È possibile essere contrari alla pena di morte e allo stesso tempo favorevoli al tirannicidio? Credo di sì per quanto mi riguarda, ma la sommaria esecuzione di Saddam Hussein che sembrava più una crudele rappresaglia che una giustizia imparziale, ha reso sempre più difficile sostenere entrambe le posizioni. Tuttavia, pur sempre contraddittorie, non le trovo incompatibili. Non penso che lo Stato dovrebbe uccidere persone condannate per reati commessi contro altre persone, anche per i delitti più efferati. Tranne nel caso di difesa da un attacco militare o di a chi ne è vittima, lo Stato non dovrebbe uccidere nessuno. Il suo primo dovere è la difesa della vita. Ma un tiranno è responsabile di crimini non solo contro gli individui, ma anche contro la solidarietà dei cittadini, contro la cosa pubblica, contro l’idea stessa di una comunità politica. E questo sembra fare la differenza, un tiranno non è un criminale comune.
Assassinare un tiranno non pone problemi di ordine morale. Pensate a un despota nel pieno dei suoi poteri e attivamente impegnato, in quel momento, a opprimere il suo popolo: le prigioni affollate, i torturatori all’opera, gli squadroni della morte che battono il Paese, gli esattori-estorsori. E in guerra con il suo popolo - e non certo in senso metaforico - e ucciderlo è un legittimo atto di guerra. Il tirannicidio è un delitto onorevole e in genere i suoi perpetratori vengono accolti con tutti gli onori. Ma provate a immaginare lo stesso despota che viene destituito: è un prigioniero di guerra e non può semplicemente essere ucciso. Non dovrebbe essere giudicato per i suoi crimini di fronte a un tribunale e, se condannato, punito in modo giusto e umano? Adesso che non ha più potere, nelle vesti da prigioniero, perché mai gli si dovrebbe riservare un trattamento diverso da quello degli altri prigionieri?
La prima volta che ho trattato questo argomento è stato a proposito dire come Carlo I e Luigi XVI rovesciati durante una rivoluzione e giudicati dai rivoluzionari. In Francia i giacobini volevano uccidere il re senza nemmeno fargli un processo perché non era un cittadino francese, ma piuttosto un ‟nemico del popolo” che continuava a rappresentare una minaccia anche dalla prigione. I capi della Gironda che potremmo definire il centro-sinistra della Rivoluzione francese, insistevano che Luigi fosse il «citoyen Louis Capet» accusato di tirannia e tradimento, che avrebbe dovuto essere processato come qualsiasi altro criminale, e in caso di condanna per tradimento, giustiziato come qualsiasi altro traditore.
La pena di morte esisteva già e visto che per i girondini il processo doveva dimostrare che Luigi era un cittadino come tutti gli altri, non avrebbe avuto senso esentano dalla pena. Luigi diceva di regnare per diritto divino e sarebbe stato giudicato da un tribunale umano. Diceva di essere legalmente inviolabile e sarebbe stato giudicato dai suoi pari. Diceva essere fisicamente intoccabile e sarebbe stato giustiziato dal boia.
Tom Paine, il rivoluzionario itinerante che all’epoca era membro dell’Assemblea francese e contrario alla pena morte, aveva proposto che dopo il processo Luigi fosse mandato in esilio negli Stati Uniti dove avrebbe trascorso il resto della sua vita a fare l’orologiaio nella repubblicana Philadelphia. Sembrava il finale perfetto, ma solo se Luigi avesse accettato la decisione senza tramare per ritornare sul trono e se i suoi sudditi avessero potuto vederlo (o saperlo) a riparare orologi.
L’esilio di un sovrano recalcitrante e impenitente avrebbe messo fine alla monarchia? Forse no, ma nemmeno la sua esecuzione. I re ritornarono dopo il fallimento della rivoluzione, nonostante l’esecuzione dire Luigi, così come tornarono dopo quella di Carlo, nonostante voto di Cromwell di ‟tagliare la testa del re con la corona indosso”.
Tuttavia, la monarchia-come-la-conoscevano non è mai più tornata. L’esecuzione de re segnava la fine del divino diritto monarchico, cosa che l’esilio non avrebbe mai potuto fare (i re erano stati esiliati in passato). E questa mi pare una solida argomentazione sia per il processo sia per l’esecuzione.
Ma i re venivano uccisi perché di norma anche i criminali comuni venivano uccisi. In Iraq Saddam Hussein è stato ucciso perché la pena di morte è stata legalmente istituita e ampiamente accettata. Una posizione più facile di quella ipotizzata all’inizio: voglio abolire la pena di morte, ma non voglio cominciare risparmiando un tiranno. Lasciamo che la prima persona a salvarsi sia uno come noi che non è mai stato onnipotente, che non è mai stato il tiranno crudele e spietato per milioni di persone. Ma quando uccidiamo questo tiranno crudele e spietato non stiamo imitando il suo stesso comportamento?
Penso che la differenza fondamentale stia nel processo: le sue vittime non hanno mai avuto diritto a un processo. In un certo senso, ovviamente, il processo è una farsa, il verdetto è noto sin dall’inizio (perché i fatti del caso non sono in discussione). Tuttavia il tiranno parla alla Corte e al Paese giustificandola sua condotta come vuole e i suoi legali hanno quanto meno l’opportunità di confrontare e confutare le prove contro di lui. E poi, dopo che è stato condannato, viene giustiziato perché solo l’esecuzione mette definitivamente fine a una tirannia. Solo l’esecuzione offre la conclusione di cui la comunità politica ha bisogno.
Ma ora immaginate che la pena di morte fosse già stata abolita: sarei ancora favorevole al tirannicidio? Non credo che la questione si porrà mai perché i tiranni-come-noi-li-conosciamo non hanno mai governato senza la pena di morte. Uno Stato tirannico si macchia sempre di sangue, così, forse, uno Stato che non si macchia di sangue non può essere uno Stato tirannico. E se così fosse, allora l’esecuzione di un tiranno dovrebbe essere l’ultima.
(Traduzione di Francesca Novajra)
Michael Walzer

Michael Walzer

Michael Walzer (1935), filosofo della morale e della politica, tra i più importanti negli Stati Uniti, ha insegnato all’Università di Princeton e a Harvard, è professore emerito di scienze sociali all’Institute for Advanced Studies di Princeton e collabora con la rivista “Dissent”. Tra i suoi libri pubblicati in italiano ricordiamo: Esodo e rivoluzione (Feltrinelli, 1986), Sfere di giustizia (Feltrinelli, 1987), Interpretazione e critica sociale (Edizioni Lavoro, 1990), Guerre giuste e ingiuste (Liguori, 1990), L’intellettuale militante (il Mulino, 1991), Che cosa significa essere americani (Marsilio, 1992), La rivoluzione dei santi (Claudiana, 1996), Sulla tolleranza (Laterza, 1998), Politica e profezia (Edizioni Lavoro, 1998), Geografia della morale (Dedalo, 1999), Ragione e passione (Feltrinelli, 2001), Il filo della politica (Diabasis, 2002).

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