La storia va raccontata tutta. E per intero. Si svolge in due tempi e in due località diverse, distanti oltre un migliaio di chilometri l'una dall'altra, ma - a ben vedere - collegate da un flusso di violenza e di dolore, di ottusità e di desolazione. Prima scena. Sabato sera, a Besano, in provincia di Varese. Un gruppo di giovani litiga con due coetanei: ne nasce una rissa, nel corso della quale un barista di 23 anni, intervenuto per separare i contendenti, viene ucciso a coltellate.
Seconda scena. A Taurisano, in provincia di Lecce, un giovane di diciannove anni uccide un ragazzo di diciassette e ferisce il fratello di quest'ultimo. All'origine della sparatoria, secondo il questore di Lecce, ‟un episodio di bullismo, causato dalla rivalità per la leadership e per il dominio sul gruppo”.
Due episodi, dunque, in apparenza simili, dove l'aggressività si nutre della volontà di affermazione di sé e di sopraffazione dell'altro: e si esprime con tanta maggiore crudeltà quanto più ‟futili” sono i motivi che la scatenano. Nell'uno e nell'altro episodio, i protagonisti hanno tra i 17 e i 23 anni, vivono in piccoli centri, dove la convivenza è obbligata, fatta di competizione e di insofferenza, ma anche di dimestichezza e di frequentazione quotidiana; e dove il sistema di relazioni è governato da codici elementari. Codici che reggono: faticosamente, ma reggono, fino a quando un evento imprevisto li sconvolge e fa esplodere la tensione latente. Così è successo, sabato sera, a Besano; così è successo, domenica sera, a Taurisano. Ma le similitudini finiscono qui: perché un elemento (e che elemento) segnala una distanza che appare incolmabile e che produce conseguenze devastanti. A Taurisano, un taurisanese ha ucciso un taurisanese. A Besano, un besanese è stato ucciso da uno scutarino. Ovvero un albanese, nato a Scutari nel 1984 e arrivato in Italia da appena qualche giorno. È questo dato anagrafico - così elementare e, insieme, così denso di implicazioni e di complicazioni - che fa la differenza. Il giovane leccese che tende un agguato ai suoi rivali e ammazza un diciassettenne costituisce un drammatico problema per la sua comunità. Ma è una comunità di cui fanno parte vittima e carnefice e molti sembrano consapevoli del fatto che i ruoli potevano essere invertiti: e chi è morto poteva essere, a sua volta, l'assassino. Così non accade a Varese. Qui, l'assassino è fuori della comunità: è addirittura - per definizione corrente e condizione giuridica - extra-comunitario. Dunque, il suo male è ‟più male” di quello del giovane assassino di Lecce. Peggio: il suo ‟male” - si vorrebbe credere - è stato ‟importato” all'interno di una comunità, che altrimenti, quel male, non avrebbe conosciuto. Sia chiaro. Siamo in presenza di un meccanismo mentale ben noto e agevolmente spiegabile: le comunità, in particolare le più piccole e integrate, faticano ad accettare lo sconosciuto. E quando ciò accade, c'è come una sospensione del giudizio, un'accoglienza condizionata e provvisoria, che può precipitare in presenza di un evento imprevisto (come in ‟Dogville” di Lars Von Trier).
La famiglia che ospitava l'assassino albanese viveva una condizione di integrazione nel piccolo paese del varesotto (2350 abitanti); dopo il delitto, quell'equilibrio si è rotto. E si capisce. Non c'è dubbio, infatti, che la ‟criminalità straniera” esiste: ed è, in alcuni casi, particolarmente aggressiva. Costituisce un grave problema e viene vissuta - anche al di là delle sue dimensioni reali - come un vero e proprio allarme sociale. Ma proviamo ad analizzare il fenomeno, partendo proprio dall'assassinio di sabato scorso.
A uccidere è stato un giovane, entrato irregolarmente in Italia da pochi giorni, ospite di una famiglia di immigrati, regolarmente residenti e regolarmente occupati in attività lavorative. Questo suggerisce alcune considerazioni, confermate da tutte le ricerche condotte negli ultimi decenni e, in particolare, dai dati più recenti: in Italia, gli extracomunitari irregolari più quelli di nazionalità ignota, arrestati o denunciati nel corso del 2004, sono stati 237.229. Gli stranieri regolari arrestati o denunciati sono stati, nello stesso anno, 96 (novantasei). Il numero dei primi è assai elevato; il numero dei secondi è straordinariamente basso: irrisorio. I primi - altro dato significativo - delinquono con più frequenza nel primo periodo di permanenza in Italia: col passare del tempo e col procedere di forme, anche provvisorie e approssimative, di integrazione, gli stranieri irregolari tendono a delinquere meno frequentemente. Gli stranieri regolari, a loro volta, tendono a non delinquere affatto: e, in ogni caso, a delinquere assai meno di quanto facciano gli italiani. La cosa non deve sorprendere: lo straniero è propenso a scambiare doveri (osservanza delle leggi) con diritti (processi di integrazione).
Resta il problema - da non sottovalutare - degli irregolari. Tra essi, c'è una componente, costituita da delinquenti arrivati in Italia al fine di delinquere, che rappresenta una vera ‟questione criminale” (simile, peraltro, a quella rappresentata da organizzazioni ‟regionali”, come le associazioni a delinquere campane, pugliesi, calabresi...). Per essa, ovviamente, deve valere - con tutta la necessaria severità - il codice penale.
Ci sono, poi, altre componenti, costituite da immigrati responsabili solo di un illecito amministrativo (ingresso o permanenza irregolare in Italia). Questi - contrariamente a quanto sostenuto dal ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu - non rappresentano, nella grande maggioranza, ‟una minaccia crescente per la sicurezza e l'ordine pubblico nel nostro paese”. Per essi vanno trovati, piuttosto, adeguati strumenti di regolarizzazione, capaci di sottrarne il maggior numero possibile alla clandestinità: e, dunque, a un destino di marginalità certa, di probabile illegalità, di possibile criminalità. ‟Chi entra in Italia violando la legge - ha aggiuto Pisanu - difficilmente sfugge ai circuiti perversi del lavoro nero, della manovalanza criminale o della delinquenza di strada”.
Ma proprio questa considerazione rovescia, a ben vedere, il paradigma della destra: e rafforza l'ipotesi che un'intelligente politica di integrazione - riducendo il numero di irregolari e distinguendoli nettamente dai delinquenti professionali - porterebbe a un decremento del tasso di ‟criminalità straniera”. E, invece, criminalizzare gli irregolari e assimilarli ai delinquenti perché responsabili - come si è detto - solo ed esclusivamente di un illecito amministrativo significa assecondare le strategie degli ‟imprenditori politici dell'intolleranza”: quei ministri della Lega che, turgidi e tonitruanti, galvanizzano gli umori più torvi, investono nell'ansia collettiva e sperano di ricavarne una remunerazione politico-elettorale. Degli idealisti, insomma.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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