È stata descritta come uno scontro tutto interno al campo conservatore, la corsa per la presidenza della repubblica in Iran: tutt'al più, una battaglia all'ultimo voto tra il ‟pragmatico” ex presidente Hashemi Rafsanjani e ben quattro candidati vicini ai poteri forti dello stato - di cui il più quotato è un ex comandante delle Guardie della Rivoluzione (i pasdaran) ed ex capo della polizia: si dice che abbia l'appoggio personale della Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, prima autorità della Repubblica islamica. Negli ultimi giorni però qualcosa è cambiato. E per rendersene conto bisognava andare ieri pomeriggio allo stadio dell'Università di Tehran, nel quartiere Abbas Abad, di fronte alla Casa dello studente che nel 1999 fu teatro di una protesta studentesca repressa in modo sanguinoso con l'intervento di picchiatori. Lo stadio era pieno, nel tardo pomeriggio, spalti gremiti di una folla per lo più giovane, canti ritmati. Erano là per un comizio di Mostafa Moheen, il principale candidato riformista. Erano dati per perdenti, gli eredi di Khatami, dopo aver fallito il tentativo di riformare in senso democratico le istituzioni della Repubblica islamica. E però negli ultimi giorni il principale candidato riformista, Mostafa Moheen, è risalito nei sondaggi: tanto che non si esclude un ballottaggio, un testa a testa con Rafsanjani che resta il favorito. Tutte previsioni da prendere con cautela, certo. Intanto però sono un segnale, i gruppi di ragazze e ragazzi che arrivano allo stadio cantando, con cartelli sul tono ‟siamo i portavoce di chi sta in silenzio”, ‟libertà sociale significa libertà di scegliere il proprio stile di vita”. I riformisti iraniani hanno cambiato strategia. Poco più di un anno fa, quando il Consiglio dei Guardiani ha messo il veto su buona parte dei candidati delle forze riformiste, loro decisero di ritirare dalle liste elettorali anche i pochi che erano stati ammessi e hanno fatto appello a non votare in una competizione tanto scorretta. Gli iraniani votarono al 55%, però, e oggi la legislatura dominata dai conservatori. Oggi i riformisti fanno appello ad andare alle urne.
Moheen ha raccolto appoggi molto ampi: al suo Partito della Partecipazione si sono affiancati sia la ‟sinistra islamica”, sia forze politiche liberali come il Movimento per la libertà di Ebrahim Yazdi, ex ministro degli esteri nel primo governo formato a Tehran dopo la fuga dello Shah nel febbraio 1979. Soprattutto, si sono mobilitati di nuovo intellettuali, artisti, giornalisti, webloggers, movimenti sociali. Il parterre dello stadio dell'università di Tehran ieri era un ‟chi è chi” dell'intellettualità progressista in Iran: un noto regista che ha diretto gli spot elettorali di Khatami e ha ripetuto il favore per Moheen, la direttrice del magazine ‟Zanan” (Donna), che nel `97 pubblicò la prima famosa intervista a Khatami. O Saed Hajjarian, che era il principale consigliere di Khatami, sopravvissuto per miracolo (menomato) a un attentato che segnò l'inizio della reazione violenza del potere all'avvento del presidente delle riforme. O Mohsen Kedivar, un mullah che ha pronuciato in questi anni le critiche più drastiche al sistema di potere fondato sulla religione: ieri ha pronunciato un appello a votare, ‟per difendere ciò che abbiamo conquistato finora, per continuare a batterci per i diritti umani, la liberazione dei prigionieri politici, la libertà d'espressisone. Non ci sono vittorie senza battaglia”. Ma ha anche posto una condizione al candidato riformista: bisogna rivedere la costituzione, ridefinire l'equilibrio dei poteri, o le riforme falliranno di nuovo.
E questo si impegna a fare il candidato Moheen, che ha ricordato ala folla dei giovani i termini dello scontro: ha denunciato una strategia della tensione cominciata anni fa con l'uccisione di intellettuali e oppositori e tuttora perseguita da apparati di stato paralleli, fuori da ogni controllo democratico. Ha promesso una ‟seconda fase” delle riforme, fatta di battaglie per i diritti umani e le libertà. Resta il fatto che il candidato Moheen ha riempito uno stadio di giovani, ieri, senza l'ausilio di particolari apparati - niente scolaresche inquadrate né fondazioni islamiche, solo qualche autobus di sostenitori ma per per lo più una folla spontanea, che poi si è riversata in strada urlando slogans contro il dispotismo.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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