Quartiere di Taimanie, strada n. 3. La casa dove lunedì sera Clementina Cantoni non arrivò mai è circondata da un muro di almeno tre metri. Al portone di ferro apre il guardiano, Massud. ‟L’attendevo per le 9 di ritorno da yoga, alle 10.30 sono arrivati invece i carabinieri e i diplomatici italiani per visionare l’abitazione. Lei qui da un anno vive sola. Mi hanno fatto qualche domanda sulle sue abitudini”, dice a voce bassa, guardingo. I dirigenti di Care International, l’organizzazione non governativa per cui lavora Clementina, sono stati inflessibili: nessun estraneo può entrare, tanto meno i giornalisti. E lui obbedisce, salvo dare ancora una breve risposta: ‟Non avevamo osservato niente di sospetto. Qui le strade sono strette, avremmo visto subito. E non credo sia stata pedinata uscendo di casa”. Fuori, nella luce limpida di questa primavera ancora fredda, un dedalo di viuzze strette. Attorno, altre ville a due piani, abitate per lo più da funzionari internazionali. A una trentina di metri da quella che qui chiamano ‟Clementina house” c’è la sede di ‟Concern”, un’ong inglese. Gli inquilini confermano: ‟Non c’era stato alcun motivo di allarme nelle ultime settimane. Di giorno c’è solo un guardiano con Clementina, la notte sono in due. Come noi, rigorosamente sempre disarmati, è previsto dal nostro statuto”. Le strade si animano, invece, per arrivare al luogo del rapimento, a meno di un chilometro di distanza. Qui si trova un’altra delle otto abitazioni dei dipendenti internazionali di Care a Kabul. Fino a lunedì sera vi abitava Julie Lafrenière, una giovane canadese che con l’amica italiana frequentava le lezioni di yoga. Ora è fuggita. ‟Ha assistito al rapimento mentre stava aprendo la porta di casa. Una questione di secondi e avrebbero potuto prendere anche lei. Un’ora dopo ha fatto le valigie assieme al marito, quindi sono stati interrogati dagli italiani e dalla polizia afghana. Poi hanno preso il primo volo per il Dubai”, raccontano i vicini e infatti qui li raggiungiamo telefonicamente. ‟Scusateci. Siamo ancora traumatizzati. Non sappiamo se torneremo”, dicono frettolosi. Sono le testimonianze di una comunità ferita, impaurita, ripiegata su se stessa, in attesa che ter mini finalmente l’incubo del sequestro. In gergo si chiamano gli ‟expat”, gli espatriati, un termine che suona un poco fuori moda, melanconico. Gli echi delle vicende irachene sono nella mente di tutti. Nel giardino fiorito di uno dei ritrovi Onu sono ben visibili le fotografie e una lapide di marmo in ricordo di Marla Ruzicka, la volontaria ventottenne di origine americana morta in un attentato a Bagdad tre settimane fa. Aveva lavorato a lungo in Afghanistan prima di arrivare in Iraq. ‟Dopo un po’che fai questo lavoro, scopri che siamo un gruppo tutto sommato ristretto”, dice un’altra italiana, Gabriella Guidoni. Il 3 febbraio Clementina aveva pianto a lungo nello scoprire che sull’aereo Onu caduto per una tempesta di neve sulle montagne attorno a Kabul c’erano due amici cari: Andrea Pollastri ( che aveva vissuto nella sua casa) e Gianluca Barattin. Ora non resta che aspettare. Nessuno crede a quelle che definiscono ‟le farneticazioni di quel fesso di Timor Shah”, il capo della banda che ha rapito l’italiana. ‟Le ha preso il telefonino e adesso chiama i numeri trovati in memoria con dichiarazioni fatte solo per spaventare e darsi importanza. Gioca al fondamentalista. Ma alla fine la libererà in cambio del vil denaro”, sbotta Michele Marchese, uno dei responsabili dell’organizzazione italiana Intersos, impegnata in complesse operazioni di sminamento. ‟Purtroppo una delle conseguenze del rapimento è che noi non possiamo quasi più viaggiare fuori da Kabul”, aggiunge. Da lunedì le attività umanitarie sono praticamente ridotte a zero. La lettura che ne fa Shah Muhammad Rais, noto come ‟il libraio di Kabul” per la sua bottega colma di volumi, è però più controversa. ‟Tra gli afghani sta crescendo una certa ostilità nei confronti dei dipendenti stranieri delle ong. Molti di loro sono giovani, vivono da nababbi, lavorano poco, sprecano i soldi donati dai governi occidentali. Sarebbe molto meglio partissero e li lasciassero amministrare da noi afghani quei fondi”, dice esasperato. Sono gli echi del malcontento diffuso per i ritardi dello sviluppo economico, la corruzione dilagante nel governo Karzai, la politica di smantellamento delle coltivazioni di oppio ma l’incapacità di trovare alternative proficue, oltre alla povertà persistente. Un’opinione criticata però con forza dal decano degli italiani a Kabul, Alberto Cairo, che dagli anni ‘80 dirige l’ospedale ortopedico della Croce Rossa: ‟Ci vogliono bravi amministratori e tecnici per gestire i fondi degli aiuti internazionali. Clementina è una di loro. La conosco abbastanza bene: una persona pulita, corretta, attenta, all’Afghanistan ha fatto solo del gran bene”. La prova? Potrebbe arrivare presto. ‟Care da oggi inizia la diffusione di migliaia di manifestini per la città con la foto di Clementina e la richiesta di solidarietà. Ci si attende un’adesione massiccia”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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