Stefano e Nicola, Eva e Nica, Celeste e Marina, Dario e Marco, Angelo e Piergiorgio. Una cinquantina di coppie gay, lesbiche e transessuali (ma anche qualcuna eterosessuale) circondate da amici, parenti simpatizzanti, giornalisti e servizio d'ordine di polizia si sono date appuntamento ieri mattina a Roma in piazza San Lorenzo in Lucina. Nel pieno centro della capitale e proprio all'angolo con via del Corso, dove poche settimane fa due ragazzi gay che si tenevano per mano sono stati aggrediti e malmenati da un gruppetto di giovani picchiatori autoinvestiti del ruolo di difensori della morale tradizionale. Ieri mattina, però, niente botte. Solo una festa per celebrare in piazza, visto che in municipio ancora non è possibile, una realistica simulazione del Pacs, il patto civile di solidarietà che una volta approvato dal parlamento darà il sospirato riconoscimento giuridico alle unioni di fatto etero e omosessuali. Una cerimonia collettiva, officiata da un folto gruppo di consiglieri comunali di Roma e di altre città muniti di fascia arcobaleno, in cui le coppie convenute si sono dette ‟sì” per rivendicare la parità etica e giuridica del loro amore. Con formule di rito in tutto simili a quelle del matrimonio civile, bouquet floreali e lanci di riso propiziatori. Tutto ‟come si deve”, insomma, rinunciando per questa volta al creativo pluralismo estetico tipico dei gay pride che tanti nasi fa storcere ai benpensanti di destra, centro e sinistra.
La mancanza della vituperata atmosfera da carnevale dionisiaco farà di sicuro storcere altri nasi (in realtà perlopiù sempre gli stessi) per i presunti scimmiottamenti dell'eterosessualità coniugale e della famiglia con la effe maiuscola. Ma nella festosa cerimonia di ieri non c'erano sentimenti di seconda mano. Tutto autentico, a cominciare da qualche lacrima di commozione che parecchi dei partecipanti non sono riusciti a trattenere e dai baci in pubblico avidamente ripresi dalle telecamere delle tivù. Lacrime e tenerezze che non discendono tanto dalle soap operas o dal dilagante culto della coppia da romanzo harmony, quanto piuttosto dal senso di liberazione che dà manifestare in pubblico la dignità dei propri sentimenti dopo la quantità industriale di mortificazioni che ancora oggi la stragrande maggioranza dei non eterosessuali continua a subire, per via di discriminazioni consapevoli o ancora più spesso (e più dolorosamente) inconsapevoli in famiglia, a scuola, sul lavoro e in tutti gli ambiti del pubblico discorso. Altro che desiderio di omologazione, quindi. Si piange e si gioisce soprattutto per aver trovato il coraggio di pretendere riconoscimento e rispetto per ciò che si è e si desidera essere. Come ha detto il presidente nazionale di Arcigay Sergio Lo Giudice al termine della manifestazione, che si è conclusa con un incontro in Campidoglio, ‟la forza della nostra politica sta nel fatto che mettiamo in gioco le nostre vite e i nostri sentimenti”. Qualcosa di vero e di ben lontano dall'astrattezza siderale di molta altra politica.
Al ‟Pacs day” di ieri ha aderito unitariamente la gran parte del movimento gay, lesbico e transessuale e hanno partecipato numerosi sostenitori di vecchia data del diritto al riconoscimento delle coppie di fatto, in rappresentanza di forze politiche (partiti di sinistra e radicali), associazioni e forze sindacali (Cgil).
Anche se non si è trattato di una manifestazione imponente come quella che lo scorso anno aveva raccolto sempre a Roma oltre 1.700 coppie in attesa di Pacs, la cinquantina di coppie che ieri si sono ‟pacsate” in piazza si sono comunque assunte una molto più ampia responsabilità di rappresentanza. ‟In Italia - ha spiegato infatti Alessandro Zan, dirigente di Arcigay e consigliere comunale a Padova, più di un milione di coppie di fatto aspettano di vedere riconosciuti i loro diritti”. Sempre che il letargico sistema politico italiano si risvegli dall'incantesimo bigotto che lo possiede. La prossima volta, si augura la presidente di Arcilesbica Cristina Gramolini, dovrà essere ‟tutto vero” (comprese le carte bollate). ‟E speriamo, aggiunge Gramolini, che sia presto. Anzi subito”.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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