La sofferenza di un uomo in fin di vita va rispettata. Di fronte, poi, a una figura di rilievo come il Pontefice, al rispetto si aggiunge l'attenzione per il ruolo di guida della Chiesa cattolica, tanto più nel caso di un personaggio della statura di Karol Woityla, che ha contribuito a segnare la storia d'Europa e del mondo nell'ultimo quarto del Novecento e sino alla sua scomparsa il 2 aprile scorso.
Le forme con cui il rispetto si mostra pubblicamente cambiano secondo il luogo e il tempo. Nella nostra società del Duemila queste forme, come ogni atteggiamento pubblico, sono influenzate dalla "mediatizzazione" del reale. Lo si vede bene con l'esempio degli applausi ai funerali: ancora qualche decennio fa sarebbero stati una sguaiataggine impensabile in un momento di raccoglimento, ed oggi sono invece la norma. Perché? Per effetto di una percezione televisiva dell'evento: è la tv, nella nostra società, ad imporre le forme del discorso e del comportamento pubblico. Ne deriva una "spettacolarizzazione" di cui l'applauso al funerale è parte: che la tv sia presente o meno, ci si comporta in pubblico così come la tv mostra, e quindi insegna.
La tv è un mezzo incentrato sul vedere. Dunque, se un pontefice giunto al termine della sua parabola terrena si mostra pubblicamente, la tv lo riprende. È normale, per quel mezzo. Per un medium diverso, come è il giornale, le cose cambiano. Per il giornale, mostrare anziché descrivere - o far ruotare la descrizione attorno al mostrare - è una scelta. Ed in effetti, nel caso specifico dell'agonia del Papa non tutti i giornali si son regolati allo stesso modo il 31 marzo scorso, riferendo dell'ultima apparizione di Karol Woityla che, tre giorni prima di morire, si è affacciato su Piazza S. Pietro benedicendo e tentando invano di parlare.
Emblematico il comportamento di ‟Repubblica”, che dopo il titolo di apertura presentava una foto del Papa drammaticamente sofferente davanti al microfono e continuava, alle pp. 2-3, con quattro foto in sequenza "cinematografica", tre di formato contenuto e l'ultima decisamente oversize (di cm. 20 x 20). Accanto alla foto in prima pagina il pezzo d'apertura, dal titolo "La testimonianza del corpo malato", si conclude con l'accostamento, più volte e da più parti ripetuto, fra l'agonia pubblica del Papa e la crocefissione.
C'è una corrispondenza perfetta fra il commento e la presentazione visiva: entrambi mettono al centro l'immagine e il corpo. Adottando questo stile, il giornale è perfettamente à la page, in un'epoca in cui la presentazione televisiva degli eventi detta legge a tutti, anche e soprattutto ai giornali, ed in cui anche per questo immagine e corpo invadono letteralmente la scena intellettuale. Schiere di storici alla moda magnificano la cosiddetta "svolta iconica" e schiere di studiosi di letteratura scrivono sul corpo, la corporeità in letteratura, ecc.
Meno facile appare, per Repubblica, conciliare questo stile di presentazione giornalistica con il programma culturale enunciato sin dall'inizio dal fondatore Eugenio Scalfari, che richiamandosi all'Illuminismo più volte ha parlato dell'opera di "laicizzazione" che doveva svolgere il suo giornale in una società e in un tempo che soffrono – ha scritto giustamente nel 2001 – "per un drammatico deficit di razionalità". Di questo deficit la focalizzazione sull'immagine e sul corpo sono tra i segni distintivi. A questo deficit, anziché opporvisi, col suo stile di presentazione delle notizie ‟Repubblica” contribuisce potentemente. Fa lo stesso gioco alla patetizzazione che fanno i giornali popolari ma, allo stesso tempo, strizza l'occhio al suo pubblico colto e alle mode culturali dettate dall'irrazionalismo postmoderno. Altro che Illuminismo.

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