Non è certo di buon auspicio. Uomini armati ieri hanno assaltato e incendiato un edificio governativo a Srinagar, in Kashmir (India): le fiamme hanno distrutto il complesso, dove erano tra l'altro alloggiati coloro che oggi saliranno sull'autobus che per la prima volta da quasi 60 anni collegherà la parte indiana del Kashmir e quella sotto controllo pakistano. Il ministero degli interni indiano ha confermato che gli attentatori erano due e sono stati ‟liquidati”. L'attacco è avvenuto intorno alle 15,30 (mezzogiorno in Italia); i testimoni descrivono scene di terrore e panico quando donne e bambini si sono lanciati fuori dalle finestre per sfuggire alle fiamme. Tutti sono stati portati in salvo.
Il bilancio politico è più pesante, anche se i governi di India e Pakistan ieri sera hanno confermato che tutto si svolgerà come previsto: questa mattina si inaugura il collegamento di autobus tra le città di Srinagar e Muzaffarabad, rispettivamente capitale del Kashmir indiano e di quello sotto amministrazione pakistana. Il primo ministro indiano Manmohan Singh sarà a Srinagar a presenziare, insieme alla leader del Partito del Congresso Sonia Gandhi. ‟Questo [l'attentato] è una risposta disperata di chi non vuole il dialogo”, ha detto ieri Singh a una tv indiana: ‟Non gli permetteremo di far deragliare il processo di pace”. Condanna ha espresso il ministro degli esteri pakistano Khursheed Mehmood Kasuri, a Islamabad.
Il collegamento di autobus lungo i 170 chilometri tra Srinagar e Muzaffarabad è il più importante gesto di confidence building , ‟costruzione della fiducia”, finora intrapreso dall'India e dal Pakistan nell'ambito del dialogo avviato ormai più di un anno fa. Muzaffarabad e Srinagar sono sul corso del fiume Jhelum, importante affluente dell'Indo che scende dall'Himalaya (quindi scorre dall'India al Pakistan). La strada lungo il fiume era la principale via d'accesso alla vallata del Kashmir. E' interrotta però dal 1947, dopo la divisione tra India e Pakistan, quando un esercito mandato dal Pakistan invase il Kashmir (che aveva optato per l'India, ma ha una popolazione in maggioranza musulmana) per ‟liberarlo”, o annetterlo. L'esercito indiano andò alla riscossa, ci fu una tregua, e da allora la linea di quel cessate il fuoco sancito dall'Onu (‟Linea di controllo”) segna un confine di fatto, il cui rispetto è ormai sancito da accordi bilaterali (1972) ma resta provvisorio. E' una delle frontiere più calde dell'Asia: minata, bunkerizzata, teatro guerre dichiarate e non, valicata da guerriglieri armati, ma sbarrata alla popolazione civile. Sui due lati ci sono famiglie divise da allora. Riaprire quella strada ha un significato simbolico evidente.
L'attentato di ieri è stato rivendicato con telefonate alle redazioni di diversi giornali a Srinagar da quattro gruppi islamici, con responsabilità congiunta. Sono i gruppi che da un paio di settimane lanciavano minacce. Nell'ultimo comunicato, martedì, dicevano che l'autobus sarà ‟una bara” per chi si azzarderà a salirci, perché l'autobus è un cedimento all'India, un ostacolo sulla via dell'indipendenza del Kashmir. Minacciavano: ‟Sappiate che lo pagherete con il vostro sangue”. Anche per questo le misure di sicurezza attorno ai nuovissimi bus e alla strada che percorreranno oggi sono imponenti.
Riaprire una strada è un gesto importante, ma ovviamente è solo un passo. Per molti in Kashmir è però il fatto più concreto visto da quando, nell'aprile del 2003, l'allora premier indiano Atal Behari Vajpayee in visita proprio a Srinagar aveva fatto un discorso di ‟amicizia” verso il Pakistan: una svolta, visto che fino a poco prima lungo la frontiera comune erano schierati gli eserciti in assetto di guerra e batterie atomiche. Di lì a poco New Delhi e Islamabad tornarono a scambiarsi gli ambasciatori e dichiararono la tregua lungo la ‟Linea di Controllo” in Kashmir. Nel gennaio 2004 Vajpayee e il presidente pakistano Parvez Musharraf si incontrarono a Islamabad, avviando formalmente il dialogo. Da allora sono ripresi i voli commerciali tra i due paesi, le visite di delegazioni commerciali, gli scambi accademici, le trasferte di tifosi. Si sono ripetuti gli incontri al vertice. Nel settembre 2004 Musharraf e il nuovo premier indiano Singh hanno per la prima volta contemplato ‟varie opzioni” circa il Kashmir, che resta il contenzioso più difficile tra i due paesi: quel territorio è stato ‟costruito” per anni, da entrambe le parti, come una questione nazionale irrinunciabile. Non è un dialogo facile: e per il momento è simboleggiato dagli autobus che stamane percorreranno i 170 chilometri più sorvegliati del mondo.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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