Nella zona del grande Bazar di Tehran la campagna elettorale sembra in sordina. Domani si vota per eleggere un presidente della repubblica, il primo dopo i due termini del riformista Mohammad Khatami. La competizione è serrata, il ‟favorito” dalle previsioni è uno dei volti più noti della politica iraniana fin dai tempi della rivoluzione: l'ex presidente (e attuale capo del Consiglio per il discernimento delle scelte) Hashemi Rafsanjani. Ma ha dei contendenti agguerriti sia tra i conservatori che tra i riformisti, dall'ex capo della polizia Mohammad Baqer Qalibaf all'ex ministro della ricerca Mostafa Moeen. Si parla dell'eventualità di ballottaggio, si scommette su chi arriverà al testa a testa. Martedì i contendenti hano radunato folle di sostenitori in due stadi di Tehran - quello dell'università per Moeen, il candidato riformista; il gigantesco stadio Azadi per il giovane ex capo della polizia Qalibaf. Ieri, ultimo giorno della campagna elettorale, i candidati di punta si sono spostati nella città di Mashad per i comizi finali - e davvero nessuno si sente di fare previsioni sui risultati.

Il cuore di tutte le trasformazioni
Di questa competizione serrata non appare grande traccia attorno al Bazar di Tehran, che pure è stato un punto nevralgico di tutte le grandi trasformazioni del'Iran nell'ultimo secolo e forse più. Pochi manifesti, solo occasionali ritratti di candidati appicicati ai muri tra l'indifferenza di un'umanità indaffarata, garzoni che scaricano merci, piccoli uffici con tavoli ingombri di carte e bicchieri di tè da cui si muovono merci le più diverse, dai pistacchi (famosi) alle partite di tessuti agli elettrodomestici. Non è che la sfida presidenziale qui non interessi - i seggi elettorali nel quartiere del Bazar non sono mai stati disertati. E' che forse qui la politica prende altre vie rispetto ai volantinaggi per strada o le feste elettorali con atmosfera da party così frequenti a Tehran nord: la via delle relazioni sociali e appartenenze corporative - a questa o quella associazione di categoria o fondazione islamica: tutte hanno alla testa figure influenti del clero conservatore, e sono considerate una base del regime (si pensi che una delle più importanti, la fondazione dei Mostazafan - gli emarginati - ha 400mila dipendenti e beni per oltre 10 miliardi di dollari (secondo Forbes, giugno 2003).
Una visita alla sede della Società delle Associazioni islamiche del Bazar può aiutare a comprendere. Il signor Ahmad Karimi Esfahani, presidente della Società, accetta un incontro a patto di parlare ‟solo di economia, non di politica”. Riceve nella sede della Società, palazzina vecchiotta, a tre piani, in faccia al grande Bazar: la prima sorpresa è che l'ingresso sulla strada e poi tutti gli uffici sono tappezzati di ritratti di Ali Larijani, che è stato per dieci anni capo dell'ente radiotelevisivo di stato (Irib) prima di diventare, qualche mese fa, il consigliere per la sicurezza della Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, la prima carica e potere assoluto della Repubblica islamica. Larijani, 48 anni, esponente di un clan familiare potente e ex ufficiale delle Guardie della Rivoluzione (Sepah-e Pasdaran), è uno dei candidati presidenziali. Forse non dei meglio piazzati - nel campo dei conservatori più radicali è più quotato l'ex capo della polizia Qalibaf, almeno stando ai sondaggi - ma certo uno molto interno ai meccanismi di potere dello stato (in Iran si definisce ‟stato” la struttura di potere che emana dalla guida suprema e comprende organismi di giuristi islamici come il Consiglio dei Guardiani o il consiglio per il discernimento, e poi gli apparati di sicurezza come le Guardie della Rivoluzione e anche la radiotelevisione e la magistratura: istituzioni che rispondono alla guida suprema e hanno poteri di veto sulle istituzioni elette, parlamento e presidente della repubblica).
La società islamica del Bazar è nata con la rivoluzione, mi spiega il signor Karimi, rappresenta una sessantina di associazioni di commercianti (per categorie: tessile, tappeti, etc) - che significa non il monopolio ma la rappresentanza più significativa del Bazar di Tehran. Fedele ai patti, chiedo informazioni sullo stato del commercio - preoccupati dalla prospettiva di ingresso nell'Organizzazione mondiale del commercio? La grande distribuzione, i centri commerciali che costellano la città, hanno danneggiato il Bazar? ‟No. In fondo, il Bazar è come un grande supermercato perché ci trovi un po' di tutto”, taglia corto il signor Karimi, che cambia argomento: ‟La nostra associazione ha finalità politiche”, spiega: ‟I bazarì sono sempre stati uniti al clero, la nostra scuola di pensiero è quella della Velayat-e-faqih”, la ‟supremazia del giureconsulto”, la dottrina secondo cui la guida religiosa ha preminenza sulle autorità civili - è la base della Repubblica islamica. Continua: ‟Non è una novità, è così fin dalla rivolta del tabacco (era fine `800, la prima rivolta contro una dinastia regnante in cui forze liberali, bazarì e clero erano uniti: fin da allora il clero ebbe poi la meglio su liberali e laici). ‟Siamo stati una forza accanto al clero nella Rivoluzione costituzionale, e infine nella rivoluzione islamica. Siamo sempre stati presenti nella scena politica della repubblica islamica (ma non aveva detto che non voleva parlare di politica?). Azzardo: anche oggi? ‟Non intendo parlare di politica, ma posso rispondere. Certo, un anno fa abbiamo cominciato la nostra campagna elettorale. Le forze in campo in Iran oggi sono i riformisti, i fondamentalisti e Rafsanjani. Noi abbiamo scelto i fondamentalisti, e in particolare sosteniamo Larijani”.

In campo fondamentalisti e riformisti
Il linguaggio ha la sua importanza: ‟riformisti” sono il composito fronte che ha sostenuto la presidenza di Mohammad Khatami e la necessità di riformare la Repubblica islamica in senso democratico, garantire libertà civili come la libertà d'espressione e di associazione (che del resto sono parte della Costituzione), e limitare i poteri di veto degli organismi non elettivi - un fronte che include dalla ‟sinistra islamica” a forze liberali a intellettuali religiosi e laici. Sono questi oppositori che definiscono ‟conservatori” le forze che si rifanno all'ideologia e al potere della Guida suprema, tra cui bisogna poi distinguere tra una vecchia guardia e una nuova leva di ‟neoconservatori” assai più radicali. Loro invece preferiscono definirsi ‟fondamentalisti”, persone che vogliono condurre gli affari del paese secondo i ‟valori islamici”. Il signor Karimi si spiega: ‟Noi non vogliamo l'economia ultraliberale sfrenata degli americani e neppure lo statalismo sovietico. Il governo deve avere un ruolo di supervisione del mercato, limitarsi a correggere le ingiustizie per creare un'economia giusta nel rispetto dei valori islamici”. Ogni richiesta di maggiori spiegazioni sull'‟economia islamica” sarà inutile, e ogni domanda sull'economia ‟nera” in Iran sarà elusa (eppure secpondo alcune stime un terzo del reddito nazionale sfugge al conteggio e alla tassazione dello stato). Invece, il signor Karimi tiene a specificare che la tecnologia nucleare è un diritto di cui nessuno potrà privare l'Iran, che Israele è uno stato terrorista e che per ciò che riguarda i diritti umani, sono gli Stati uniti il più grande attentatore ai diritti umani nel mondo con vergogne come Guantanamo e le torture nel carcere iracheno di Abu Ghreib. Affermazioni che si possono leggere su Keyhan, il quotidiano diretto da Hossein Shariat-Madari, che sul suo biglietto da visita ha scritto ‟rappresentante della Guida suprema”: retorica vecchio stile. (‟Perché portate il foulard nero?”, chiede il signor Karimi al momento del commiato: ‟anche dei bei colori sono possibili”. Nell'ufficio della Società Islamica del Bazar però non vedo neppure una donna, neppure con il chador o il cappuccio d'ordinanza delle impiegate). Ali Larijani era entrato nella competizione presidenziale, qualche mese fa, come candidato ufficiale della destra religiosa più tradizionale - e con la speranza di avere l'appoggio esclusivo della Guida suprema, che significa anche delle fondazioni islamiche. Nei suoi slogans parla di ‟orgoglio nazionale”, come tutti, e promette ‟aria fresca” al governo.

L'ultima leva dei neo-islamici
Ma i conservatori - o ‟fondamentalisti” sono frammentati. Anche Mahmoud Ahmadi Nejad sperava di avere l'appoggio delle alte sfere dello stato: sindaco di Tehran, Ahmadi-Nejad, rappresenta il ‟partito dei costruttori dell'Iran islamico” (Abadgaran), una nuova leva di neo-cons iraniani fatta di imprenditori edili, tecnici e commercianti che vagheggiano una società affluente nei valori dell'Islam, una Hong Kong sul golfo persico - e che manovra milizie islamiche come Ansar Hezbollah (chi ha più memoria lo considera tra coloro che organizzarono un'ondata di attentati ed esecuzioni contro oppositori all'estero, come nel caso di Shapour Bakhtiar a Parigi). La corrente dei ‟Costruttori” è emersa sulla scena iraniana negli ultimi due anni, con le municipali del gennaio 2003 - quando gli elettori delusi dallo stallo in cui si trovava l'esperienza riformista hano disertato le urne, e uno come Ahmadi-Nejad si è ritrovato sindaco di Tehran, 12 o 13 milioni di abitanti, con appena l'1,5% dei voti. Oggi sono la corrente maggoritaria nel parlamento nazionale, è un esponente dei ‟Costruttori” il presidente del parlamento. Anche Ahmadi Nejad però sembra fuori gioco nela corsa presidenziale. Né sembra meglio piazzato Mohsen Rezaie, uno dei fondatori delle Guardie della rivoluzione.
La vera stella, tra i candidati ‟fondamentalisti”, è il giovane (44 anni) Mohammad Baqr Qalibaf. A volte è ritratto in divisa da pilota accanto a un aereo della compagnia di bandiera. Nei manifestini è definito ‟dottore”. Sorriso rassicurante e aspetto moderno, con la barba appena accennata. Il suo slogan: ‟Gli iraniani meritano una bella vita”. E dire che era un comandante delle Guardie della Rivoluzione, l'esercito rivoluzionario che ha avuto un ruolo decisivo nella guerra contro l'Iraq negli anni `80 e conserva il controllo delle frontiere, oltre a compiti di sicurezza interna (ed è un soggetto economico, controlla società commerciali). Ora, in un Cd elettorale Qalibaf recita poesie di Hafez Saadi, celebrato poeta iraniano - un richiamo al patrimonio culturale nazionale, senza riferimenti religiosi. I suoi poster elettorali mostrano adolescenti con le facce dipinte come alle partite di calcio. Tende a presentarsi come il capo della polizia che ha imposto una linea ‟morbida” verso le manifestazioni studentesche, dopo la grande repressione, a volte dichiara che lo stato deve essere meno intrusivo verso i cittadini. Ha dietro di sé una struttura organizzativa, a giudicare dal pubblico ben inquadrato che interviene alle sue manifestazioni elettorali. Dicono che piaccia ai giovani.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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