Gli allarmi si erano moltiplicati, nei giorni scorsi. Ieri è successo: un'operatrice umanitaria, Clementina Cantoni, è stata rapita nella capitale afghana Kabul. Italiana, Cantoni lavora per la sezione canadese dell'organizzazione non governativa Care International; è la responsabile di un programma di aiuti alimentari alle vedove. Il rapimento è avvenuto intorno alle 8,30 di sera, ora di Kabul, in una zona centrale della città: Shahr-i-Naw, dove si trovano numerose organizzazioni internazionali e anche ristoranti e luoghi frequentati dalla comunità straniera nella capitale afghana. Clementina Cantoni era in auto: il veicolo è stato bloccato, i vetri rotti, lei trascinata fuori e costretta a salire su una toyota bianca che poi si è allontanata, dice un ufficiale della polizia afghana. Secondo testimonianze arrivate agli altri operatori umanitari a Kabul su quel veicolo c'erano altre due persone: una canadese, sembra, e un afghano, ma loro sono riusciti a fuggire. Il rapimento è stato confermato sia dall'ambasciata italiana a Kabul, sia da Care Canada, sia dal ministero degli esteri italiano - ma con pochissimi dettagli. L'ambasciata italiana informa che è in contatto con le autorità afghane. La Farnesina comunica che il ministro degli esteri ha disposto di dare ‟massima priorità” al caso.
Nessuno può dire ancora perché l'operatrice di Care sia stata rapita e da chi. È certo però che la comunità straniera a Kabul era in allarme già da qualche tempo. Il 12 maggio l'ufficio per la sicurezza delle Ong (Afghanistan Ngo Security Office, Anso) aveva diramato un allarme: gli operatori umanitari a Kabul sono a rischio. ‟Abbiamo avuto alcuni tentativi di rapimento ultimamente a Kabul”, aveva detto Dave Heed, uno dei responsabili dell'ufficio (lo riferiva ‟AlertNet”, un servizio dell'agenzia reuter). Si trattava con ogni probabilità di casi legati a bande criminali, piuttosto che estremisti politici, ha aggiunto Heed, ma sono noti casi di ostaggi ‟venduti” a gruppi della resistenza.
”L'allarme era arrivato anche a noi, proprio una settimana fa l'ambasciata italiana ci aveva messo in allerta”, ci dice al telefono Marco Garatti, medico all'ospedale di Emergency a Kabul. ‟Del resto sono mesi ormai che limitiamo al massimo gli spostamenti. Ora abbiamo preso precauzioni ancora più drastiche, viviamo reclusi: usciti dall'ospedale andiamo a casa, che è di fronte, e ci restiamo”.
La zona dove ieri è stata rapita Clementina Cantoni è quella dove l'8 maggio una bomba piazzata in un internet café aveva ucciso tre persone, tra cui un operatore umanitario delle Nazioni Unite, un cittadino di Myanmar (Birmania). Altri segnali dell'insicurezza crescente: in aprile un americano era stato preso e ficcato nel bagagliaio di una macchina, ma era riuscito a liberarsi e sfuggire al sequestro. In un altro caso un'auto che portava degli stranieri era stata bloccata da uomini armati, ma l'autista aveva avuto la presenza di spirito di fare marcia indietro e scappare. In marzo un cooperante del governo britannico era stato ucciso, vicino alla foresteria delle Nazioni unite, sparato da distanza ravvicinata dopo che il suo veicolo era stato bloccato: come un'esecuzione. E questo aveva allarmato in modo particolare i circa 2.000 stranieri che lavorano a Kabul, cooperanti e umanitari. In ottobre tre operatori delle Nazioni unite erano stati rapiti, e rilasciati qualche tempo dopo; per il governo afghano i sequestratori erano una banda che agiva per conto di una fazione dei Taleban, i quali avevano chiesto il rilascio di alcuni prigionieri in cambio della vita dei tre.
La turbolenza afghana da dunque investito in pieno anche Kabul. Nel sud, a Kandahar e nelle provincie circostanti, da tempo ormai le organizzazioni internazionali hanno limitato moltissimo le attività (e molte si sono ritirate). Sicuro l'Afghanistan non lo è mai stato. Nel 2004, 24 operatori (operatrici) umanitari erano stati uccisi, quasi il doppio che nel 2003, e quest'anno già sei persone hanno perso la vita, di cui uno straniero. Gli altri erano afghani, donne e uomini. Come le tre donne trovate morte di recente, nel nord del paese, accanto a cartelli che amminiscono le afghane a non lavorare con le Ong, straniere o afghane. Ci sono circa 3.000 Ong in Afghanistan, di cui circa 300 internazionali.
La violenza e l'insicurezza sono aumentate questa primavera: c'è la resistenza dei gruppi definiti ‟nuovi” Taleban, che riprende con la buona stagione, e c'è la tensione creata dalla campagna di sradicamento del papavero da oppio, con episodi di rivolta dei piccoli contadini che si vedono togliere la fonte di reddito più sicura. E tutto questo getta un dubbio sulle elezioni parlamentari, previste per settembre.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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