I partigiani entrarono a Dronero in quattro, preceduti da un arciprete. Gente della II divisione GL, quelli di Giustizia e Libertà, con i fazzoletti verdi. Tra loro camminava anche il commissario militare della formazione, un ragazzo di venticinque anni di nome Giorgio Bocca. La via principale apparve deserta. A spezzare il silenzio soltanto il fruscio spesso delle biciclette dalle ruote infangate, che tutti tenevano per mano. Era fango della montagna: forse non sapeva di niente ad annusarlo, ma era comunque fango della media Val Maira. Il pomeriggio del 25 aprile 1945 si stava ingrossando quando i quattro s´addentrarono nel centro della cittadina ai piedi della vallata. Poche ore prima le staffette avevano portato a tutti i comandi della Resistenza l´ordine di attaccare: ‟Aldo dice 26 x 1”.
Il ragazzo del 25 aprile ´45 è poi diventato uno scrittore e giornalista molto famoso. Uno che, al pari dei suoi compagni dei venti mesi, sa che la Resistenza non è stata un´invenzione dei comunisti, ma ‟una forte pagina di solidarietà e di civile dignità che oggi appaiono quasi impossibili”. Sessant´anni sono passati. Parrebbe un secolo, a sentire i revisionisti. Invece per Giorgio Bocca quel giorno sarà vivo per sempre. E ora, dopo un mucchio di anni, quando scenderà dall´auto nel centro di Dronero e darà un´occhiata in giro, uno sguardo per abbracciare le strade e le case e le facce, anche se noterà i cambiamenti intervenuti in oltre mezzo secolo, nella sua testa, nel naso, nella pelle, sentirà le cose e gli odori di allora. Dice: ‟È stato il presidente dell´Anpi che ha voluto a tutti i costi che venissi a parlare della Resistenza insieme a Ezio Mauro. Ma io non ricorderò episodi noti e stranoti. Leggerò invece alcune osservazioni sul regime berlusconiano. Anzi, siccome ho la voce un po´ bassa, le farò leggere a mia moglie. Magari a qualcuno non piacerà, tuttavia, visto che mi hanno invitato, dovranno sopportarmi”.
Le cose di oggi, le cose di ieri. Bocca forse non le racconterà alla platea del Cinema Teatro Iris, però il fatto è che Dronero, quel giorno di sessant´anni fa, venne liberata da lui e dagli altri tre di GL senza sparare un colpo. Come andò? ‟Andò che il comando fascista di Dronero decise di intavolare delle trattative con noi, che intanto, dopo l´ordine dell´insurrezione, eravamo scesi dalla Margherita con tutti gli effettivi e l´obiettivo di difendere le centrali elettriche della zona da possibili attacchi. L´incontro fu fissato dall´arciprete nella città ancora occupata dai fascisti. Il convegno si tenne in municipio. Arrivammo sul posto, entrammo nel salone con i mitra. Dentro, sull´altro lato, erano schierati gli ufficiali della Monterosa. L´atmosfera era pesante, si respirava un´aria drammatica di attesa. Pensammo: "Adesso partono le raffiche, adesso ci sparano." A un tratto, scorsi tra di loro un volto conosciuto. Lo riconobbi, era Soria, il segretario del Guf che mi mandava in montagna, a sciare. Lo guardai, gli feci: ‘Ciao Soria’. Rispose: ‘Ciao Bocca’. Tra lo stupore generale, si scoprì che io e quell´ufficiale della Monterosa avevamo delle memorie comuni”.
Il comandante fascista, un maggiore, era però un osso duro. Bocca lo rammenta nel suo libro Partigiani della montagna, scritto poche settimane dopo la Liberazione ‟...farnetica ancora di onore militare e di dovere. Chiede che gli sia permesso di uscire da Dronero col battaglione. Gli spieghiamo l´inutilità di quello che vuole fare. Tra pochi chilometri incontrerà altri partigiani e così dovunque vada, in tutta l´Italia del Nord. I suoi stessi ufficiali cercano di persuaderlo. Inutilmente”. Che cosa accadde? Bocca sorride un poco al ricordo: ‟All´improvviso sentimmo dei canti, giù nella via. Li sentimmo sempre più forti, sempre più vicini. Domandai a Soria: ‘Sono i vostri che cantano?’. Soria mi guardò e disse: ‘Non credo. Cantano Bandiera rossa’. Ci slanciammo sul balcone e li scorgemmo: giellini e garibaldini, che avevano deciso di non aspettare l´esito del nostro convegno e avevano invaso Dronero”. Anche la gente, a quel punto, si buttò per le strade. I fascisti, ormai impotenti, osservarono per qualche minuto le scene di festa. Quindi si avviarono, scortati da alcuni partigiani, verso le casermette dove furono concentrati.
Le memorie del pomeriggio del 25 aprile 1945 si mescolano al presente. Si parla del revisionismo dilagante, dell´uso politico, strumentale e non veritiero della storia, che è aiutato da certi film televisivi che la Rai trasmette. Il discorso cade sulla fiction dedicata a Edda Mussolini. Bocca scherza: ‟L´ho vista. E devo dire che quello che dovrebbe sentirsi offeso è Mussolini stesso: lui era un bell´uomo, mentre nella fiction lo fanno apparire davvero brutto”. Scherza, magari per non arrabbiarsi troppo: ‟Il personaggio di Galeazzo Ciano è descritto abbastanza bene, ma il resto meno. Il ventennio non è tratteggiato storicamente, si passa da un periodo all´altro con una velocità assurda, che non fa capire nulla. E non si racconta la differenza che c´era fra il fascismo regime e quello di Salò”. Ma così va il mondo, così è ridotta la storia. Tanto che nemmeno oggi, ritornando a Dronero, Bocca potrà dimenticare per qualche ora questa Italia del Cavaliere. Quanto dirà oggi sul ‟regime berlusconiano”, tuttavia, a ben vedere non è affatto fuori luogo in una celebrazione dei valori e della lezione della Resistenza. A proposito: che cosa dirà, Bocca, di Berlusconi? ‟Tutto il peggio che ho già scritto”.

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