Un'automobile si ferma su Afrika boulevard, uno dei viali che sale verso Tehran nord. Un gruppo di ragazze scende e accenna una danza. Altre auto si fermano, autoradio ad alto volume, clackson ritmati. I ragazzi hanno la faccia dipinta. L'euforia è al massimo. I volontari basij (le milizie islamiche), dispiegati in funzione di vigili urbani, si avvicinano con aria incerta: le regole vietano musica a tutto volume e danze femminili, e loro vorrebbero ristabilire l'ordine. Ma è inutile, sono sopraffatti: da neanche mezz'ora l'arbitro ha fischiato la fine della partita, giù nello stadio nazionale di Tehran vicino a piazza Libertà, e sui viali cittadini si affollano auto con clacson, musica, sventolii di bandiere, urla di gioia. I giovani saltano e cantano, i meno giovani salutano, i bambini guardano frastornati. Questa era Tehran mercoledì sera, quando la nazionale di calcio iraniana si è guadagnata la qualificazione ai Mondiali del 2006 con una vittoria sul Bahrein, e una folla multicolore ha festeggiato fino a notte tarda: come sarebbe successo ovunque al mondo. Solo che qui simili feste collettive sono una relativa novità. Era successo 7 anni fa, mi spiega una ragazza dal volto raggiante: quella era davvero la prima volta che le ragazze di Tehran uscivano in massa di notte con i loro amici, ed era successo in modo così spontaneo che le forze dell'ordine erano state colte di sorpresa. Era l'inizio dell'era di Mohammad Khatami, il presidente che forse non è riuscito a riformare il sistema della Repubblica islamica ma certo ha portato un vento di cambiamento nella vita quotidiana di questo paese. Da allora nelle città dell'Iran c'è una sorta di rincorsa a saggiare i limiti di ciò che è ammesso, dall'abbigliamento femminile alla mescolanza di donne e uomini in pubblico. Lo sport ad esempio resta oggetto di contese: le ragazze hanno avuto solo di rado il permesso di andare allo stadio, e in piccoli gruppi ben separati dai maschi. Anche per questo ieri è stata una festa: circa 200 giovani donne hanno premuto contro i cancelli, rivendicando di entrare, e alla fine ci sono riuscite. Gridavano ‟anche i nostri diritti sono diritti umani” - un principio sancito alla conferenza dell'Onu sulle donne a Pechino, più di 10 anni fa: i diritti delle donne sono diritti umani. Ma se entrare allo stadio è ancora una conquista, vietare i festeggiamenti dei tifosi ormai sarebbe impossibile - o vietare alle ragazze di stiparsi in auto con i loro amici o festeggiare per strada. E poi siamo in campagna elettorale, Khatami è al termine del suo secondo mandato e il 17 giugno gli iraniani votano per eleggere un nuovo presidente della repubblica: e in un paese dove due terzi della popolazione hanno meno di 30 anni, non c'è candidato che non corteggi il voto giovanile.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>