A ben vedere, le parole più strepitose, e strepitosamente sfrontate (e, d'altra parte, come stupirsene?), sono state di Ignazio La Russa: ‟Non è il momento opportuno, questo”, ha replicato a chi (Marco Pannella e Marcello Pera) propone che, in memoria e nel nome di Giovanni Paolo II, si riprenda il tema del ‟gesto di clemenza”. Ovvero l'amnistia e/o l'indulto per la popolazione carceraria. Perché strepitose, le parole di La Russa? Perché, dopo tutto, non sono così vecchio: eppure ho la sensazione che quella frase - sempre in relazione a un provvedimento di clemenza - sia echeggiata con molesta frequenza nel corso degli ultimi decenni. Certamente, la si sente, con ossessiva reiterazione, da quindici anni a questa parte: ovvero da quel 1990, quando fu approvata l'ultima amnistia. Da quell'anno, infatti, non ci sono stati più provvedimenti di clemenza; e i dati dell'affollamento della popolazione detenuta hanno conosciuto un incremento impressionante, passando dai 31.169 del 1991 ai 44.134 del 1992: e iniziando, così, una corsa che non si è più arrestata (fino ai circa 56.000 degli ultimi anni). L'affollamento costituisce in sé una condizione di estremo disagio ed è, al contempo, la spia di gravi carenze organizzative e strutturali. Chi è detenuto in carceri affollate patisce condizioni igieniche spesso pessime, carenze di personale medico, di psicologi, di educatori; e, ancora, strutture fatiscenti, servizi inadeguati, rapporti assai problematici con l'amministrazione e massima difficoltà di accesso al lavoro. In altre parole, l'affollamento ostacola gravemente il rispetto delle garanzie e dei diritti riconosciuti ai detenuti dalle leggi e dal regolamento penitenziario, rendendo pressoché pleonastico ogni pronunciamento in favore del carattere ‟rieducativo” della pena. L'affollamento, dunque, in quanto segnale di molte delle situazioni di maggiore sofferenza, è un indice attendibile (e allo stesso tempo, una delle cause più rilevanti) dei molti mali che affliggono gli istituti di pena del nostro paese. Ed è uno dei principali fattori di precipitazione e agevolazione della condizione di crisi, che porta agli atti di autolesionismo e ai suicidi (in carcere ci si uccide 17/18 volte più di quanto si faccia fuori dal carcere).
Dunque, pur essendo chiaro che l'affollamento è solo la manifestazione ultima di un sistema penitenziario profondamente malato e che richiede riforme complessive e radicali, il dato rappresentato dall'eccesso abnorme di reclusi non può essere eluso. E questo rende indispensabile un provvedimento di amnistia e/o indulto. La ragione per cui finora non è stato adottato è semplice; ed è quella dichiarata da La Russa: non lo si ritiene ‟opportuno”. In altre parole, si crede che un provvedimento di clemenza possa ‟costare” in termini elettorali. Pertanto, ‟non è il momento”. O meglio: non è mai ‟il momento”; non lo era nemmeno uno, due, tre, quattro anni fa, quando le elezioni erano di là da venire. E, d'altra parte, si tace sul fatto che gli eventuali ‟costi” di un simile provvedimento - inevitabili solo se il provvedimento stesso non viene adeguatamente ‟spiegato” all'opinione pubblica - potrebbero essere ripartiti tra le diverse forze politiche: senza guai eccessivi per qualcuno in particolare. Pertanto, più che la preoccupazione per eventuali reazioni negative dell'elettorato - anche se è questo l'argomento maggiormente utilizzato dal centrodestra e non certamente contestato dal centrosinistra - sembra pesare una diffusa indifferenza verso la popolazione detenuta: in quanto non vota, si potrebbe dire brutalmente. O, a voler essere più raffinati, in quanto estranea al mercato politico: ovvero non dotata di una propria rappresentanza, non abilitata a tutelare i propri interessi, non capace di stringere alleanze, di mobilitare energie e risorse, di fare attività di lobbying. Il risultato è che - anche questa volta - di quel ‟gesto di clemenza” non se ne farà nulla, prevedibilmente; e questo evidenzierà, in maniera ancora più indecente, la distanza tra il formale ossequio indirizzato al Papa dal ceto politico tutto e il rifiuto di accogliere il suo messaggio e tradurlo in norma e in legge dello Stato. Può consolare (si fa per dire) sapere che la sordità della classe politica su questo tema non è un'esclusiva nazionale. Quell'appello a ‟un gesto di clemenza” fu indirizzato, nell'anno giubilare, ai governi e ai parlamenti di tutto il mondo: e pressoché ovunque non fu ascoltato. In Italia - ecco la nostra irrinunciabile griffe - ci si mise, e ci si continua a mettere, un surplus di ipocrisia. Così, tanto per non perdere l'abitudine.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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