Quando arrivano all’ospedale sono ormai dissanguate, stremate dalle doglie, spaventate e incapaci di prendersi cura del neonato. Qualcuna muore sulla strada: troppo tempo per scendere dalle montagne. Altre perdono il figlio e verranno per sempre disprezzate dalla famiglia. Avviene quasi ogni giorno alla Malalai, la principale clinica femminile di Kabul, con il miglior reparto maternità del Paese. ‟Gli uomini e gli anziani dei villaggi, comprese le donne, sono contrari a mandarle all’ospedale. Tradizione vuole che le donne debbano uscire di casa il meno possibile. Così partono quando ormai le doglie sono iniziate ed è quasi sempre troppo tardi, specie se per arrivare alla clinica necessitano due o tre giorni di viaggio, talvolta anche a dorso di mulo”, racconta Zeba Kamal, 36 anni, da 12 ginecologa al Malalai. Il risultato? L’Afghanistan resta uno dei Paesi con il tasso di mortalità natale per donne e neonati più alto al mondo. La sua denuncia riflette alla lettera quella pronunciata l’altro ieri a Londra da Amnesty International contro ‟l’inadeguatezza” del nuovo governo di Hamid Karzai nel porre fine alla violenza subita quotidianamente dalle donne in Afghanistan. In sostanza, sarebbe mutato poco dalla caduta del regime talebano nel dicembre 2001. Secondo il documento: ‟Le violenze contro le donne si consumano soprattutto in famiglia. Mariti, fratelli e padri restano i principali attori. Ma il controllo sociale e il potere da loro esercitato trova un sostegno nell’atteggiamento delle autorità statali e nel sistema giudiziario”. Così molte donne continuano a essere costrette al matrimonio, rapite e barattate per sanare dispute tra clan familiari, o persino sanare debiti. Un dato confermato anche da Nadir Nadery, portavoce del ministero per i Diritti Umani: ‟A Kabul e nelle città maggiori come Kandahar e Herat, la situazione è notevolmente migliorata negli ultimi 3 anni”. Un problema che coinvolge anche il fenomeno dei rapimenti di bambini: ‟Nel 2004 abbiamo la certezza di almeno 100 casi in tutto il Paese”. E, a suo dire, non risparmia neppure le operatrici umanitarie straniere. ‟Nel giugno 2002 venne rapita e violentata una volontaria sulla strada per Mazar El Sharif. I banditi poi la lasciarono libera. Per i settori più tradizionalisti le volontarie straniere rappresentano una minaccia che mette in dubbio i loro codici sociali”. Un argomento che potrebbe spiegare anche il rapimento di Clementina Cantoni? ‟Non credo - risponde Nadery - . Tutto lascia credere che si tratti di una banda di criminali alla ricerca di un facile riscatto. Ma certo, negli ultimi decenni, la società afghana è scivolata in un circolo di brutalità da cui non è ancora emersa”. A puntare il dito è anche Vincenzo Lattanzi, dal 2003 responsabile della Cooperazione italiana per il programma di riabilitazione del sistema giudiziario afghano. ‟Il 27 aprile il mondo intero si scandalizzò per il caso di Amina, la ventinovenne giudicata colpevole di adulterio dal consiglio religioso del suo villaggio sulle montagne del nord e lapidata dai propri familiari. La verità è che ci sono decine e decine di Amine ogni anno in Afghanistan e nessuno ne sa nulla”, sostiene. Altro tema tabù sono le condizioni di detenzione nelle carceri. Aggiunge Lattanzi: ‟Dei 34 carceri provinciali se ne salvano solo due, Kandahar e Herat. Gli altri andrebbero tutti rasi al suolo e ricostruiti. Qui donne, uomini e bambini sono rinchiusi assieme in celle sovraffollate. In barba a tutti i dettami religiosi e alle regole della morale, gli abusi sessuali sono la regola. Ma nessuno ne parla. La stragrande maggioranza della popolazione, ben poco è cambiato rispetto al Medioevo talebano. Il dato più positivo è quello dell’aumento della scolarizzazione negli ultimi 3 anni, ma nelle province più remote ancora molte bambine non possono andare in classe”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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