Difficile fare previsioni, si diceva alla vigilia del voto, e questa sembra davvero l'unica previsione rispettata. Secondo risultati ancora non definitivi la competizione elettorale per la presidenza della repubblica in Iran è diventata una sfida tra il ‟pragmatico” Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e l'ultraconservatore sindaco di Tehran, Mahmoud Ahmadi-Nejad. E questa è davvero una sorpresa, giunta ieri sera al termine di una serie di colpi di scena che qui hanno sorpreso anche gli osservatori più interni. La prima sorpresa è la partecipazione al voto: venerdì abbiamo visto code nei seggi di Tehran, sia nelle zone popolari e più tradizionaliste della città sia nella parte nord ‟moderna” e disincantata (così viene descritta), che aveva votato davvero poco in occasione delle legislative di un anno fa. Code ai seggi si sono ripetute in tutto il paese. Sulla partecipazione totale però ci sono notizie discordanti: il ministero dell'interno, responsabile delle operazioni di voto e dei conteggi, afferma che hanno votato poco meno di 29 milioni di iraniani, il 62% degli aventi diritto;
il Consiglio dei Guardiani, organismo di giuristi islamici che dovrà convalidare i risultati, parla di 32 milioni di voti espressi, quasi il 69% degli aventi diritto. In entrambi i casi si tratta di una percentuale più bassa di quella che aveva mandato il riformista Mohammad Khatami alla presidenza, ma molto più alta del 55% delle ultime legislative. (‟Più che nelle presidenziali Usa”, fanno notare qui molti esponenti dell'establishment).

Sorprese e accuse
Il risultato delle urne è la seconda sorpresa. La posizione dominante è di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, l'ex presidente della repubblica (per due termini, 1989-1997) che oggi presiede uno degli organi di giuristi islamici che compongono il sistema di potere della Repubblica Islamica: e fin qui, come previsto. Ha preso circa il 20% dei voti espressi, diceva ieri sera una fonte del ministero dell'interno che però resta anomima. Non abbastanza da passare al primo turno, e questa è l'unica altra previsione della vigilia a risultare confermata: ci sarà un secondo turno elettorale (non è ancora chiaro se venerdì prossimo o quello successivo). Un ballottaggio tra Rafsanjani e chi? Qui cominciano le sorprese - e le controversie. Il conteggio dei voti ieri mattina dava in seconda posizione Mehdi Karroubi, già presidente del parlamento (nell'ultima legislatura), un religioso che, come il presidente uscente Mohammad Khatami, appartiene alla Società del Clero Combattente, ovvero la ‟sinistra islamica” che sostiene le riforme. Durante la campagna elettorale Karroubi si era distinto per la proposta di usare il reddito degli idrocarburi per dare a ogni cittadino iraniano che ha compiuto 18 anni un assegno mensile di 500mila rials, circa 60 dollari. Qualcuno lo aveva ridicolizzato come una mancia in cambio del voto, anche se in fondo si potrebbe vedere come una forma di reddito minimo garantito: in ogni caso non irrilevante, dove lo sipendio di un insegnante supera di poco i 200 dollari al mese.
E invece no: a metà giornata è circolata la notizia che è il sindaco di Tehran, Ahmadi-Nejad, a raggiungere la seconda posizione, con il 19%. Ed è cominciata una rincorsa di annunci e smentite che allude a un braccio di ferro durissimo. Nel pomeriggio Karroubi ha convocato una conferenza stampa per dire che ‟alcuni centri di potere stanno violando la legge e cercano di attribuire più voti a un a certa persona con l'aiuto del Consiglio dei Guardiani”. Non ha fatto nomi, ma l'allusione è chiarissima, così come l'accusa di manipolare i voti. Pare che l'ex presidente del parlamento sia andato dalla Guida suprema a chiedere un nuovo conteggio dei voti, in un confronto duro quanto vano (alla Guida suprema, ayatollah Khamanei, spetta l'ultima parola in questi affari). In serata dunque i giochi sembravano fatti, anche se mancava ancora un annuncio ufficiale.

Poteri informali
Mahmoud Ahmadi-Nejad, ex ufficiale delle guardie della rivoluzione (i pasdaran), non è molto noto fuori Tehran. Appartiene a una formazione chiamata Associazione degli Ingegneri che si vuole rappresentante della media tecnocrazia (dei diplomati, sarebbe meglio dire) del paese. Sconosciuto ai più prima di emergere due anni fa con una cordata di relativamente giovani personaggi d'apparato che predicano una ‟società del benessere nei valori islamici”, oscillano tra l'assistenzialismo corporativo dele fondazioni islamiche e il libero mercato, si definiscono ‟fondamentalisti” e godono della fiducia della Guida suprema. E' la cordata che qui chiamano ‟neo-conservatori”, il ‟Partito dei costruttori del'Iran islamico” che ha la maggioranza nel parlamento nazionale, il Majlis.
Risultati a sorpresa, che confermano però uno scontro di potere feroce dietro le quinte della Repubblica islamica, e non solo o tanto tra correnti ‟riformiste” e difensori del sistema quanto all'interno del campo chiamato ‟conservatore”: basti pensare che il Consiglio dei Guardiani il mese scorso aveva bocciato, tra le altre, le candidature di due figure molto interne al sistema - e li ha lasciati fuori anche quando ha ‟ripescato” il riformista Moeen, accogliendo l'invito di Khamenei a rendere ‟plurale” la competizione.
Il punto è che la stessa divisione tra riformisti e conservatori non basta a rendere conto di una struttura del potere assai più complicata, fatta di istituzioni formali e informali. A prima vista, in Iran coesistono due linee di istituzioni: da un lato il parlamento e il presidente della repubblica (capo dell'esecutivo), eletti a suffragio universale; dall'altro la Guida suprema, insignita dell'autorità assoluta secondo la dottrina della ‟supremazia del giureconsulto” (velayat-e faqih), da cui dipendono organismi di giuristi come il Consiglio dei Guardiani (che ha potere di veto sulle leggi approvate dal parlamento e sui candidati alle cariche pubbliche).

Altri centri di potere
Il presidente non controlla né esercito e apparati di sicurezza, né la magistratura o la radiotelevisione, e la sostanza delle ‟riforme” tentate da Khatami era proprio ridefinire i poteri reciproci: ma il tentativo è fallito, l'esperienza riformista ha cambiato il clima nella società iraniana, aperto spazi per la società civile organizzata, rilassato le norme di comportamento pubblico - ma non ha intaccato la struttura istituzionale della Repubblica islamica. Anche se la signora Azam Taleghani, accesa riformista e capo di un'Associazione di donne islamiche, giudica che le istituzioni non elette sono state almeno indebolite dagli ultimi 8 anni di scontro di potere: ‟Hanno perso influenza e legittimità, e lo sanno”, ci ha detto alla vigilia del voto.
Poi però ci sono altri centri di potere, informali, che includono associazioni politico-religiose, fondazioni rivoluzionarie, organizzazioni paramilitari allineate alle diverse fazioni del clero shiita - e i gruppi di influenza del clero a volte sono così informali da assomigliare alle logge massoniche della vecchia Europa. Uno dei migliori studiosi dell'Iran attuale la descrive come una struttura di cerchi concentrici, in cui il cerchio più interno resta quello dei ‟patriarchi”, i religiosi più influenti nelle istituzioni, e quello più esterno è fatto di figure con una certa influenza nella società civile, attivisti e intellettuali (Wilfred Buchta, Who rules Iran?, 2002).
In questi cerchi concentrici di potere si gioca ora il secondo turno della battaglia presidenziale. Molti già prevedono un ‟effetto Le Pen” all'iraniana, un voto per il pragmatico per fermare l'ultraconservatore.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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