Il ‟New York Times” non è un giornale che aspetta le notizie. O meglio, non aspetta che diventino un confezionato luogo comune che tutti i giornali stamperanno allo stesso modo. Si guarda intorno e decide. Durante la guerra nel Vietnam la sua decisione più drammatica è stata di pubblicare, rischiando l’accusa di tradimento, i ‟Vietnam Papers” che Daniel Ellsberg, un funzionario del Dipartimento della Difesa, aveva inviato a quel giornale perché rivelavano un progetto di allargamento della guerra e di invasione dei Paesi limitrofi. È stato il punto di rottura fra una parte del giornalismo americano e una parte della sua classe politica. Ma è stato anche l’evento che ha spinto il presidente Nixon ad accelerare la negoziazione di pace.
Negli anni Ottanta il ‟New York Times” ha preceduto sociologia e politica mettendo un grande titolo in prima pagina che, a quel tempo, sembrava inventato: ‟L’immigrazione cambia la nostra vita”. Era il tempo in cui una vasta immigrazione clandestina, deliberatamente consentita perché abbatteva i costi del lavoro, sosteneva l’economia americana più di quanto chiunque, a destra o a sinistra, volesse ammettere. Era l’inizio di una serie di venti articoli che hanno cambiato la percezione americana sulla portata e le conseguenze del fenomeno. Soprattutto sull’uso calcolato del clandestino da espellere quando si esauriva la forza giovane del suo lavoro e quando credeva di aver meritato il premio di quel lavoro.
Forse si deve proprio a quella serie di articoli, scritti senza altre notizie, da cinque giornalisti che hanno lavorato per mesi, se molte espulsioni non sono più avvenute, se la antica tradizione americana di accettare gli immigrati ha prevalso, se oggi i capi delle polizie di quasi tutte le città dell’immenso confine americano verso il Messico sono ex clandestini fatti passare tanti anni fa da una catena bene organizzata di chiese e conventi cattolici. Alcune settimane fa (il 15 maggio) nel suo numero domenicale, tradizionalmente il più amato e il più letto dai cittadini di New York, il quotidiano americano è tornato all’improvviso alla sua tradizione di rivelazione anticipata di cose che stanno avvenendo ma non che sono ancora notizia, con una insolita apertura e un grande titolo che dice: ‟Classi in America, la linea d’ombra che continua a dividerci”. Ne sono autori due giornalisti, Janny Scott e David Leonhardt, che sono ancora al lavoro, con un numero indefinito di puntate ancora in corso. La prima puntata avverte in modo sensazionale, in apertura di giornale che le classi sono tornate ad esistere e a segnare la vita americana. E che le linee di demarcazione e gli sbarramenti fra una classe e l’altra si sono induriti e diventano ogni giorno meno penetrabili.
Giornale e giornalisti si rendono conto di correre contro un senso vietato. Il primo divieto viene dall’esperienza. Gli Stati Uniti sono davvero il Paese meno immobile fra tutte le democrazie industriali del mondo. Il secondo divieto viene dalla percezione. Gli americani sono profondamente convinti della mobilità delle loro condizioni sociali. Parlano malvolentieri di classi e - almeno da giovani - vedono con persuasione un futuro migliore del passato e, per i figli, migliore di quello dei loro genitori.
Il terzo divieto è politico. C’è il rischio di accusa ‟socialista” (ma i neoconservatori non esiterebbero a dire ‟comunista”) per chi vuole mettere in discussione il problema delle classi. Non si tratta più dello scontro fra pragmatismi (quello del lavoro, che misura le sue conquiste sul terreno in salita del confronto sindacale, e quello del capitale che ha potuto fino ad ora vendere con successo la sua immagine di continua espansione). Questa è la sfida di una ideologia, l’ideologia dei neoconservatori, che si distacca dalla tradizione americana perché non è interessata a tener conto dei fatti. Sostiene che l’America sta per diventare una società dei proprietari, sostiene che le pensioni sono tristi e che è meglio mettere le mani nell’immenso fondo pensioni americano (la Social Security) per distribuire un po’ di soldi a tutti, così tutti avranno un capitale da giocarsi (benché piccolissimo) e alla vecchiaia ciascuno dovrà provvedere con il suo successo personale (se lo avrà avuto) e con i suoi risparmi.
Insomma, la fine della più pragmatica delle Americhe, quella di Roosevelt, che aveva ben chiaro il dramma della vecchiaia e il fatto che la ricchezza si accumula solo in quantità molto grandi dove i rischi e le cadute inevitabili delle borse e degli affari si rimedia solo investendo altra ricchezza.
I punti di riferimento di Janny Scott e David Leonhardt partono dalla verifica di un grande sondaggio, dalla consultazione di una serie di esperti (senza tenere conto di ‟destra” e ‟sinistra”, benché le possibili inclinazioni siano sempre annotate).
E da una collezione di storie personali, in modo da tenere conto del grande fenomeno della percezione, del come ciascuno vede se stesso, valuta il passato, prevede il suo futuro e lo confronta con l’immagine che aveva quando ha cominciato.
L’inchiesta non nega il ‟sogno americano”, perché sarebbe come negare che l’Austria del Settecento ha avuto musicisti immediatamente compresi e ammirati come Mozart. E che, dunque, ‟qualunque Mozart avrebbe avuto la strada aperta al successo”. Il paradosso della frase sta nel dire ‟qualunque Mozart” perché il genio è cosa rara. Questa è la spiegazione dei due giornalisti quando notano che vent’anni fa duecento dei quattrocento grandi ricchi della classifica Forbes erano ricchi per avere ereditato ricchezze. Oggi soltanto trentasette dei quattrocento sono ricchi di famiglia. Questo vuol dire che una grande caratteristica della vita americana è confermata: le classi non sono chiuse e non ci sono salotti riservati. Il problema, però, è quello dei ‟great achievers”. Insieme alla fortuna occorre un così grande talento per accumulare in uno o due decenni la ricchezza che sposta qualcuno definitivamente da una classe all’altra, che il fenomeno diventa raro.
Diventa raro, spiegano i due autori dell’inchiesta, perché la chiusura non si verifica dall’alto verso il basso. Non ci sono rifiuti e non ci sono ‟salotti buoni”. Ma viene dal basso verso l’alto. C’è una serie di ostacoli che spinge i giovani anche se molto dotati in un ingranaggio simile alla famosa scena di ‟Tempi moderni”: Chalie Chaplin arrampicato fra ruote dentate che rischiano di mangiarlo.
Il sogno americano dice che tutto dipende dal merito, ricordano i due giornalisti. Ma il merito dipende dalla scuola, la scuola dipende dalla città e dal quartiere, e la città e il quartiere dipendono dalla famiglia. Quanti libri ci sono in casa? Chi li legge? Di che cosa si parla? E se non si parla di niente? Se i coetanei sono impegnati in una vita di azzardo e di scorciatoie, orientati ad esse dalla solitudine e dalla mancanza di modelli? Conta uno studio, esaminato e citato dal giornale, della Federal Reserve Bank di Boston (la filiale di Boston della Banca Centrale americana). Meno famiglie si sono mosse di una minima percentuale del loro guadagno negli anni Ottanta che negli anni Settanta. E meno famiglie hanno cambiato livello (in meglio) sia pure minimamente, negli anni Novanta rispetto agli anni Ottanta.
Il ‟Bureau of Labor Statistics” (divisione del ministero del Lavoro americano) conferma e accentua: ‟Quasi nessun movimento verso l’alto negli ultimi anni Novanta”.
E l’Università di California, Berkeley, pubblica uno studio le cui conclusioni sono queste: ‟Quello che i figli ottengono dai genitori - abitudini, pratiche di vita, abilità, esperienze, tratti di carattere, contatti sociali, denaro - fanno la vera differenza, persino per i più bravi”. Il senso è questo: persino un great achiever (una persona giovane che ha tutto in sé per avere successo) può andare perduto se non ha almeno qualcuno dei ‟valori ereditari” che sono stati elencati. Per esempio, il ricevere dalla famiglia un po’ di agiatezza ne può generare molta, se la vita di un figlio si ambienta in una famiglia capace di generare contatti e di indicare un passaggio. Ma il fatto che la classe sociale superiore sia senza barriere non libera dalle barriere della classe sociale inferiore: se sei senza contatti e con la formazione scolastica sbagliata (o peggio nessuna vera formazione scolastica)resti bloccato dove sei. Molti di coloro che restano bloccati corrono il rischio di scivolare più in basso, ad ogni crisi non solo personale o dell’azienda in cui lavora, ma anche a seguito delle grandi crisi del mondo, che colpiscono sempre e subito i livelli più deboli.
Dice ai giornalisti del ‟Times” il Prof. Gary Solon della Università del Michigan: ‟Ti dicevano di non preoccuparti della nascita. Ti dicevano che nascere ricchi o nascere poveri non fa differenza se hai talento. Oggi nessun rispettabile studioso direbbe una cosa simile in America”. Aggiunge il Prof. Levine: ‟Nascere ricco in America è una fortuna che ti offre i privilegi più alti al mondo. Nascere povero in America è molto peggio che nascere povero in Europa, in Canada, in Giappone”.
Segue, nell’inchiesta di Scott e Leonhardt, una accurata verifica del peso che hanno avuto tecnologia e tassazione sulla divaricazione delle classi. La tecnologia, spiegano, ha tagliato una immensità di posti di lavoro, reso possibile una vasta area di operosità marginale in cui si riesce a sopravvivere o anche vivere decentemente (questo spiega la vasta occupazione americana). Ma non consente di progettare o prevedere alcun avanzamento e induce a immaginare per i figli strade drasticamente diverse. Queste strade restano riservate alle famiglie connesse con più alti livelli sociali.
L’esportazione del lavoro e il cosidetto outsourcing hanno eliminato interi settori di attività su cui si reggeva la stabilità e la percezione di sicurezza della classe media. Favoriva i consumi e i pagamenti rateali. Ma è drammatica anche la situazione comparata delle tasse fra i livelli più bassi e quelli più alti della scala sociale americana. Benché sembri paradossale, la tassazione dei meno agiati è progressivamente aumentata (ed è comunque scrupolosamente garantita da verifiche stringenti). Al contrario, a mano a mano che si va verso l’alto, la tassazione diminuisce in modo diretto (le decisioni di George Bush) ma anche e più drammaticamente attraverso svariate forme di esenzioni e di benefici, per fondi e investimenti attentamente assecondati da leggi che esimono, sospendono o tagliano i pagamenti dovuti.
Le straordinarie pagine del ‟New York Times”, che cambiano ancora una volta la storia del giornalismo americano, mostrano che a un grande gruppo giornalistico non spetta solo il compito di informare su ciò che è accaduto, ma anche di rivelare un momento prima ciò che sta accadendo o sta per accadere. D’altra parte la grande inchiesta del ‟New York Times” sul ritorno delle classi in America, non è un fatto isolato nella cultura americana dell’era di Bush.
Per questo si discute così aspramente sul taglio delle tasse ai più ricchi, su una ridistribuzione rovesciata delle risorse non verso le persone più povere ma verso coloro che sono già titolari di benessere: Occorre ricordare che - a differenza del vecchio capitalismo - i beneficiati del taglio delle tasse non useranno la nuova ricchezza per investimenti che creano lavoro. O almeno non il lavoro che genera avanzamento e progresso individuale, e un salto di corsia da parte dei poveri. In mezzo, adesso, c’è la barriera della tecnologia, che chiede sempre meno lavoro umano e sempre meno lavoro che non sia già altamente specializzato.
In mezzo c’è la pratica sempre più diffusa dell’outsourcing che crea, fuori dalle aziende, nuovi centri di lavoro subordinato, destinati a restare per sempre lavoro subordinato. In mezzo c’è la esportazione del lavoro di massa in Paesi a costo del lavoro molto basso. Non potrà durare per sempre ma genera, intorno al capitale, per usare una espressione del Prof. Levine, una foresta bruciata di non lavoro intorno ai punti alti e ricchi del capitalismo. E fa sostare fuori dal lavoro produttivo una intera generazione giovane americana.
In mezzo c’è l’interpretazione religiosa dei fondamentalisti cristiani, grandi elettori di Bush, secondo cui la ricchezza premia la grazia, dunque la virtù, e istituisce un rapporto fra la quantità di ricchezza e il valore morale di una persona. È un punto di vista che aiuta e incoraggia un governo, ma anche i singoli, le associazioni, le famiglie, a disinteressarsi dei più poveri, a lasciarli dove stanno. Perché evidentemente i poveri non hanno i meriti morali che consentono a Dio (e a Bush) di elargire ricchezza.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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