Vi ricordate quando ci ammonivano: ‟Se continuate a parlar male di Berlusconi, resteremo all’opposizione per altri vent’anni”? Ricordate quando la parola ‟regime” detta con riferimento al controllo totale (scandaloso per il resto del mondo) di tutte le televisioni e all’intimidazione della stampa (attraverso decapitazioni clamorose) suscitava reazioni decisamente ostili anche fra coloro che era naturale immaginare amici e vicini e partecipi dell’unico grande impegno democratico di questo Paese, rimuovere Berlusconi con il voto, per far sciogliere come neve al sole tutto il suo mondo di clienti e dipendenti?
Ci ho ripensato leggendo l’articolo del premio Nobel americano per l’Economia John Stiglitz sulla prima pagina de la Repubblica del 14 aprile. Stiglitz in quell’articolo è duro e inesorabile con Bush. Una delle cause più sprezzanti è questa: ‟Bush esprime preoccupazione per la concentrazione del settore dei media russi. Ma tace su quella dei mezzi di comunicazione in Italia”. Denuncia questa cecità selettiva (fingere di non vedere il clamoroso caso Berlusconi) come una ‟ipocrisia imperdonabile”.
Ma il caso Berlusconi è apparso imperdonabile, ovvero estraneo alla democrazia e unico nel mondo libero, al Parlamento Europeo, alle agenzie di sorveglianza delle Nazioni Unite, agli esperti e politologi americani, anche di destra, che in questi anni si sono occupati dell’Italia. È diventato un caso nelle università del mondo, una barzelletta (per noi alquanto triste) per i vignettisti dei cinque continenti. È stato l'esclusivo tema della grande stampa internazionale - tutta, senza eccezione - ma soprattutto dei grandi organi finanziari ogni volta che quella stampa si è occupata dell’Italia. E non di Fini, non di Follini, non degli adoratori di Forza Italia, ma esclusivamente di Silvio Berlusconi.
Esattamente come ha fatto l’Unità in questi anni. Lo ha fatto subito, nel momento in cui si è capito che il rischio della democrazia italiana, privata di televisioni e intimidita gravemente nei giornali, era rappresentato da una sola persona in grado di controllare, imporre, comprare, vendere tutto, dicendo, negando, aprendo e concludendo da solo ‟grandi opere” e campagne elettorali, capace di raccontare senza smentita i suoi grandi ‟successi internazionali”, mentre il prestigio del Paese precipitava nel vuoto e i debiti italiani diventavano enormi.
Ostacolare così tenacemente Berlusconi comporta molti rischi, come sanno Enzo Biagi, Ferruccio De Bortoli e altri direttori e giornalisti italiani, come sa la vasta schiera di condannati al silenzio fra i migliori colleghi della Rai. Avrà contato questo impegno senza sosta e senza interruzioni dell’Unità durante questi anni del regime mediatico, in cui c’è stata una serie di vittorie elettorali del centrosinistra che hanno progressivamente intaccato la inossidabilità del mito, del capo, del tycoon buono che avrebbe fatto piovere ricchezza sulle famiglie italiane, in cambio di un po’ di silenzio, di conformismo, di ‟lasciatelo lavorare”? Avrà contato, nella straordinaria e quasi completa, sconfitta di Berlusconi alle elezioni regionali? Sconfitta di Berlusconi, abbiamo detto (non dei presidenti delle diverse regioni strappate alla destra). Infatti Berlusconi in persona, la sera della morte del Papa, aveva sequestrato, tutta per sé, tutta da solo la principale rete della televisione pubblica del Paese, e aveva lanciato la sua sfilza di numeri inesistenti nello studio vuoto. Ma ci sembra arbitrario un reclamo di credito. Nelle elezioni ha vinto chi ha vinto: una opposizione unita e ben guidata, le scelte giuste dei candidati, le campagne elettorali condotte con generosità e con fermezza.
Ma poiché tutto ciò che abbiamo detto e scritto per quattro anni su questo giornale era basato sulla persuasione (condivisa con la stampa libera del mondo) che esistesse un solo grande problema per l’Italia, il potere troppo grande, troppo arbitrario, troppo circondato di silenzio, di Silvio Berlusconi, ci fa piacere il riconoscimento che adesso ci giunge dai grandi sostenitori mediatici del presidente del Consiglio ormai avviato sul viale del tramonto.
Ci dice che avevamo visto giusto, politicamente, avevamo capito bene la macchina organizzativa di quella presunta modernizzazione che erano Forza Italia e i suoi alleati. Ci dice che avevamo combattuto la battaglia che bisognava combattere. Quella contro il predominio e la prepotenza di un uomo solo, che era riuscito a imporre celebrazione o silenzio. Inutile occuparsi d’altro o di altri, c’eravamo detti, perché, senza di lui, a destra non c’è niente, niente resta di cui valga la pena di occuparsi. E d’altra parte niente avrebbe potuto esistere di questa strana politica definita - a richiesta del suo unico autore Berlusconi - il ‟nuovo” e che invece è antico, fondato sul danaro, sul potere personale, sulla perentoria richiesta di partecipare al gioco così come esso viene condotto, pena l’esclusione dalla vita pubblica.
Ma ecco il vero e proprio diploma di idoneità politica. Viene rilasciato a questo giornale da Angelo Panebianco nel suo ormai celebre editoriale sul Corriere della Sera del 10 aprile. Quell’editoriale è un appello a Berlusconi perché accetti subito di rendersi conto del disastro e chieda le elezioni anticipate. Il senso è: se Berlusconi non accettasse l’evidenza della sconfitta cercando nuove elezioni, ‟Berlusconi diventerebbe un leader puramente nominale. Sia l’Italia che conta sia la comunità internazionale guarderebbero a Berlusconi come a un leader finito e a Romano Prodi come all’astro nascente”.
La riflessione di Panebianco è chiara e indica il punto. Berlusconi è un leader finito. Ma il fatto interessante è che senza di lui, istantaneamente, evapora tutto. Tanto che, persino in questo momento di emergenza per la destra, nessuno pensa a fare altri nomi o a immaginare altri percorsi. O Berlusconi, o tutti a casa.
Tutto ciò viene detto con più chiarezza da un’altra fonte che ha sempre maltrattato l’Unità proprio con l’accusa di ossessione per Berlusconi. Ecco il testo della grande abiura del Riformista: "Quello che è venuto meno è il connotato stesso del bipolarismo italiano, fin dal suo inizio e senza soluzione di continuità incarnato in Berlusconi. Si è sciolto il collante che teneva insieme il Nord e il Sud del Paese, la partita Iva e gli statali, gli animal spirits e i vegetativi trasformismi. Il centrodestra italiano non è mai esistito in altra forma e mai senza Berlusconi. Il centrodestra italiano è così anomalo da dover scartare a priori ciò che in ogni altro Paese sarebbe la soluzione ovvia: cambiare il premier e ricominciare". Si può avere un riconoscimento più netto della decisione di dedicare quattro anni di vita giornalistica e di impegno politico allo scopo di scalzare quell’unico leader, la sua statua di resina sintetica e la sua glorificazione ottenuta esclusivamente con il controllo delle televisioni e dei giornali?
Non ci avevano detto che il ‟conflitto di interessi non interessa nessuno”? Non ci avevano ripetuto che l’Unità era una testata omicida e criminale e che il nostro insistere sulla ricchezza oscura, sul potere smisurato (economico, mediatico e politico, l’uno accresciuto con l’altro) e sul controllo totale della informazione era la strategia sbagliata che avrebbe rafforzato Berlusconi? Non ci avevano detto che monitorare costantemente il comportamento di continua aggressione che era il governare di Berlusconi era cattivo giornalismo politico? Ve la ricordate la ‟demonizzazione”? Nel Paese in cui la maggioranza berlusconiana ha votato un ”giorno della caduta del Muro” (come se ci avessero liberato i ragazzi tedeschi col piccone, invece che i partigiani italiani e i soldati americani) dovrebbe esserci, nel nostro prossimo mondo libero, un ‟giorno della demonizzazione”. Servirà per raccontare nelle scuole di Enzo Biagi, di Michele Santoro, di Luttazzi, della Guzzanti, e di tutti coloro che sono stati colpiti dall’accusa stregonesca di ‟demonizzazione” mentre erano intenti a fare giornalismo di opposizione, unico modo per salvare la democrazia di un Paese.
La sera dell’8 aprile la delicata sensibilità di Clemente Mimun ha fatto seguire al telegiornale di illustri funerali un Batti e ribatti in cui l'ospite celebrato era Sandro Bondi. Bondi ha usato tutti i suoi minuti per spiegare che, anche se il comunismo è morto, non è morto in Italia il pericolo della sinistra. Ovvero si è lamentato che esista ancora l’opposizione. Ma il conduttore del programma, un certo Berti, vestito - Dio sa perché - nel tipo di doppiopetto gessato che Francis Ford Coppola aveva immaginato per ‟Il Padrino”, ha riportato persino Bondi al punto cruciale del dramma che la destra sta vivendo. Ha concluso infatti con queste storiche parole: ‟Alla fine tutto ruota intorno al prestigio di Silvio Berlusconi”. Un vero riconoscimento per questi anni di lavoro dell’Unità.
Abbiamo scommesso tutto, e rischiato molto, per dire ogni giorno agli italiani che il prestigio di Berlusconi non esiste. E finalmente ci dicono con cruda chiarezza gli eventi di questi giorni e la processione di coloro che stanno abbandonando, a uno a uno, Palazzo Chigi, che niente più ruota intorno a Berlusconi perché si è visto che non c’è alcun prestigio. Non è delegittimazione. È constatazione della realtà, testimoni gli italiani. Missione compiuta.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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