La secca sconfitta nel referendum sulla legge 40 non va rimossa. Solo se avremo la capacità di indagare con intelligenza le sue cause profonde, saremo in grado di ricavarne una lezione salutare. Il primo errore da evitare è quello di accogliere lo stereotipo che buona parte dello schieramento del Sì e buona parte di quello astensionista già stanno alacremente accreditando: ovvero "ha vinto l'Italia clericale". O, in termini appena più sofisticati, ha prevalso l'egemonia della Chiesa cattolica sul terreno della morale e dei valori.
Che lo si dica con sollievo o lo si viva come un incubo, resta una rappresentazione errata, contraddetta da tutti - tutti! - i dati relativi all'identità (alle molte identità) della nostra comunità nazionale. E contraddetta in primo luogo dall'analisi della stessa Conferenza episcopale italiana, che - ancora poche settimane fa - parlava, con allarme, dei processi di "secolarizzazione" che attraversano la nostra società. Ed è stato proprio il cardinale Camillo Ruini a evocare la "scristianizzazione" e ad affermare - in un'intervista rilasciata a Marco Politi nel 2003 - che "oggi, come in secoli molto remoti, la Chiesa deve preoccuparsi di far 'nascere' il cristiano". E ancora: "siamo in presenza di un agnosticismo diffuso, che fa leva sulla riduzione dell'intelligenza umana a semplice ragione calcolatrice e funzionale".
È escluso che il poco tempo trascorso da quelle affermazioni abbia modificato così radicalmente la situazione da trasformare l'"agnosticismo diffuso" in un altrettanto diffuso fervore religioso. È un motivo ulteriore - e particolarmente significativo, considerata la fonte - per abbandonare interpretazioni schematiche. Azzardo, quindi, una bozza di analisi alternativa e - con sovrumano sprezzo del pericolo - provo ad argomentarla. Il 13 giugno ha vinto, chiamiamola così, la "morale cattolica", perché - nonostante la sua condizione di minorità - è l'unica tuttora presente nella società nazionale, nella sua memoria storica e nel suo senso comune: e questo prescinde dallo scarto sempre più ampio tra i principi di quella morale e gli stili di vita maggiormente diffusi. E, poi, perché quella morale è l'unica attiva nell'arena pubblica; l'unica coerentemente definita; l'unica riconoscibile; l'unica che disponga di testimonial credibili (vuoi mettere, tra Camillo Ruini e Sabrina Ferilli...), di una rete articolata di proprie agenzie locali (oltre 25000 parrocchie), di un linguaggio immediatamente comunicativo e dal "cuore antico".
Quel "cuore antico" conta moltissimo, evidentemente, perché offre un qualche vocabolario e una traccia di riferimento, un segnale di direzione (ancorché vago) e un modello di comportamento (ancorché approssimativo) per non smarrirsi su terreni sconosciuti e davanti a quesiti inediti. Ne deduco che i punti essenziali dell'attuale "situazione morale" possono essere sintetizzati come segue, partendo dal dato referendario:
1. La morale tradizionale, di ispirazione religiosa (in Italia, quella di derivazione cattolica), di fronte ai nuovi dilemmi etici, offre le sue risposte, fatte proprie con convinzione da circa un quarto della società e accettate - per assenza di alternative - da circa un altro quarto; 2. quei dilemmi riguardano nuove questioni etiche e antiche questioni etiche che vanno assumendo forme assolutamente originali (qual è il limite della vita e della morte?); 3. la morale tradizionale non è la sola che sopravviva in un vuoto creato da una sorta di inarrestabile "desertificazione etica"; e non è l'unica ad affrontare gli interrogativi posti dalle nuove forme di relazione e dalle nuove soggettività, dalle contraddizioni originate dal progresso della scienza e della tecnica, dal manifestarsi di potenzialità impreviste e di conseguenze non conosciute a proposito delle grandi "questioni di vita e di morte" (nascita e malattia, dolore e accanimento terapeutico, trapianti di organi ed eutanasia…); 4. tali questioni tendono ad assumere - tutte - valenza pubblica e a chiedere - tutte - traduzione giuridico-legislativa in norme poste a tutela di diritti; 5. emergono, faticosamente, risposte morali diverse da quelle previste dalla morale tradizionale, che legittimano soluzioni legislative differenti; 6. questo determina conflitti, che non sono evitabili e tendono, piuttosto, a moltiplicarsi e ad assumere un peso crescente nello spazio pubblico e nella stessa competizione politica. La vicenda del referendum sulla fecondazione assistita può essere letta attraverso questa sequenza e tenendo conto di alcuni precedenti, non limitati al quadro italiano: il terzo dei grandi confronti televisivi tra Gorge W. Bush e John Kerry si tenne esattamente su tali questioni; e sono tali questioni (l'aborto e l'eutanasia, le unioni tra omosessuali e la manipolazione degli embrioni) che lacerano le opinioni pubbliche dei paesi democratici e costituiscono la posta in gioco di grandi conflitti politici.
Pensare di evitarli, quei conflitti, è due volte sbagliato: perché sono essi che inseguono noi e ci interpellano e ci incalzano, ponendo quesiti che riguardano il nostro vissuto e il nostro destino. E, poi, perché - se quei temi non vengono affrontati - trovano comunque delle soluzioni: e sono le soluzioni ispirate dalla morale tradizionale, suscettibili di condizionare le nostre esistenze, di limitare le nostre opzioni e, in molte circostanze, di determinare grande sofferenza. Si guardi alle più recenti vicende. Al di là della tattica scelta (il referendum), non dubito che la legge 40 andasse profondamente emendata: perché dà una risposta morale parziale - e, tuttora credo, minoritaria - a un cruciale tema etico-giuridico; e perché quella risposta (quella legge) produce più sofferenza di quanta ne limiti.
Per converso, il disegno di legge dei Democratici di sinistra sulle unioni civili offre una risposta normativa intelligente a una questione di notevole rilievo, imposta dalle trasformazioni nella sfera della sessualità e nelle fenomenologia delle forme coniugali; e può ridurre la sofferenza di molte coppie non riconosciute. E' una battaglia eludibile? Credo proprio di no. Se non la poniamo noi nella sfera pubblica, altri la porranno. E' nelle cose. E' nei conflitti politici di mezza Europa e degli Stati Uniti e nell'agenda delle decisioni di tutte le Corti costituzionali.
Detto tutto ciò, la gran parte del lavoro resta da fare. Una cosa sola mi appare chiara come il sole. Il rifiuto della morale tradizionale non può avvenire in nome del pragmatismo e nemmeno della semplice affermazione del principio dell'autonomia individuale. Ciò non risulta più sufficiente. I temi morali prima evocati, le grandi "questioni di vita e di morte", esigono risposte morali. Così è stato fatto - ma solo in parte - in occasione del dibattito sulla procreazione assistita, quando gli astensionisti hanno voluto contrapporre il "partito della vita" a quello della "selezione eugenetica". Non si è riusciti a impedire che quella fosse la (falsa) rappresentazione del conflitto in atto. Analogamente, se si consente che - a proposito di unioni civili - il "partito del matrimonio eterosessuale" si contrapponga a quello "del libertinaggio", siamo fritti. Ma così non è, e non è nemmeno inevitabile che appaia. E per una ragione di sostanza: nelle domande del movimento omosessuale c'è un robusto fondamento morale; ed è morale, innanzitutto, la richiesta di riconoscimento della propria identità e della propria forma di relazione, quando ispirata alla mutualità, a un progetto comune, a un'idea di futuro condiviso.
Per concludere. Al di là della proposta di metodo (fondare e argomentare in termini morali le proprie opzioni e la loro trascrizione normativa) qual è la base etica di una morale diversa da quella tradizionale? Innanzitutto, è chiaro che, oggi, non disponiamo di un corpus compatto e coerente di "valori alternativi"; e proprio perché il riferimento è a codici morali ancora in formazione, parziali e, per certi versi, provvisori: ovvero in via di sperimentazione. Ma, comunque, codici morali: combinazioni di valori e norme, cioè, che orientano i comportamenti individuali e di comunità; e dai quali discendono i fini delle azioni. Dunque, una pluralità di codici morali. Ma questo non comporta, di necessità, quel "relativismo" del quale si paventa la "dittatura": e proprio perchè, in quella pluralità di codici, non c'è alcuna forma di indifferentismo etico; c'è, piuttosto, ricerca e fatica: e c'è amore della verità e, insieme, della libertà. E a unirli, quei diversi codici, c'è un'idea di razionalità dove l'autonomia individuale intende tener conto della categoria di responsabilità sociale, senza mai sacrificare a quest'ultima la tutela rigorosa della prima. Ed è qui il nodo più aggrovigliato: perchè la "vecchia morale" così come le "nuove morali" vivono tutte la medesima tensione tra sfera individuale e vita collettiva e tra indipendenza del soggetto e senso della comunità. Ma - è questo il dato che scombina le carte - oggi risulta invertito il processo di fondazione del sistema di valori e, conseguentemente, di costituzione dei diritti. Nelle "nuovi morali", il percorso costituente è quello che va dall'individuale al collettivo, e non viceversa. Da qui, esattamente da qui, si deve partire.
(Qualcuno forse noterà che in questo articolo mai si parla di "laici e cattolici". È un caso? No, non è un caso).
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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