente di foglie di acacia. I cammelli sono addestrati a trasportare la droga da soli per circa un’ora di cammino. I contrabbandieri li assuefanno all’oppio per essere sicuri che andranno sempre nel posto dove sanno di trovarlo. I carichi di droga arrivano dal Pakistan e dal Balucistan, qualcuno li trasporta in macchina fin quasi al confine, qui vengono sistemati sulle groppe dei cammelli che li trasportano nei luoghi dove altri uomini trasferiranno i loro carichi di nuovo a bordo di automobili. Se la polizia li scopre, il cammello è ammaestrato a scappare, buttando via il carico. Ogni tanto i poliziotti ne catturano alcuni. Presi dodici cammelli, capita di leggere sui giornali iraniani senz’altre delucidazioni. In questo caso la polizia li vende all’asta, e c’è sempre un poliziotto amico che fa in modo che il cammello sia ricomprato, ancorché al doppio o al triplo del prezzo, dal padrone originario. In ognuno dei porti che abbiamo visitato sarà costruito presto un museo del Golfo Persico. Lo ha deciso il ministero iraniano per i Beni culturali, dopo che il National Geographic aveva aggiunto Arabian Gulf, tra parentesi, accanto alla dizione Persian Gulf. Gli iraniani sono insorti, i religiosi come i laici, i sostenitori del regime come gli espatriati. Il Golfo è Persico da millenni, hanno detto. Sinus Persicus era già per i Romani, e ‟Golfo Arabo” era per Erodoto il Mar Rosso. Nei Musei del Golfo Persico saranno esposte mappe e trattati internazionali di tutte le epoche, nei quali anche in arabo si legge: al Khalij al Farsi. Sulla loro eredità storica gli iraniani non scherzano. Con buone ragioni, perché non c’è paese al mondo più misconosciuto in occidente dell’Iran. Sebbene i contatti tra la civiltà persiana e occidente datino da millenni, e nell’ultimo secolo quasi tutti gli eventi chiave della storia iraniana siano stati direttamente influenzati da quella europea, noi occidentali spesso non sappiamo nemmeno che Iran e Persia sono lo stesso paese, e che fu Reza Scià nel 1935 a chiamare Iran l’antica Persia. Quando, sulla scia di Ataturk, si autonominò scià e volle modernizzare il paese.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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