Torna a colpire l’offensiva talebana di primavera. Ieri mattina in una moschea di Kandahar un kamikaze imbottito di esplosivo ha causato une delle stragi più sanguinose nell’Afghanistan del post conflitto 2001. Almeno 20 i morti e una quarantina i feriti, molti gravissimi. Un grave colpo al processo di normalizzazione dopo le elezioni presidenziali dello scorso 9 ottobre, una sfida al voto per i 249 membri del nuovo parlamento previsto per metà settembre. La prova che l’infernale alleanza tra produttori di oppio e fondamentalismo islamico resta più letale che mai. E anche un preoccupante segnale della ripresa di violenza e terrorismo, che potrebbe rendere più difficili i negoziati per il rilascio di Clementina Cantoni. Erano circa le nove e trenta di mattina in questa città che è stata la vera capitale del regime talebano. Una grande folla si era riunita nella moschea di Abdul Rab per commemorare il mullah Abdul Fayaz, assassinato domenica scorsa per aver cercato di promuovere un movimento religioso moderato favorevole al governo centrale di Hamid Karzai. ‟L’attentatore vestiva con l’uniforme da poliziotto. E ha scelto con cura il suo obiettivo. Si è mischiato tra la gente, poi si è avvicinato a Akram Khakrizwal, capo della polizia di Kabul, che non aveva voluto mancare alla cerimonia. Non c’è stato modo di fermarlo. L’esplosione è stata devastante . Khakrizwal è morto sul colpo. Inizialmente non era stato neppure possibile riconoscere il cadavere”, raccontano i testimoni. Le autorità, dopo la prima rivendicazione talebana, ripetono che potrebbe trattarsi di una cellula di Al Qaeda, legata a filo doppio a quelle che operano in Iraq. ‟Lo stile kamikaze è stato importato dagli estremisti arabi seguaci di Osama Bin Laden. Non fa parte della tradizione afghana, affermano i commentatori a caldo. Si insiste nel sostenere anche che i produttori di oppio locali sono pronti a usare ogni mezzo pur di assicurarsi i proventi miliardari di un raccolto che le piogge copiose dell’inverno garantiscono ricco come non si vedeva da decenni. In ogni caso, l’attentato è stato organizzato da professionisti con un’agenda molto politica. Quasi certa mente gli stessi che hanno ucciso Fayaz. ‟Probabilmente uomini inviati dal Mullah Omar, il vecchio capo carismatico dei talebani”, osserva Filippo Grandi, numero due della missione Onu in Afghanistan, che da 4 anni vive a Kabul. E aggiunge: ‟Negli ultimi mesi proprio Fayaz aveva riunito un’assemblea di religiosi per annullare il titolo che si era dato negli anni Novanta il Mullah Omar di ‘capo dei credenti’ (amin imuminim). E ci teneva a far lo proprio a Kandahar, la provincia più anarchica e violenta del Paese”. Una sfida aperta a cui i talebani e i loro alleati rispondono con un’ancora più violenta che mira al cuore stesso del regime a Kabul. Khakrizwal è considerato infatti uno dei poliziotti più vicini a Karzai. Sino a due mesi fa era stato capo delle forze dell’ordine a Mazar i Sharif, nel Nord. Poi però il Presidente l’aveva voluto accanto a sé in vista del prossimo appuntamento elettorale. Tra i compiti più complessi delle ultime settimane anche quello di cercare di liberare la volontaria italiana rapita la sera del 16 maggio nel cuore della capitale. E lui era un sostenitore della linea dura, persino del blitz militare, se non ci fossero state le resistenze dell’ambasciata italiana. Si era dato anima e corpo alla caccia del capo dei sequestratori, quel Timor Shah che lui definiva ‟un talebano delinquente di strada, un criminale che alla fine prenderemo senz’altro”. Negli ultimi giorni però anche lui aveva dovuto adattarsi all’idea che il processo per la liberazione avrebbe preso tempo. E aveva sostenuto di buon grado gli appelli pubblici e le manifestazioni delle vedove e degli orfani che sono parte del programmi di aiuti coordinati dall’operatrice umanitaria. Ieri tra l’altro è giunta un’altra iniziativa in questo senso. La madre di Clementina ha fatto pervenire a ‟Care International” (l’organizzazione non governativa per cui lavora la figlia) una breve lettera rivolta direttamente alla madre di Timor Shah, a sua volta in carcere con l’accusa di favoreggiamento. Un preoccupato appello ‟da madre a madre”, in cui lei dice di capire le sue sofferenze, ma la implora anche di aiutarla a salvare Clementina.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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