È la protesta più sanguinosa in Iran da parecchi anni. Tre giorni di disordini nella provincia iraniana del Khuzestan, affacciata sul golfo Persico e popolata da una forte minoranza etnica araba, si sono conclusi secondo fonti ufficiali con almeno 5 morti e 310 arresti. Le notizie emergono lentamente. La protesta è cominciata venerdì sera nella città di Ahvaz e in alcune città vicine, ed è continuata con manifestazioni sporadiche fino a domenica. Gruppi di giovani hanno distrutto o incendiato auto della polizia, banche e uffici governativi; ci sono stati scontri, le forze di sicurezza hanno risposto con lacrimogeni e proiettili di gomma. Un portavoce del ministero degli interni di Tehran ieri ha affermato che tre persone sono morte a Ahvaz e altre due nella vicina città di Mahshahr. Voci non confermate fanno bilanci anche più pesanti. Il ministro della difesa iraniano Ali Shamkhani, lui stesso arabo del Khuzestan, ieri ha visitato la zona: ha detto che 310 persone sono agli arresti ma tutti ‟saranno presto rilasciati”.
Sembra che a scatenare la protesta sia stata la notizia di una lettera - poi risultata falsa - scritta nel 1999 da Ali Abtahi, allora vicepresidente della repubblica e stretto collaboratore del presidente Mohammad Khatami: parlava del progetto di ‟de-arabizzare” il Khuzestan spostandovi popolazione di ceppo farsi. Secondo notizie raccolte da Amnesty International, venerdì sera un migliaio di persone si è raccolto nel centro di Ahvaz per protestare contro quella lettera, che circolava da giorni. Il presunto autore ha smentito l'esistenza della lettera e del progetto, e così anche il governo, ma la miccia era ormai accesa.
Il ministro dell'informazione Ali Younessi lunedì aveva incolpato agenti ‟legati a gruppi o tv straniere che lavorano per rovesciare il governo islamico dell'Iran”, e il governo iraniano ieri ha chiuso gli uffici della tv satellitare araba Al Jazeera in Iran, accusandola di aver ‟istigato” i disordini. Al Jazeera ha definito la decisione ‟inaspettata e ingiustificata”. La rete araba è molto guardata in Khuzestan, e a Tehran ha dato fastidio che sabato abbia parlato di ‟disordini separatisti”, citando anche un gruppetto separatista che ha sede a Londra (il Fronte popolare democratico degli arabi del Ahwaz).
Molti in Iran chiedono invece di guardare alle cause interne delle proteste. La minoranza araba fa circa il 3% dei 57 milioni di iraniani e vive soprattutto nel Khuzestan, provincia sud-occidentale che confina con Bassora in Iraq. Una provincia strategica, perché di confine e perché racchiude una buona parte dei pozzi e delle riserve di petrolio iraniano. Ma a questo si contrappone a un entroterra agricolo povero e ancora segnato dagli otto anni di guerra Iran-Iraq. E molti arabo-iraniani si sentono discriminati ed esclusi dal benessere petrolifero.
Domenica 158 deputati del parlamento iraniano hanno firmato una petizione al presidente Khatami per il pronto rilascio dei detenuti. Il parlamento manderà una sua commissione a indagare i fatti. Un deputato del Khuzestan, Hamid Zangeneh, ha dichiarato all'agenzia ufficiale Irna che ‟le autorità devono cercare le radici dei disordini sociali”. È chiaro, dice, che qualche paese straniero ha fomentato i disordini, ma ‟per eliminare i motivi di scontento pubblico il governo deve varare un piano urgente per lo sviluppo” della provincia, che ricorda gli otto anni di ‟tremenda sofferenza” durante la guerra.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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