La morte di Nicola Calipari, agente di alto livello dei servizi segreti italiani, persona di fiducia del governo italiano, ucciso mentre compiva una missione su istruzioni precise del governo italiano, è solo in apparenza una questione internazionale, o un problema nei rapporti e nelle relazioni fra Italia e Stati Uniti.
Calipari, come è tristemente noto e come viene ripetuto ogni giorno sui nostri giornali e dalla nostra televisione, è stato ucciso da una pattuglia americana che ha fatto fuoco sulla macchina - che forse correva veloce e forse andava piano, che forse ha visto e forse non ha visto (o non ha avuto) segnali di avvertimento - mentre quella macchina stava portando all’aeroporto di Baghdad la giornalista italiana Giuliana Sgrena, appena liberata dagli agenti italiani dopo un rapimento e una trattativa durata un mese.
L’incidente è apparso subito gravissimo per due ragioni. La prima è che un alto funzionario italiano è stato ucciso mentre compiva una missione autorizzata e anzi comandata dal suo governo. Sia chiaro che non ci sono ragioni per credere che sia stato ucciso con intenzione.
Ma prima ancora che ce lo riveli la relativa indifferenza e irritazione degli alleati americani, ci viene detto, più o meno chiaramente, che Calipari è stato ucciso come può accadere di notte in zona di guerra: un’auto corre, una pattuglia spara.
Segue una grande e penosa finzione, la ‟commissione paritetica di inchiesta”. Gli americani, che, anche quando sono brutali, sono sinceri e non amano le sceneggiate su gravi questioni politiche, non hanno mai detto che avrebbero aperto una inchiesta, ma soltanto che avrebbero ricostruito e accertato i fatti.
Non hanno mai parlato di ‟commissione paritetica”. Hanno dichiarato semplicemente - e onestamente - che due italiani sarebbero stati ammessi come ‟uditori” di quella commissione. Quella commissione non era di giudici indipendenti ma di militari incaricati di rappresentare le ragioni dei militari.
Dunque niente confronti, niente interrogatori, niente verifiche sul posto. Ma invece esibizione di materiale segreto, come le registrazioni delle telefonate e il monitoraggio dei satelliti.
Ci troviamo di fronte a due realtà diverse. Gli americani si sono dati come scopo esclusivo (ma esplicitamente dichiarato fin dall’inizio, con onesta brutalità) di accertare - nel senso di dimostrarne la correttezza e la legittimità - il comportamento dei loro soldati in area americana, in tempo di guerra e sotto l’esclusiva responsabilità di comandi di truppe americane, o di gruppi privati da essi dipendenti.
Gli italiani hanno annunciato la commissione congiunta, fatto credere a una situazione di parità, di accesso ai reperti, di autorità e di diritti condivisi. Hanno preannunciato un esito che avrebbe potuto essere più o meno favorevole agli italiani ma che avrebbe avuto comunque la forza, la logica, la legittimità di un verdetto accettabile.
La conclusione non è un verdetto, non è una decisione giuridica. È un comunicato con il quale una autorità militare verifica il comportamento dei propri uomini e - dall’unico punto di vista della sua logica di controllo del territorio in zona di guerra - conferma e approva l’operato dei propri uomini (come dimostra il rapporto militare diffuso ieri dal comando Usa). C’è da immaginare che gli anonimi membri del gruppo americano di lavoro (anonimi nel senso che, a parte il generale che ha presieduto, non è stato comunicato il nome, il rango, la funzione, il grado di esperienza dei partecipanti) non abbiano neppure richiesto la firma dei due auditori italiani. Il rifiuto di quella firma è qualcosa che riguarda gli italiani, o meglio, il governo, che cerca di marcare la distanza di ciò che è accaduto per non restarne travolto.
Al gruppo di lavoro americano quelle firme non servono, non mancano e non significano niente. Ciò che agli italiani è stato detto di attendere come il verdetto di una commissione paritetica di inchiesta è invece il comunicato interno di una autorità militare che approva se stessa.
È bene ripetere: qui non è in gioco il rapporto, militare o diplomatico, fra l’Italia e gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non hanno mai promesso niente e dunque non hanno mancato o deluso nessuna promessa. È in gioco il rapporto fra l’Italia e l’Italia. Ovvero l’Italia e il suo governo. E - a nome dell’Italia - fra tutti coloro che si oppongono a Berlusconi e alla conduzione frivola e incosciente della politica estera e militare di Berlusconi.
Il caso Calipari, così come viene raccontato dagli americani, stride con la realtà, solo perché noi, in Italia, siamo prigionieri di una verità scrupolosamente e minuziosamente falsificata. Falsificata al punto da deviare l’intero flusso di comunicazioni, compreso quello che orienta (e che a volte ha diviso) il comportamento della opposizione sulla guerra in Iraq.
Coloro che - nel Parlamento italiano - si sono domandati a lungo se si dovesse o potesse rifiutare di inviare truppe in Iraq e hanno deciso, anche a sinistra, che ‟gli iracheni non possono essere lasciati soli” hanno saltato una domanda essenziale, su cui si è giocato il destino di Calipari e di decine di soldati italiani a Nassiriya: oltre al problema del sì o del no c'era il problema del ‟come” andare in Iraq. Su quel delicatissimo problema con abilità e fiumi di retorica il governo e le sue truppe parlamentari sono riusciti a deviare ed eliminare il dibattito. La domanda era: se si va, a quali condizioni, con quali diritti, a quale livello di partecipazione e di decisione?
In ogni trattato, per quanto potente sia la controparte, c'è un punto in cui si discute alla pari, altrimenti non è una alleanza ma uno stato di subordinazione. Ci sono mille ragioni per essere alleati con gli americani. Ma nessuna ragione di rinunciare ai diritti di un Paese sovrano, che ha un ruolo, un peso e, in questo caso, anche una funzione simbolica. Tutto ciò non ha contato nulla, per il frivolo Governo Berlusconi. S'intende che se un corpo di spedizione militare va a congiungersi con altre truppe che sono in guerra, intorno a quelle truppe si forma un'area di attività di servizi e di funzionariato che dovrà avere, presso l'alleato che si va a sostenere, autonomia, protezione e franchigia.
S'intende che se lo Stato sovrano A si unisce, in una rischiosa operazione di guerra, allo Stato sovrano B, porta fatalmente in quella vicenda bellica, anche le opinioni del suo Parlamento (opposizione inclusa) e della sua opinione pubblica.
Ora l'opinione pubblica italiana è fortemente in favore della liberazione degli ostaggi, anche quando ci sono costi e rischi.
Ciò può essere in contrasto con le decisioni dell'alleato al quale ci siamo uniti, ma dove è stato detto, scritto o deciso che l'Italia avrebbe abdicato alla sua volontà di governo, di Parlamento e di opinione pubblica per adottare tutti i punti di vista dell'alleato? Come può perdere diritti qualcuno che va volontariamente ad aiutare qualcun altro? Esempio: nel corso dell'ultima guerra mondiale, la piccola Francia del generale De Gaulle (la cui presenza accanto al gigante America aveva però un peso morale molto grande) aveva interesse ad apparire come prima autorità occupante nel Nord Africa appena liberato (Algeria, Tunisia) nonostante la sproporzionata presenza delle truppe americane e inglesi.
E dunque, appena cacciati i tedeschi, è stata la bandiera francese a sventolare sulla vittoria che certo francese non era. È avvenuto perché così richiedeva la buona politica del momento.
Berlusconi invece è corso avanti a offrire soldati in cambio di niente e ha mentito due volte. Agli italiani ha detto che si trattava di una missione di pace (e ciò ha provocato più morti - o forse tutti i morti da Nassiriya a Baghdad - perché nessuna precauzione è stata presa per proteggere il contingente della presunta missione di pace).
Agli americani - che pure hanno una cultura politica fondata sul pragmatico rendersi conto delle necessità degli altri - è stato fatto capire che non vi era alcuna condizione, alcun diritto italiano da salvaguardare. E così abbiamo avuto, per la prima volta dal 1945, truppe italiane sotto comando inglese, a sua volta subordinato al comando americano, senza alcun organo di consultazione e di mediazione nè per le emergenze nè per i fatti di tutti i giorni.
Un esempio delle complicazioni di tutti i giorni ci viene dato da un resoconto pubblicato da la Repubblica del 29 aprile. Si tratta di una violenta battaglia di Nassiriya improvvisamente scoppiata alcune notti fa nella zona presidiata dagli italiani, ma condotta senza preavviso da truppe americane contro ribelli sciiti dell'Iman Al Sadr, che però non attaccano mai gli italiani da quando le nostre truppe si sono ritirate in postazioni fortificate lontane dai centri abitati. Di quella battaglia gli italiani non sono mai stati informati né prima né dopo (ma avrebbero potuto essere obiettivo di rivalsa e di vendetta da parte degli attaccati). Ciò avviene perché non esiste alcun trattato tra i due alleati che preveda informazioni del genere e non esiste alcun organo politico o militare in grado di accogliere una protesta o che abbia il dovere di offrire una ragione.
Ecco spiegato, nella sua immensa tristezza, nell'epilogo che resterà inconsolabile per la famiglia, gravissimo per il Sismi, e macchia indelebile per il governo italiano, (finché ci sarà questo governo italiano) il caso Calipari. Non c'era nessuno a cui comunicare la decisione italiana di salvare la Sgrena nel modo, al costo e col rischio richiesto dall'intera opinione pubblica italiana. Non c'era nessuno che avesse l'autorità di dirlo e nessuno che avesse il dovere di prenderne atto e di rendere sicura (per quanto è possibile in guerra, per quanto è possibile senza la finzione di una inesistente missione di pace) la strada della salvezza verso l'Italia.
Il governo delle pacche sulle spalle, dell'ottimismo incosciente, del Festival di Sanremo e della campagna elettorale senza fine, aveva altre cose da fare che stipulare un trattato che desse diritti e rispetto a soldati e funzionari della Repubblica italiana operanti in zona di guerra per decisione e su istruzioni di quel governo.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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