Piazze piene, chiese vuote. Suonavano, martedì pomeriggio, le campane delle chiese di Roma. E come ammaliato, il popolo in massa seguiva quelle note festose che lo guidavano verso San Pietro. Un fiume di fedeli, multietnico e multicolore, accorreva dal nuovo Papa. C’era ancora, ieri, l’eco delle campane che avevano avvolto il centro e le periferie più desolate, da Trastevere, con le sue comunità riunite in preghiera, alle parrocchie di Boccea, di Primavalle, di Casalotti, del Tiburtino, del Laurentino, del limite tra Cinecittà e il Grande raccordo anulare: i muri della città tappezzati di manifesti di saluto a ‟Benedetto XVI, Papa e Vescovo di Roma”. Eppure mentre la città tributava ancora il suo omaggio popolare al nuovo Papa, le chiese e le parrocchie erano più fredde, come a segnare una sorta di confine tra entusiasmo festoso e crisi dei fedeli. A Santa Maria della Vittoria, a due passi da piazza Esedra, il rosario del pomeriggio forse non è mai stato molto frequentato per via della presenza dei turisti interessati soprattutto alla contemplazione dell’”Estasi di Santa Teresa”, capolavoro del Bernini. Due donne, giovani Rom, presidiano l’entrata, sorridono a bocca larga speranzose nella generosità del prossimo. Due sacerdoti sudamericani si confrontano in un dibattito di storia dell’arte davanti all’angelo col dardo dorato che infligge ferite alla giovane Teresa. Ferite che, spiega uno dei sacerdoti, ‟l’avvolgono in una fornace d’amore”. Non c’è traccia della ‟presenza” del nuovo Papa. Sei candele elettriche, accese dalle offerte dei fedeli, denunciano una scarsa frequentazione, almeno per la giornata di ieri che era anche il primo giorno di Benedetto XVI. Un giovane ‟giramondo”, sacco a pelo e zainetto, si aggira tra gli affreschi, distratto e intimidito. Certo, martedì sarà stato tra quelli che presidiavano San Pietro in attesa della fumata bianca. Il ragazzo entra anche nell’altra chiesa, poco distante: Santa Susanna, col ‟Messale Romano” aperto sull’altare maggiore e, bene in vista, le bandiere italiana, americana e del Vaticano. Due file di 13 panche sono assolutamente vuote. Un ragazzo di colore sta in piedi accostato all’ultimo inginocchiatoio. Un paio di clochard, polacchi o tedeschi (una volta si sarebbe detto dell’Est), si apprestano a cercare riparo per la notte. Non si trovano tracce di notizie sull’elezione del nuovo Papa. Una lapide di marmo avverte che ‟in questa basilica” si fermò a pregare Pio IX. Siamo a Trastevere, cuore di Roma e ‟buon ostello” di fede e religione. La Basilica è quella di S. Crisogono, dedicata alla Beata Anna Maria Taigi, ‟Terziaria Trinitaria”. Una suora africana prega in ginocchio e tiene vicino a sé la borsa col computer. Davanti a un Sant’Antonio coi gigli un anziano prega. Per il Papa? ‟Veramente ringraziavo Sant’Antonio per una grazia ricevuta. Ma ora che mi ci ha fatto pensare pregherò anche per Benedetto XVI”, fa il segno della croce e accende una candela, la tredicesima dell’altare dedicato a Sant’Antonio. Più avanti, seduta sulla panca di prima fila, vicino all’altare, una donna non più giovane recita il rosario in solitudine: un contrappasso evidente con le immagini delle folle oceaniche di Karol Wojtyla, forse una implicita conferma della contraddizione, sottolineata da alcuni, che oppone quelle ‟piazze piene” alle ‟chiese vuote”. Meno vuote le parrocchie, dove la presenza di preti risoluti riesce ancora a ‟dare un senso” alla Messa pomeridiana. C’è gente sull’altare maggiore della ‟Chiesa del Preziosissimo Sangue” di piazza Epiro, dove - dice un anziano signore – ‟si è devoti delle spoglie di Maria De Matteis”. Undici, tra uomini e donne, recitano il rosario davanti ad un enorme, moderno Cristo stilizzato, certamente lontano da suggestioni caravaggesche. Chiedi del nuovo Papa e ti mostrano la lapide che ricorda la visita di Giovanni Paolo II (14 dicembre 1980). E sulla Circonvallazione Appia, parrocchia di S. Antonio, superata la porta con la nomade che allatta, l’enorme spazio occupato da capienti panche sembra spoglio per l’esiguo numero di fedeli che recitano il Padre Nostro mostrando le braccia allargate e le mani protese verso il cielo. Tre preti, in bianco, celebrano la Messa e chiedono l’aiuto di Dio in favore di Benedetto XVI. Più organizzata la parrocchia di ‟San Giovanni Battista De Rossi”, coi manifestini gialli di benvenuto al nuovo Papa e la prima frase pronunciata al momento dell’elezione: ‟Cari fratelli e care sorelle....”. Una missione improba, sembra attendere Joseph Ratzinger. Saprà riempire quelle panche vuote, lui che sembra prediligere la via più difficile dell’approfondimento teorico alla strada più semplice della comunicazione mediatica? E’la scommesa di Benedetto XVI. ‟Una scommessa che saprà vincere, vedrete”, questo promette don Giovanni, sacerdote della chiesa di Sant’Agata, Santuario della Madonna del Carmine, di via della Lungaretta in Trastevere. Lo troviamo che dice Messa davanti ad una piccola (una quarantina) ma ‟vera” comunità. Prega in latino e si inginocchia davanti alla statua della Vergine del Carmine vestita di una tunica bianca e ricamata in oro. Perché la Messa in latino? Don Giovanni taglia corto: ‟Nessun richiamo per la presunta vocazione tradizionalista del nuovo Santo Padre. Abbiamo celebrato una Messa solenne in onore di Benedetto XVI e quindi il latino era obbligatorio”. Padre Giovanni non nasconde il suo ottimismo per l’avvento di un Papa ‟che riporti al centro dell’attenzione una stretegia che torni a far riempire le chiese, dopo un lungo periodo di suggestioni mediatiche capaci di attrarre i fedeli davanti alla tv senza riportali nelle parrocchie”. ‟Finalmente - aggiunge il - un Pastore chiaro, netto, che sfugge all’inganno mediatico. Avete visto martedì pomeriggio? Quando ha sentito i primi accenni a cori e canti della piazza, col suo accento tedesco ha detto: ‟Adezzo procediamo alla Santa Benedizione”, come a dire passiamo alle cose serie”. Ma forse, come primo approccio, non sarebbe stato consigliabile un abbraccio più caloroso? Don Giovanni non ci sta: ‟Vedrete, vedrete cosa combinerà Benedetto XVI. E senza rincorrere il facile consenso, perché, come recita la Scrittura, ‟Non si applaude il servo nella casa del padrone...”.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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