L’immobiliarista Ricucci ha acquistato il 15% delle azioni della Rcs e minaccia la scalata al ‟Corriere della sera”; prima di questa performance era uno come tanti; approfittando di alcune condizioni favorevoli (la facilità di ottenere soldi in banca e la generosità con cui vengono concessi i permessi di costruzione da parte di Comuni assediati dai debiti - contratti per far fronte alla Sanità) è diventato ricco (anzi ricchissimo) pronto a sempre nuovi investimenti e guadagni. E come lui tanti altri (tutti a formare la nuova agguerrita famiglia dei capitalisti italiani).
Qualcuno poi, illuso dalla panciata di dollari di cui si ingozza, si sente autorizzato a ambizioni più alte: riportare l’ordine in questo mondo sfasciato, ripulendolo dei balordi che ne ostacolano il progresso.
A questo qualcuno Benni dedica la sua favola, spendendo il suo straordinario talento e una ironia dolce e feroce a corroderne la maschera e mostrarne gli orrendi propositi. In realtà i beneficiari del racconto di Benni sono alcune straordinarie creature e precisamente: una deliziosa bambina malata di cuore dotata di una invincibile arguzia; il suo fratellino minore impegnato a perdigiorno in astrusissimi giuochi informatici; il vecchio nonno che convinto ‟che siamo circondati dalle tossine e dai cibi avariati... si mitradizza, cioè abitua l’organismo ai veleni ingerendone piccole quantità. Mangia yogurt scaduti, formaggi marci, acqua con la varecchina...”; e infine Angelo un sorprendente ragazzo tendenzialmente schizofrenico (cui va l’amore della deliziosa bambina) che i genitori, per sfuggire al disturbo che rappresenta, nascondono in un luogo chiuso.
A fronte di questa schiera di simpatici balordi, in cui prevale la libertà della fantasia e la spregiudicatezza dei comportamenti (insomma l’allegria della vita) pur propiziata dalla colpa (dall’handicap) della malattia e della vecchiaia, si erge compatto il fronte degli individui sani, con il cervello in testa, concreti, che sanno distinguere gli interessi dalle fantasie. Il gruppo è formato essenzialmente dai Del Bene, una famiglia di palazzinari, costituita da padre, madre e due figli - il terzo è lo sfortunato Angelo (sfortunato di appartenere a una famiglia del genere), per intero (ferocemente) occupata a distruggere gli ultimi spazi verdi che ancora resistono intorno alle nostre città, trasformandoli in una foresta di orrendi palazzi e cupe strade.
Uno degli orrendi palazzi - un cubo minacciosamente nero - viene costruito anche davanti alla casa dove abita la arguta bambina (appunto Margherita dolce vita) e il suo vecchio nonno, impedendole di continuare a uscire col cane a correre nel prato sotto le sue finestre (felicemente disturbata dalla vita degli insetti che pulsava intorno). E il vecchio nonno che non usciva mai di casa e passava il tempo davanti alla finestra a guardare lontano?
Tra la schiera dei balordi e il gruppo degli uomini robusti e concreti scoppia da subito una tensione che poi si trasforma in una vera impari guerra quando il fratellino esperto in informatica con l’aiuto di Angelo scopre che quegli uomini potenti e per bene erano soprattutto spregiudicati mercanti di sofisticatissime armi destinate a riportare legge e ordine nel mondo.
La guerra dura a lungo, con azioni a sorpresa. Sul suo esito è scorretto fare anticipazioni ma se tu, lettore, vuoi da subito sapere qualcosa di più chiediti: ma questo mondo o forse questo Paese (in cui viviamo) è proprio del tutto impazzito?
Ho l’impressione che qui (con questa favola) Benni raggiunga uno dei risultati più alti del suo lavoro di scrittore. La pagina apparentemente si sfebbra trasferendo la sua energia corrosiva all’interno della struttura e dello sviluppo dell’intreccio. Le parole scorrono dolci ma come di chi non ha bisogno di gridare per denunciare l’orrore tanta è la sua evidenza. Il passo è quello di un doloroso understatement.
E non dimentichiamo poi il trasporto amoroso (la solidarietà ferma) che l’autore prova nei confronti dei personaggi (dei suoi personaggi) apparentemente più deboli (in realtà i più forti: grazie a loro riusciamo a tenerci vivi) che allineano in primo piano bambini, vecchi e (poveri) esseri feriti dalla vita.
Qui non vi è l’elogio della malattia e dell’infelicità ma il rifiuto della salute ottusa al cui riparo si compiono i più feroci misfatti. Vi è piuttosto la poesia dell’infanzia, dove poesia sta per apertura di vita intesa non come proprietà ma come dono e speranza.

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