Un risultato a sorpresa. Anzi, le sorprese sono state più d’una. Intanto l’affluenza alle urne, che tutti i sondaggi prevedevano nelle settimane passate come la più bassa nella storia della Repubblica islamica, tra il 45 e il 5 per cento. È stata invece del 62 per cento. ‟Con la vostra saggia partecipazione avete dimostrato la ferma volontà di difendere i valori islamici e la democrazia islamica” ha detto il Leader supremo Khamenei alla tv, dopo che il presidente Bush aveva definito le elezioni iraniane un esercizio solo apparente di democrazia dato che il Consiglio dei Guardiani (un organo religioso non eletto) aveva escluso molte candidature.
La seconda sorpresa ha grande rilievo per l’Occidente, ed è è l’ascesa del tutto inaspettata al secondo posto del più ultrà degli ultraconservatori, il sindaco di Teheran Mahmoud Ahmadinejad, che quando era diventato sindaco aveva annunciato di voler mettere le tombe dei ‟martiri”, così vengono chiamati i soldati morti negli otto anni di guerra contro l’Iraq, nelle piazze della capitale. ‟Vuol fare di Teheran un cimitero” disse Mehdi Karroubi, che era allora presidente del Parlamento. Karroubi è un tiepido riformatore che correva anche lui per la presidenza, e per tutto il pomeriggio di ieri era stato dato al secondo posto, invece di Ahmadinejab, dal Ministero dell’Interno. Ma già dalla mattina i simpatizzanti di Ahmadinejav, collegati con il Consiglio dei Guardiani, scommettevano con i giornalisti nella sala stampa del Ministero dell’Interno che il secondo posto sarebbe andato al sindaco di Teheran. Finora sono stati scrutinati i voti della provincia, dicevano, ma non appena comincerà lo spoglio di quelli di Teheran il vantaggio di Karroubi evaporerà.
In effetti è stato così: nelle città satelliti della sterminata periferia intorno alla capitale, Ahmadinejab ha avuto 733.000 voti e Karroubi 11.000. Karroubi ha però denunciato brogli compiuti dalle forze militari dei pasdaran (dalle cui file viene Ahmadinejav) a Teheran, Qom, Isfahan e Mashad. Ha detto di avere le prove di come abbiano agito ‟centri di potere dietro le quinte” e ha chiesto al Leader Khamenei di nominare una commissione d’inchiesta. I sondaggi avevano visto giusto solo nell’attribuire il primo posto a Hashemi Rafsanjani, pur prevendo la necessità di un ballottaggio perché nessuno dei candidati avrebbe raggiunto il 50 per vento dei voti. Rafsanjani, 71 anni, ben conosciuto in Occidente per essere stato presidente per otto anni fino al 1997, è considerato l’uomo più ricco e più potente dell’Iran. Per questo, fino a qualche giorno fa, a chiunque si chiedesse per le strade di Teheran chi avrebbe vinto le elezioni, la immancabile risposta era: Rafsanjani. Nessuno però, paradossalmente, era altrettanto pronto a dichiarare che avrebbe votato per lui. Rafsanjani ha fatto una campagna elettorale sui generis: ha confidato nella notorietà di cui ha goduto fin dai primi giorni della rivoluzione (è uscito durante la campagna un suo libro di Conversazioni con l’Imam Khomeini, dove - significativamente - discute con lui di eventuali modifiche alla costituzione, un tema scottante di questi giorni). Rafsanjani ha mantenuto il primato, ma con uno scarto di poco più di un punto di percentuale rispetto a Ahmadinejad (20,8 per cento contro 19,3 di Ahmadinejad su 28 milioni di voti). Solo nella regione di Kerman, che è un vero e proprio feudo personale - è il maggiore produttore di pistacchi della zona e ha trasformato la zona in una free trade area - ha ottenuto percentuali vicino all’80 per cento. Rafsanjani ha diffuso uno spot elettorale girato dal regista del famosissimo film Marmulak (una presa in giro dei mullah) che è stato subito battezzato Marmulak 2. Nel film si vede l’ex presidente che dibatte con la moglie, facendo colazione la mattina, se bere ‟l’amaro calice della candidatura alle elezioni”. ‟Mi sono visto nel giorno del giudizio di fronte al Signore che mi domandava perché non mi ero candidato, e ho temuto di restare davanti a lui senza una risposta”.
Dopo tutte le previsioni sbagliate dei giorni scorsi, nessuno osa immaginare che cosa potrà succedere venerdì prossimo 24 giugno, data decisa dal Consiglio dei Guardiani per il ballottaggio, forzando la mano al Ministero dell’Interno. Alcuni analisti pensano che Ahmadinejad non potrà aumentare molto il suo potenziale di voti (per lui hanno votato compatti i bassiji, le diverse milizie e organizzazioni islamiste, oltre alla popolazione più povera e più pia). Nessuno sa però se su Rafsanjani potranno convergere i voti dei riformatori, che non si fidano che l’ex presidente dica la verità quando promette ‟di continuare le riforme” e si presenta come l’unico in Iran capace di riparare le relazioni con gli Stati Uniti e risolvere i gravi problemi economici del paese.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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