Intingono il dito nell’inchiostro e lasciano la loro impronta sul foglio bianco. Firmano così le vedove di Kabul le petizioni per la liberazione di Clementina Cantoni. Non sanno scrivere né leggere. Ma conoscono bene quello che gli operatori di ‟Care International”, l’agenzia non governativa dell’operatrice umanitaria italiana, hanno scritto coi pennarelli colorati sui tatzebao appesi nei centri di assistenza sparsi nella capitale. ‟Liberate Clementina. Era da tre anni in Afghanistan per aiutare le vedove e gli orfani di guerra. Aiutateci a liberarla subito”, si leggeva sulle nove petizioni nel distretto numero otto della capitale lunedì scorso. Da allora le iniziative si sono moltiplicate. Ormai non passa giorno senza che in qualche distretto della capitale non scendano in piazza. ‟Delle circa 10.000 vedove che facevano parte del programma di assistenza condotto da Clementina, almeno 6.000 hanno già firmato. Sanno come fare. È lo stesso sistema ideato per una popolazione analfabeta in occasione delle elezioni presidenziali del 9 ottobre 2004”, conferma Beatrice Spadaccini, di origine milanese come la collega rapita, e ora portavoce di Care arrivata da Washington per l’emergenza. Oggi toccherà al distretto numero cinque. Due giorni fa si era anche pensato a una grande marcia popolare che avrebbe dovuto convogliare sullo stadio di Kabul. Ma l’attentato suicida a Kandahar, che mercoledì scorso causò la morte di almeno 23 persone e il ferimento di un’altra quarantina, induce alla cautela. ‟In questo momento rischieremmo nuove stragi, vanno evitati gli assembramenti di folla, specie con la presenza di stranieri”, sostengono intimoriti gli addetti alla sicurezza delle organizzazioni internazionali. Si moltiplicano intanto le iniziative pubbliche. A detta del portavoce del ministero degli Interni, Lutfullah Mashal, ci sarebbe s tata ‟una straordinaria risposta popolare” al video appello per il rilascio di Clementina da parte dell’attore italiano Michele Placido. ‟Il video è stato trasmesso oltre una dozzina di volte. E gli afghani sembrano essersi emozionati dal fatto che il noto commissario Cattani si sia rivolto direttamente a loro”, ha aggiunto. Ancora i dirigenti di Care stanno valutando in sintonia con i negoziatori sull’opportunità di diffondere il materiale inviato dalla famiglia Cantoni: tra l’altro una breve biografia scolastica e professionale di Clementina, un sunto della sua tesi di laurea sui diritti umani e persino una lettera appello della mamma alla madre di Timor Shah ( il capo dei sequestratori). Ma a questo proposito stanno nascendo diverse scuole di pensiero tra le autorità preposte a trattare la liberazione. C’è infatti chi ritiene che tanta pubblicità abbia in effetti contribuito a far ‟lievitare il prezzo dell’ostaggio”. Gli effetti sono anche politici: diversi volontari stranieri stanno pensando di lasciare il Paese. Negli ultimi tempi inoltre era cresciuto un certo malcontento tra gli afghani contro le organizzazioni non governative, accusate da alcuni di essere ‟macchine mangiasoldi” dell’aiuto internazionale a spese della popolazione locale.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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