Dalla gloria guerriera del periodo talebano alla solitudine dell’uomo braccato, disperato, pronto a tutto, persino a rapire e minacciare di morte una giovane operatrice umanitaria straniera. Il declino di Timor Shah si riassume nella desolazione della sua abitazione nel villaggio di Janan, una trentina di chilometri a sud di Kabul. Ci si arriva in un’ora d’auto attraverso l’alto Lowgar, la regione pashtun che si allunga alle montagne verso le zone tribali al confine con il Pakistan. Qui, sino a tre anni fa, c’erano le basi di Al Qaeda e i sostenitori del Mullah Omar. E ancora prima, sulle creste rocciose che dominano la vallata di Janan, si sono combattute sanguinose battaglie fra i mujahidin di Ahmed Massoud e le milizie talebane. ‟Non fermatevi a guardare la casa troppo da vicino. Il clan di Timor Shah considera ogni straniero come una spia. La gente è terrorizzata. Lui, il rapitore di Clementina Cantoni, due giorni fa ha telefonato personalmente alla nostra radio e alle tv locali minacciando di morte anche noi giornalisti afgani”. Così ci aveva detto Hamid Mochmand, uno dei reporter di Radio Liberty a Kabul, che ha ricevuto varie chiamate di Timor Shah dal telefonino dell’italiana. E così abbiamo fatto. La visita al villaggio, raggiunto negli ultimi 5 chilometri su una mulattiera allagata da gigantesche pozzanghere, è stata una rapida escursione tra la trentina di tipiche abitazioni rurali afghane. Quella del ricercato è un poco isolata, immancabilmente circondata da un alto muro di fango e paglia. ‟All’interno sono rimaste solo alcune donne della famiglia. Da lunedì a oggi almeno 12 suoi parenti, tutti uomini, sono stati presi dalla polizia. Altri sono alla macchia. Anche la moglie è fuggita, dopo che tre mesi fa era stata arrestata la madre”, dice frettoloso un vicino, prima di sparire dietro la porta in legno grezzo del suo castello di fango. È mezzogiorno, per le strade si incontrano solo un paio dei circa 500 abitanti. Paradosso dei paradossi: a pochi metri dall’entrata della casa del rapitore di Clementina c’è una pompa dell’acqua costruita da una organizzazione non governativa olandese. Anche qui il lavoro degli umanitari stranieri ha migliorato le cose. Però i volontari di Care International (l’organizzazione di Clementina) non si sono fidati a venire per distribuire i manifesti-appello per la sua liberazione. ‟In ogni caso la stragrande maggioranza della popolazione non sa leggere”, dice un volontario afghano della Croce Rossa che ha accettato di fare da guida. Con una sola richiesta: nessun nome. ‟Questo resta un Paese insicuro. Le vendette sono all’ordine del giorno”. La stessa regola vale per tutte le persone che accettano di raccontare la personalità di Timor Shah. A ognuno la stessa domanda. Chi è dunque: un fanatico islamico oppure un criminale comune. Talebano o bandito? «Un po’entrambi», risponde un suo vecchio compagno di scuola, che aiuta tra l’altro a dare un’identità al ricercato. ‟È un tipo magro, nervoso, basso di statura. Ha 26 anni, ne dimostra di più. La sua famiglia è tra le più povere del paese. In classe era calmo, da giovane lo ricordo appena, posso dire un tipo insignificante. Quasi analfabeta. Parla a malapena il dialetto pashtun”. Ma tutti ricordano bene il periodo d’oro di Timor Shah. «Fu dopo l’arrivo dei talebani a Kabul, nel settembre 1996. Lui si arruolò ben presto nelle loro milizie. E tre anni dopo arrivò a comandare una decina di uomini. Ottenne un pick up nuovo fiammante. Era il suo status symbol. Scorrazzava per la vallata con il suo drappello armato nel cassone, si sentiva padrone del mondo. Per un breve periodo venne inquadrato nel corpo di guardia all’aeroporto internazionale di Kabul. Poi la promozione. È nominato commissario della polizia criminale del secondo distretto della capitale”. Oggi alcuni affermano che proprio in quel periodo si costruì le conoscenze che gli tornano utili per la sua nuova carriera di fuorilegge. Difficile dire quanto criminosa. Perché i dati più recenti della biografia di Timor Shah si confondono con le informazioni spesso contraddittorie fornite dai media locali. Di certo non rispose agli appelli di Osama e del mullah Omar di immolarsi per combattere gli americani nel 2001. Tutt’altro. Dopo la battaglia di Tora Bora, nel novembre, si dà alla macchia. C’è chi l’avrebbe visto cercare di arruolarsi nei ranghi dei nemici di ieri, i mujahedin del Nord. Voltagabbana, arrivista spregiudicato, sopravvissuto in cerca di successo? Forse è anche questo. ‟L’ultima volta l’ho visto una ventina di giorni fa presso la moschea di Janan. Ma non credo alle sue rivendicazioni religiose. Dice che ha rapito l’italiana per obbligare il governo a finanziare le scuole coraniche e bloccare la vendita di alcolici? Tutte storie, Timor Shah non sa quasi pregare!”, esclama scettico un altro giovane del villaggio. Dunque, cosa vuole? ‟Soldi, tanti soldi. E, se possibile, la liberazione della madre”. Sta di fatto che la polizia inizia a segnalarlo a metà del 2004: comanda una quarantina di uomini armati, per lo più non originari della vallata di Janan. Campo d’azione preferito: la zona della capitale. Un suo lontano parente sostiene che sarebbe stato tra i capi della banda che alla fine dell’anno scorso venne accusata di aver assassinato una quindicina di taxisti a Kabul per rubare le loro vetture. Un altro vicino afferma invece che avrebbe personalmente ucciso il figlio di un ricco uomo d’affari locale che si era rifiutato di pagare il riscatto per la liberazione (versione ribadita dal ministero degli Interni). Un’altra versione ancora più inquietante riporta che il riscatto venne pagato, ma Timor Shah uccise ugualmente l’ostaggio ‟in segno di disprezzo”. Tre mesi fa la polizia arrivò in forze al villaggio per catturarlo. Non lo trovò. Per costringerlo a consegnarsi portarono via allora la madre cinquantenne assieme a un paio di cugini. Sono blitz rapidi quelli della polizia tra gli oltre 10 mila abitanti nella vallata di Janan. Un mondo a parte. Fatto di villaggi remoti, dominati da leggi tribali antichissime, dove il governo Karzai resta quasi del tutto latitante. I poliziotti di stanza qui sono solo quattro, pagati come tutti gli altri 80 dollari al mese. ‟Troppo poco con il costo della vita che aumenta ogni giorno. Nessuno è pronto a rischiare. I più semmai collaborano con le mafie locali”, accusano i media afghani. Ogni tanto però anche le forze dell’ordine hanno successo. È accaduto un anno fa nel vicino villaggio di Dashtag. Allora una banda di sei fratelli, comandata da Awal Chom, il più anziano, aveva rapito un ingegnere cinese e chiedeva un riscatto in denaro. Il nascondiglio dell’ostaggio consisteva in una galleria scavata di fresco tre metri sotto terra affacciata alle pareti di un pozzo pieno d’acqua. Dopo 28 giorni di terrore, al buio, malnutrito, venne liberato dal blitz compiuto da oltre 100 agenti delle forze speciali arrivate dalla capitale. La battaglia durò oltre 5 ore. Un fratello venne ucciso, gli altri fuggirono. Può accadere anche per Clementina? La risposta a Janan è unanime: ‟Occorre fare in fretta. Timor Shah è un violento con poco da perdere e capace di tutto”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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