Non ci sono limiti nei sempre più sanguinosi primati del terrore in Iraq. Circa 400 morti dalla formazione del nuovo governo di Ibrahim al Jaafari due settimane fa. Soltanto ieri sono stati almeno 67 in 6 attacchi kamikaze, quasi 100 i feriti. Questo potrebbe passare alla storia come il periodo con più vittime dalla fine della guerra due anni fa. I comandi militari americani si dicono fiduciosi sulla crescita del livello di addestramento tra i ranghi della nuova polizia irachena, sostengono che i gruppi del terrorismo legati all’uomo di Al Qaeda in Iraq, Abu Mussab al Zarkawi, sarebbero ”alla fine delle loro riserve”. ‟Non potranno mantenere a lungo un livello di attacchi tanto intenso”, dicevano qualche giorno fa al Pentagono. Ma i fatti sul terreno lasciano supporre di essere nel cuore di una aggressiva offensiva di guerriglia e terrorismo. Nel solo mese di aprile ci sono state 135 auto bomba (a marzo erano state 69). E, ancora ad aprile, gli attentati suicidi sono stati oltre il 50 per cento. Un dato senza precedenti. Sino ad ora dominava la convinzione per cui i kamikaze venivano nella stragrande maggioranza reclutati tra i ranghi di volontari delle brigate islamiche internazionali. Per lo più giovani di origine saudita, palestinese, siriana, afghana, algerina, egiziana. ‟Ora invece appare evidente che un numero crescente di iracheni è disposto a farsi saltare in aria”, ammettono ancora al Pentagono. Segno tra l’altro che l’ideologia fondamentalista della guerra santa e del martirio sta ormai permeando di sé anche le cellule più laiche della guerriglia baathista, per tradizione culturale e politica molto lontane dall’idea del suicidio come metodo di lotta. La ripresa delle violenze arriva dopo un periodo di relativa calma, che aveva fatto sperare in una svolta pacifica dopo il successo delle elezioni il 30 gennaio. Ancora la statistiche americane parlavano di una riduzione degli attentati ai danni delle forze della coalizione (inclusi i 3.280 italiani a Nassiriya). Ai primi di gennaio si registravano oltre 140 attentati quotidiani. In febbraio e marzo il dato era sceso significativamente a 35. Ma la calma non è durata. Il 20 aprile, 57 corpi sono stati ripescati dal Tigri presso il villaggio di Madaen, una trentina di chilometri a sud della capitale. Sono solo una parte degli oltre 150 sciiti che sarebbero stati rapiti qualche giorno prima dalla guerriglia sunnita. Nove giorni dopo esplodono almeno 17 auto bomba, la maggioranza a Bagdad, causando oltre 50 morti. Il 4 maggio è colpito un centro di reclutamento per la nuova polizia nella città curda di Erbil: 60 morti. Ieri l’attentato più grave è stato molto simile. Un kamikaze si è fatto saltare tra le reclute nella caserma di Hawija, nella regione centro settentrionale. Gli ultimi bilanci segnalano 33 vittime (35 feriti), quasi tutti sciiti e aspiranti poliziotti. Lo stesso è avvenuto a Tikrit, zona natale di Saddam Hussein. E poi ancora bombe a Bagdad, almeno quattro, quasi tutte mirate a colpire le forze che dovrebbero puntellare e garantire il nuovo governo iracheno. E, a peggiorare il bilancio della giornata, la notizia in serata della presunta morte di Akihito Saito, l’impiegato giapponese di una ditta di sicurezza britannica apparentemente rapito dai miliziani islamici. Ieri, il sito della società Hart riportava le dichiarazioni di un testimone oculare secondo il quale il 44enne ex soldato d’élite avrebbe riportato ‟ferite letali nell’incidente”. L’emergenza attentati porta con sé modifiche profonde tra la popolazione. Specialmente a Bagdad si sta tornando alle paure del primo dopoguerra. Sarà ben difficile per Jaafari il compito di ridare fiducia al Paese. Nelle vie principali gli annunci mortuari hanno definitivamente coperto ciò che restava dei vecchi manifesti elettorali. Il nome di ogni morto è sempre accompagnato da un versetto coranico che gli promette il paradiso eterno come ‟vittima innocente della violenza”. Ci si sposa di meno, oppure lo si fa in sordina. Tre anni fa i giovedì di primavera potevano vedere sino a 350 feste di matrimonio in tutta la zona della capitale. Ora non sono più di una ventina. Crescono invece i prezzi delle pompe funebri. Una volta un funerale non costava più di 5 dollari. Ora ne occorrono almeno 10. E la processione al cimitero termina presto, non dopo le 18. Prima dell’imbrunire tutti vogliono essere al sicuro in casa. Con il buio trionfa il deserto.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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