Qualcuno lo vede come un Den Xiao Ping iraniano, la persona che traghetterà la Repubblica islamica verso un modello di liberalismo sociale ed economico senza troppi scossoni, e potrà farlo perché è interno al sistema. In effetti Ali Akbar Hashemi Rafsanjani compare nelle cronache politiche iraniane fin dagli anni `60, l'epoca delle prime proteste del clero sciita contro lo Shah. Nato 70 anni fa in una facoltosa famiglia di agricoltori di Rafsanjan, nel sud-est del paese, Hashemi era allora uno studente di teologia a Qom, discepolo dell'imam Khomeini, e resterà nella cerchia ristretta dei suoi fedeli durante la Rivoluzione e la creazione della Repubblica Islamica. Da allora ha attraversato le cariche più alte della Repubblica. Tra il 1980 e l'89 è stato presidente del Majlis, il parlamento; nell'88 l'Ayatollah Khomeini lo ha nominato comandante in capo delle forze armate: è accreditato come colui che ha fatto accettare all'Iran la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che ha messo fine alla guerra tra Iran e Iraq (1980-'88).
Finita la guerra, scomparso (nel 1989) anche l'ayatollah Khomeini, è cominciata la fase della "ricostruzione": Rafsanjiani l'ha guidata in veste di presidente, eletto nell'89 e rimasti in carica per due mandati fino al 1997. È lui che ha cominciato ad allentare il controllo statale sull'economia e a introdurre elmenti di libero mercato. Sul piano internazionale, ha cominciato a incoraggiare il riavvicinamento con l'Occidente per ridare all'Iran uno statuto di piccola potenza regionale. Ha usato la sua influenza in Libano per favorire il rilascio di alcuni ostaggi occidentali, nei primi anni `90. Anche nella vita interna iraniana ha avviato allora le prime aperture - si dichiarava contro le pene corporali più severe previste dal codice penale islamico, ad esempio. È in quei primi anni `90 che un uomo della cordata politica di Hashemi Rafsanjani, sindaco di Isfahan prima e di Tehran poi, ha cominciato a promuovere iniziative culturali, riaprire i parchi pubblici, inaugurare centro culturali - insomma, a restituire agli iraniani qualche spazio pubblico, premessa per le trasformazioni portate poi dalla presidenza riformista di Mohammad Khatami. D'altra parte, Hashemi Rafsanjani è guardato come un'eminenza grigia dietro a molte delle storie oscure dell'Iran: il giornalista investigativo Akbar Ganji allude a lui a proposito dei "serial killing", come viene chiamata in Iran l'ondata di uccisioni di intellettuali e dissidenti che ha segnato gli anni `90.
Ma forse è nella gestione economica che Rafsanjani ha l'influenza più pervasiva, anche perché è lui stesso uno degli uomini più ricchi dell'Iran - enormi proprietà e, si dice, partecipazioni e interessi in quasi tutte le attività economiche private nel paese, dalle linee aeree al commercio a diverse industrie.
Oggi Rafsanjani usa il lunguaggio della moderazione e delle riforme in ciò che riguarda la vita sociale. Ai giovani ha lasciato intendere che lui creerà lavoro e chiuderà qualche occhio sulle libertà personali, e alle ragazze che incoraggia le pari opportunità. Auspica lo sviluppo del settore privato e l'ingresso di investimenti stranieri, promette privatizzazioni e i liberisti guardano a lui con speranza. Infine, sul piano internazionale Rafsanjani ha dichiarato che uno dei motivi che lo hanno portato a candidarsi alla presidenza è "risolvere il problema del nucleare" - la controversia sulla natura del programma atomico iraniano. "È possibile che l'Iran abbia taciuto qualcosa, ma da quando ha ammesso le sue attività ha pienamente collaborato con l'Agenzia internazionale per l'energia atomica", ha fatto notare la settimana scorsa (parlando alla Bbc): certo, ammette, l'Iran dovrà dare agli europei e agli americani rassicurazioni sulle sue pacifiche intenzioni. Ha detto e ripetuto che considera tempo di avviare una normalizzazione con gli Stati uniti: le relazioni sono interrotte dal 1980, in seguito all'invasione del'ambasciata statunitense a Tehran da parte di un gruppo di studenti islamici (gran parte dei quali oggi sono attivisti nel campo riformista) che tenne in staggio il personale americano per oltre un anno. "Gli Stati uniti sono una realtà che non possiamo ignorare", ha ribadito in interviste recentissime. "Certo, dobbiamo far capire agli Usa che il loro avventurismo in Medio Oriente non gioverà ai loro interessi (...) Gli Usa hanno degli interessi, e così l'Iran.
A volte condividiamo degli interessi ed è reciproco vantaggio cooperare". Sta a Washington, dice Rafsanjani, compiere dei gesti di distensione: ad esempio sbloccare i beni iraniani congelati nelle banche Usa dall'80, circa 8 miliardi di dollari. Ora Rafsanjani sostiene che sono gesti di distensione da parte americana l'aver tolto il veto all'ingresso dell'Iran nel Wto, aver acconsentito alla vendita di alcune parti di ricambio di aerei, e soprattutto aver riconosciuto che l'Iran ha il diritto di condurre attività per l'arricchimento dell'uranio, entro certi limiti pacifici - cosa che, dice Rafsanjani, "il presidente Bush ha affermato di recente".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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