Votare o no? È questo il dilemma di fronte al quale si trovano tutti coloro che vogliono che l´Iran cambi. È inutile votare, dicono alcuni, se chi decide alla fine sono comunque solo il Consiglio dei Guardiani e il Leader supremo Khamenei, gli organi religiosi che non vengono eletti da nessuno. Occorre invece togliere legittimità alla teocrazia con l´astensione, proprio perché il regime sbandiera la partecipazione alle urne come la prova che gli iraniani sono contenti del loro tipo di demo-teocrazia. Accademici, organizzazioni studentesche, politici che un tempo erano stati vicini a Khatami hanno invitato al boicottaggio. Mentre gli ayatollah fanno di tutto per mandare la gente alle urne: e siccome a chi vota viene messo un timbro sulla carta d´ identità, che lascia un record permanente del comportamento elettorale di ciascuno, è evidente che i poteri di pressione del regime non sono pochi. Tanto per non lasciar dubbi qualche giorno fa il capo dei servizi segreti Ali Yunessi ha definito l´invito al boicottaggio "alto tradimento", che è punibile con la pena di morte.
Da quando il Consiglio dei Guardiani ha riammesso tra i candidati il riformatore Mustafa Moin, è cresciuto però anche il numero di coloro che si sono convinti che è meglio rinunciare all´astensione e votare invece per l´unico candidato, Moin appunto, che presenta il programma di riforme più radicale della storia della Repubblica islamica. Altrimenti, dicono, nemmeno un´affluenza alle urne inferiore al 40 per cento metterebbe automaticamente in crisi il regime, anche se certamente lo indebolirebbe sul piano internazionale; e comunque nell´immediato si rafforzerebbero gli ultraconservatori, come è successo alle ultime elezioni parlamentari.
Si stanno svolgendo le elezioni più atipiche e, contrariamente alle attese, più interessanti nella storia dell´Iran postrivoluzionario. Per la prima volta infatti nessuno sa quale sarà il risultato. E´ probabile che nessuno dei candidati raggiunga il 50 per cento dei voti e si debba perciò ricorrere a un ballotaggio, da tenersi il primo venerdì dopo la dichiarazione ufficiale del risultato. Questa novità ha provocato negli ultimi giorni una certa fibrillazione nei giovani che ormai da almeno due anni voltavano con disgusto le spalle alla politica.
I conservatori stanno perdendo nei tempi supplementari una partita che era già vinta, dice Said Leylaz, un analista che si è sempre rivelato molto acuto. Il loro gioco nelle ultime settimane è stato completamente rovesciato. Le bombe esplose qua e là sono una dimostrazione del nervosismo che si è diffuso nelle loro file.
Gli ultraconservatori presentano quattro candidati. Solo uno, l´ex capo dei pasdaran Mohsen Resai, si è ritirato a un giorno dal voto. Gli altri tre, che diversamente dalle previsioni non si sono accordati su una candidatura unica, sono l´ex capo della polizia di Teheran Baqer Qalibaf, il sindaco della capitale Mahmoud Ahmadinejad, e l´ex capo della televisione Ali Larijani. Tutti fedelissimi del Leader Supremo Khamenei e tutti ex comandanti militari nelle file dei Pasdaran, le milizie rivoluzionarie che negli ultimi sei anni il Leader ha enormemente rafforzato per farne la propria base di potere.
Che cosa è successo dunque nei tempi supplementari per rovesciare il loro gioco? Prima di tutto la candidatura di Hashemi Rafsanjani, che i quattro pensavano di poter impedire. Il settantenne Hashemi, uomo ai vertici del potere fin dagli inizi della Repubblica islamica, è di difficile collocazione: pragmatico quando si tratta del suo potere e dei suoi interessi, fondamentalista quando si tratta di eliminare i suoi nemici, riformatore quando cerca voti. Gli iraniani non lo amano, perché si è arricchito enormemente gestendo il potere e perché lo sanno responsabile degli omicidi di molti oppositori politici; ma lo considerano comunque un male minore rispetto agli ultrà e forse l´unico capace, grazie al suo potere e al suo denaro, di contrastarli. Riconoscono anche che è un politico astuto che potrebbe spianare le relazioni internazionali dell´Iran e risollevare l´economia in un paese che a causa di una crescita demografica strabiliante negli anni 80 ha un disperato bisogno di posti di lavoro. Rafsanjani ha l´appoggio dei tecnocrati e dei manager industriali, degli sportivi e di parte del clero, ma non del Leader: questi infatti anche ieri ha ribadito che gli iraniani «devono iniettare sangue giovane nelle vene del sistema».
La seconda cosa che ha cambiato il gioco dei conservatori è il rientro in campo di Mustafa Moin. Per lui, in un eventuale ballottaggio, potrebbero votare tutti coloro che vogliono le riforme anche se non ci sperano più.
Secondo i sondaggi (tutti di parte e quindi inaffidabili) Moin è al secondo posto nelle preferenze degli elettori dopo Rafsanjani. Avrebbe sorpassato Qalibaf , l´ex capo della polizia e ex comandante delle forze aeree, che viene considerato il preferito del Leader. Qalibaf piace nelle periferie povere della capitale perché si presenta come il Reza Shah islamico: un uomo venuto dal nulla (come il primo scià Pahlevi), con la mano forte del militare ma anche con quella del modernizzatore e di uno che combatte efficacemente contro la corruzione. Piace anche perché non è "un turbante", cioè un mullah. Degli altri due candidati, l´ex presidente del parlamento Karroubi e l´attuale vicepresidente Mehralisadegh, basta ricordare il nome perché non pare abbiano alcuna chance.
In caso di ballottaggio gli scenari possono essere due: o Rafsanjani contro Moin o Rafsanjani contro Qalibaf. In entrambi i casi lo spettro di una presa del potere degli ultraconservatori sarebbe scongiurato: nel primo caso sarebbero totalmente emarginati; nel secondo, secondo Leylaz, i seguaci di Moin sosterrebbero Rafsanjani assicurandone la vittoria. L´interrogativo cruciale comunque è se Rafsanjani riuscirà a imporre ai fondamentalisti islamici un programma di riforme. Su questo punto è molto difficile essere ottimisti.
Questa campagna elettorale ha portato molte sorprendenti novità.
Per esempio le ragazze in pattini che vanno su e giù per le strade di Teheran portando delle bandane ( da cui dietro escono lunghe code di capelli) col nome di Rafsanjani. Nemmeno si erano mai visti giovani flirtare così apertamente in pubblico, per esempio durante i comizi elettorali di Qalibaf, i cui assistenti scoraggiano con ogni mezzo i bassiji e altri miliziani, invisi ai giovani, dal partecipare ai comizi. Essendo i giovani sotto i 25 anni più della metà della popolazione e potendo votare a partire da 15, sono loro il target di tutti i candidati. I quali, paradossalmente, hanno tutti adottato gli slogan riformisti di Khatami. Questo è un cambiamento dal quale nessuno potrà più tornare indietro. Almeno visivamente l´Iran è un paese irriconoscibile rispetto a otto anni fa. Tra giacchettine strimizzite e pantaloni al polpaccio che scoprono le gambe, il foulard, ormai appeso non si sa come sulla parte posteriore della testa, sembra il simbolo della Repubblica islamica, attaccata all´unico chiodo delle sue immense ricchezze petrolifere.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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