Quando il 22 novembre del 1998, alle undici di sera, qualcuno suonò alla porta del giurista Darius Foruhar e di sua moglie Parvaneh Eskandari, due noti intellettuali di Teheran, sembrava che il peggio per gli intellettuali critici iraniani fosse già alle spalle. Erano passati più di due anni dal caso di intimidazione più clamoroso, quando i servizi segreti programmarono di far fuori in un colpo solo una trentina di scrittori, organizzando un viaggio in pullman verso l´Armenia con il pretesto di un convegno e ordinando all´autista di far precipitare il pullman in un precipizio sul passo di Heiran, nelle impervie montagne al confine con l´Armenia. (Solo il tentativo dell´autista di buttarsi fuori dal pullman già sull´orlo del baratro fece fallire la manovra). Ed era passato un anno da quando una valanga di voti aveva portato al potere Khatami, un presidente che prometteva democrazia e rispetto dei diritti umani.
Darius Foruhar aprì dunque la porta senza paura, nonostante l´ora insolita. Due agenti della polizia mostrarono un ordine di perquisizione: l´automobile di Foruhar era stata usata per un delitto, asserirono. Entrarono in sette. Due di loro legarono Foruhar a una sedia, un altro gli tenne chiusa la bocca mentre un terzo gli inferse undici pugnalate. Poi salirono nella camera dove dormiva la moglie, la immobilizzarono e l´uccisero con ventisei pugnalate nel petto.
Tutto questo lo si legge nel verbale del processo, il più straordinario nella storia della Repubblica islamica dell´Iran, quello che aveva fatto sperare a tutti gli iraniani (salvo quelli che stavano dietro i delitti) che stesse cominciando una nuova era, e che finalmente con Khatami il paese sarebbe cambiato. Al processo si arrivò dopo che all´assassinio di Foruhar e della moglie era seguita una catena di delitti. Sei giorni dopo la loro morte, Majid Sharif, un intellettuale che dal giornale Irane Farda perorava la separazione della religione dallo Stato, uscì di casa per andare a Mashad, dove doveva partecipare a un funerale, ma al funerale non arrivò mai. Il suo cadavere fu trovato vestito di una tuta da jogging. Sei giorni dopo scomparve il poeta Mohammad Mohtari, trovato strangolato nel deserto di Varamin esattamente il giorno in cui un altro noto saggista e traduttore, Jafar Puyandeh, fu visto vivo per l´ultima volta. Entrambi avevano firmato una petizione con cui gli scrittori chiedevano la ricostituzione della loro associazione.
”Ognuno di noi aspetta ormai il suo turno” mi disse Hushang Goldshiri, il più famoso scrittore iraniano quando l´andai a trovare nella sua casa da dove non usciva da settimane. Ma l´elezione di Khatami aveva dato coraggio agli iraniani. I giornali pubblicarono pagine sugli assassinii in serie degli intellettuali, gli studenti manifestarono, 50 scrittori scrissero una lettera aperta al leader supremo Khamenei, e il presidente Khatami, nel discorso più coraggioso della sua presidenza, parlò di ‟fascismo religioso”. I fondamentalisti furono colti di sorpresa dalle reazioni dell´opinione pubblica e lo stesso Khamenei ordinò di trovare i colpevoli. Si disse sicuro che si trattava di cospiratori stranieri, pagati dal grande Satana, che miravano a portare discredito alla Repubblica islamica. Le stesse frasi pronunciate oggi a proposito delle bombe che sono esplose in questi giorni ad Ahwaz e a Teheran.
Allora invece successe quello che non era mai accaduto prima nella storia ventennale della Repubblica islamica: il 5 gennaio del 1999 i servizi segreti furono costretti ad ammettere la propria la responsabilità per gli assassinii. Il ministro in carica annunciò che i colpevoli appartenevano un gruppo di agenti, deviati, che erano stati prontamente arrestati: tra questi il più noto era Said Emami, che era stato il braccio destro di Ali Fallahian, il famigerato ministro dell´intelligence al tempo del presidente Rafsanjani che un tribunale di Berlino aveva riconosciuto responsabile degli assassini di oppositori del regime all´estero.
Fallahian e Said Emami avevano dovuto lasciare il governo con l´avvento di Khatami.
Sei anni dopo quel processo che fece tanto scalpore, chi è ancora in carcere è solo l´avvocato difensore delle famiglie delle vittime, Nasser Zarafshan. La dimostrazione più palese del fallimento delle riforme promesse da Khatami la si poteva avere ieri pomeriggio davanti al carcere di Evin, dove la moglie di Zarafshan, rappresentanti delle associazioni degli scrittori e degli avvocati, e alcuni gruppi di studenti hanno organizzato una manifestazione di solidarietà con l´avvocato che cinque giorni fa ha cominciato in carcere uno sciopero della fame.
Accusato ‟di aver divulgato alla stampa notizie sulle indagini”, Zarafshan fu condannato subito dopo il processo a cinque anni. Gli altri due membri del collegio di difesa delle famiglie degli scrittori assassinati, di cui uno era Shirin Ebadi, insignita l´anno scorso del premio Nobel per la pace, se la cavarono con 40 giorni di carcere. Zarafshan, che aveva cercato di scoprire cosa c´era dietro le messe in scena dei servizi segreti, non fu più fatto uscire di carcere. L´ultimo atto della sceneggiata è del 18 giugno del 1999: il capo della giustizia militare, l´Hojatoleslam Mohammad Niazi, annunciò che il tribunale aveva riconosciuto responsabile della serie di delitti Said Emami, il quale ‟senz´altro sarebbe stato condannato a morte”, se purtroppo non si fosse ucciso in carcere, nonostante la rigida sorveglianza, ingoiando mentre faceva la doccia una dose massiccia di dopobarba e crema depilante. Le altre 23 persone accusate di essere suoi complici erano state liberate sotto cauzione.
Homa Zarafshan, la moglie dell´avvocato, è una donna coraggiosa e dolce. Da cinque giorni passa le giornate davanti al carcere per chiedere la libertà del marito che è gravemente malato di diabete. Finora non aveva osato protestare pubblicamente, ci dice, perché ha un figlio di dieci anni e teme per lui. Circa cinquecento persone, deputati riformatori, studenti, e l´indomabile Ebrahim Yazdi che era stato il primo ministro degli Esteri della Repubblica islamica e ieri è stato picchiato dagli hezbollah dopo un comizio, sono venuti a manifestarle la loro solidarietà. La poetessa Simin Behbahani ha avuto appena il tempo di leggere una poesia che la polizia è venuta a dire che il gruppo doveva immediatamente disperdersi, o la loro incolumità non sarebbe stata più garantita.
A pochi giorni dalle elezioni la polizia usa la mano leggera. Dopo le delusioni ricevute da Khatami molti pensano che nessun cambiamento sia possibile con le elezioni. Le organizzazioni studentesche e diversi politici hanno invitato gli iraniani a boicottarle. L´invito più stringente al boicottaggio viene proprio dal carcere di Evin, dove Akbar Ganji, un giornalista condannato perché denunciò l´uccisione dei dissidenti, ha scritto un manifesto con cui chiede agli iraniani di boicottare un regime che dà a un solo uomo poteri assoluti su tutti gli organi eletti.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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