L'altra notte altri dodici bambini se ne sono andati: ormai sono 468 le persone uccise dall'epidemia di encefalite cerebrale che ha colpito alcune zone dell'India settentrionale nell'ultimo mese. Gran parte delle vittime sono bambini, i più vulnerabili: almeno 700 sono ricoverati negli ospedali pubblici tra la vita e la morte. I bollettini quotidiani sono drammatici: ‟Tra 10 e 15 persone sono morte ogni giorno, nelle ultime tre settimane”, avvertiva il signor O. P. Singh, direttore generale dei servizi sanitari dell'Uttar Pradesh (lo stato centrale della pianura del Gange e il più popoloso dell'India intera, con 140 milioni di abitanti). Ieri poi il microbiologo-capo del servizio sanitario nazionale, T. N. Dhole, ha riferito della sua missione nei distretti colpiti: la situazione, ha detto, ‟è catastrofica”. ‟Il bilancio dev'essere molto più alto, perché il governo sta contando solo i decessi avvenuti negli ospedali pubblici. Migliaia di bambini potrebbero essere morti nei loro villaggi senza medicine, e poi non abbiamo nessun dato dagli ospedali privati”. Drammatiche le cronache: un corrispondente dell'agenzia ‟France Presse” decrive scene toccanti nel King Georges Medical College di Lucknow, capitale dell'Uttar Pradesh, con madri che piangono disperate, e letti in cui sono accomodati due o tre bambini con flebo di glucosio o soluzioni saline: il filo che li tiene attaccati alla vita. Cronache drammatiche: purtroppo però si ripetono più o meno simili ogni estate. Questa encefalite (‟giapponese”, comparsa per la prima volta in Uttar Pradesh nel 1978) è provocata da un virus che ‟alberga” in animali domestici come il maiale o in certi uccelli migratori, e passa agli umani attraverso la puntura di zanzare del genere Culex. Per questo la malattia si diffonde soprattutto dove ci sono risaie, canali di irrigazione e in genere acqua stagna; è presente in molte regioni dell'Asia orientale, del sud-est e nel subcontinente indiano. Durante le piogge monsoniche la frequenza aumenta, con scoppi di epidemia comme quello che sta spazzando l'Uttar Pradesh (e parte del Nepal, ma là le notizie sono più frammentarie). Insomma, è una malattia ‟normale”, proprio come la dengue o la febbre gialla (in effetti sono virus dello stesso genere), o come la malaria, anche quella diffusa attraverso una zanzara. L'encefalite giapponese provoca l'infiammazione della corteccia cerebrale, con febbre alta, tremiti, delirio; chi sopravvive può restare menomato. Per la verità, nella gran parte dei casi l'infezione resta silente. La malattia si sviluppa in circa 20 casi su mille: e sono gli organismi più deboli ad ammalarsi. Dunque colpisce soprattutto chi vive in zone povere, senza servizi sanitari o acqua potabile, con più alta malnutrizione. Una malattia ‟da poveri”.
Durante un precedente scoppio di encefalite, l'estate scorsa, un noto magazine indiano aveva fatto notare che negli anni `90 la spesa pubblica per la sanità è crollata, e che è rallentato il declino della mortalità infantile e sono tornate a crescere malattie infettive come malaria, dengue, encefalite (‟Frontline”,” In a critical condition, 5 giugno 2004). Parlava di un sistema duale, con servizi high-tech a pagamento per l'élite e servizi pubblici minimi per i ‟poveri”. Se la prendeva con il Piano sanitario nazionale del 2002, che stracciava il concetto di accesso universale (enunciato invece dalle leggi nazionali nell'83). Citava il Programma comune della coalizione di centrosinistra che ora è al governo: promette pasti gratuiti per i bambini a scuola e ambulatori in ogni distretto. Citava anche Mira Shiva, medico e co-fondatrice del People's Health Movement: ‟il governo punta tutto sulle vaccinazioni invece di migliorare la nutrizione, l'igiene pubblica e l'acqua potabile, che aumenterebbero la resistenza alle malattie”. Già. Ieri il direttore del servizio sanitario dell'Uttar Pradesh si disperava: ‟L'unico modo per contenere la malattia è il vaccino, ma come servizio sanitario statale non abbiamo abbastanza vaccini”. Ogni dose di vaccino costa 50 rupie, poco meno di un euro: ma servono 7,5 milioni di dosi, e il servizio sanitario non riesce a far uscire i soldi necessari dal suo bilancio annuale di 1 miliardo di rupie.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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