Sul tetto del Lingotto, di mattina presto, le Alpi si toccano con le dita. La fabbrica è morta, ormai da tempo disossata delle sue enormi macchine, e avviata a un presente mezzo museale e mezzo vegeto, alberghi, padiglioni, negozi, posti di ristoro, insomma quell´insieme decorosamente inglorioso che chiamiamo ‟servizi”. Ma la percezione del ‟post” è palpabile e malinconica, è nell´asfalto intonso e ora silenzioso della bellissima pista sommitale, è nel maestoso sentimento di vuoto, nella memoria dell´epopea industriale, padronale e operaia che pare estinta per qualche misteriosa catastrofe naturale, come i dinosauri, e come i dinosauri ha lasciato tracce mastodontiche e meravigliose, soprattutto l´interminabile rampa elicoidale che un tempo portava le automobili Fiat fino al tetto, e al cospetto delle montagne.
Così il Lingotto è diventato a suo modo un sedimento geologico, e i suoi acciai e cementi fronteggiano i graniti e i basalti dei monti quasi con pari dignità. Torino è proprio addosso alle Alpi, e le Alpi addosso alla città, e l´apparente forzatura di un´Olimpiade di montagna organizzata da una metropoli finisce per apparire, da quassù, il più naturale degli azzardi. Si vedono a occhio nudo, a Nord e a Ovest, gli imbocchi ombrosi delle valli, i ghiacciai scintillanti, i cumuli di nubi che si addossano alle pendici, e vengono pensieri geografici, si intuiscono i valichi e non molto oltre la Francia e la Svizzera, Lione e Ginevra, i traffici e le migrazioni, i castelli di guardia valdostani e gli eserciti in marcia, la via del sale, il contrabbando, i valdesi, il semi-mito dell´Occitania, e ovviamente i Savoia, francesi di montagna, che scendono a regnare sul Po con insospettabile predestinazione a fondare la nazione italiana.
La suggestione che ha portato un gruppo di torinesi moderni a volere le Olimpiadi del 2006 è in fondo tutta qui, basta affacciarsi al belvedere del Lingotto, valutare il paesaggio innevato e avvertire sotto i piedi l´agonia industriale, il silenzio di ciò che fu e non è più (l´elicottero dell´Avvocato atterrava qui quasi ogni mattina, dopo avere sorvolato la città), e avere voglia di fare qualcosa, di far girare quattrini (millesettecento milioni di euro investiti tra impianti, infrastrutture e opere di accompagnamento), di far venire gente da mezzo mondo, di fabbricare un pezzetto nuovo di zecca di storia sportiva, economica, sociale e culturale.
Servivano circa ventimila volontari, per far funzionare la macchina a cinque cerchi, se ne sono già presentati, con un anno di anticipo, trentacinquemila. ‟Torino ha una psicologia vagamente militare - dice tra il divertito e l´orgoglioso l´animatrice dei Giochi invernali, Evelina Christillin - se l´obiettivo è comprensibile la gente partecipa ed esegue, ha disciplina, serietà e voglia. Questa è una città che parla poco ma risponde sempre. È una città dove avere un´idea raramente è inutile”.
L´idea, per giunta, arriva in fondo a una storia sportiva profondamente strutturata, la storia di Torino culla dello sci e degli sport di montagna. Gli Agnelli, naturalmente, con quella stravaganza metà futurista metà villereccia che fu il primo Sestriere immaginato e voluto dal figlio del capostipite, Edoardo, con i brutti grattacieli che però, a rivederli adesso, paiono molto meno peggio dei baitoni-condominio, orribili e tutti uguali, che hanno assecondato il boom delle seconde case e dello sci di massa, e rendono tutte le Alpi o quasi un identico, mediocre esercizio di velleitaria edilizia piccolo-borghese.
La storia comincia negli anni Trenta, quando sciavano solo i signori. La cultura degli sport invernali fu importata da pionieri norvegesi e svizzeri, che insegnarono lo stem-kristiania ai ricchi piemontesi. Si sciava con pesanti abiti da escursione, con le pelli di foca e lunghissimi sci di legno, i primi impianti di risalita parevano un lusso esorbitante (e lo erano) ai montanari che ancora non riuscivano a immaginare che l´industria del dislivello gli avrebbe cambiato la vita e il destino, la faccia loro e la faccia delle loro montagne, fin lì immobili da millenni. Gli Agnelli, al Sestriere, erano attesi a fondopista da Fiat-giardinetta rigorosamente blu diplomatico. Il ‟Principi di Piemonte” era considerato uno degli alberghi più belli del mondo, si prendeva il sole su cestoni di paglia e poi ci si tuffava nell´acqua bollente, la sauna era una novità esotica e salutista, nel dopoguerra Vittorio Gassman e Paola di Liegi, quando ancora non era stata inventata la squallida e scema parola ‟vip”, scendevano in neve fresca seminando i primi flash dei paparazzi.
Erano gli apripista dell´invasione massiccia, irrefrenabile e inevitabile, dello sci di massa, che in Italia comincia nei Settanta, con il boom di Thoeni e della valanga azzurra. L´allenatore di Thoeni, il francese Jean V uarnet, getta il seme del clamoroso exploit turistico-industriale-promozionale creando un ‟pool” di fornitori della Nazionale, i materiali da sci diventano marchio, status-symbol e insieme prodotto popolare, un bel pezzo della fortuna padana (veneta soprattutto) nasce anche sulla scia dei perfetti scodinzoli di Thoeni e poi di Gros (piemontese di Sauze), milioni di scarponi, sci, giacche a vento, e nuovi tessuti coloratissimi e tecnologici, caldi e lievi, il goretex, il pile, la seta-lana.
Anche gli operai sciano, dopotutto la Fiat è anche un famoso volano dopolavorista e paternalista, sulle piste della Val di Susa e dalla Val Chisone arrivano i torpedoni e le utilitarie, gli sci-club di città, le famiglie che scoprono la neve. La montagna si arricchisce ma anche si congestiona, si snatura e sfiora l´infarto nelle code da week-end, negli sterminati parcheggi gasoleosi, nell´assalto alle funivie. Finché, ed è storia di adesso, i charter e le vacanze a basso costo in Asia e in Africa, col sole e il mare anche in pieno inverno, aiutano a decongestionare leggermente le Alpi (care e sempre meno concorrenziali). E forse, magari, passato il lungo choc trentennale dell´invasione e della cementificazione, si può provare a immaginare la via di un possibile nuovo equilibrio tra la montagna e la sua ingombrante clientela.
Il punto delicato di Torino 2006 sarà la viabilità, se non un tallone di Achille certamente una prova del fuoco. Si è in parte provveduto con ampliamenti della rete e si provvederà con molti divieti al traffico privato e un sistema di navette su gomma, anche se al Toroc parlano con qualche invidia dei Giochi americani di Salt Lake City, un´Olimpiade a stella con autostrade a otto corsie. Ma se lo Utah non ha le strettoie, le gole, le asprezze delle Alpi, probabilmente non ha neanche un Lingotto dal quale dominare tutta intera un´orografia spettacolare ma in fondo così raccolta, così domestica, così europea.
Le Alpi, tornando al nostro punto di vista di partenza, il tetto del Lingotto, sono l´orlo massiccio ma vulnerabile di una delle pianure più popolate, ricche e inquinate della Terra. Il loro destino si fabbrica a Torino e a Milano, a Brescia e Verona. Le Olimpiadi di Torino dovrebbero servire anche a questo, a renderci un poco più coscienti, e partecipi, di quanto sia preziosa e fragile l´infinita bellezza delle Alpi. Già un´industria, quella metalmeccanica, è al suo requiem: bisogna dunque che ci si curi della post-industria con quel sovrappiù di premura, e coscienza, che viene dalle brutte esperienze. Torino olimpica ci prova, è una bella sfida.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>