Fuori non c'è scritto nulla, neppure un nome su un campanello. Dentro il cancelletto pochi scalini portano a un appartamentino seminterrato, affacciato su un minuscolo giardinetto. Scaffali lungo tutte le pareti, tavoli di legno chiaro, due computer. Siamo nella Biblioteca delle Donne, prima biblioteca e centro di documentazione femminista in Iran, e ci accoglie Mansoureh Shojai - che per dedicarsi a questo progetto si è pensionata dalla Biblioteca nazionale dove ha lavorato tanti anni. Per spiegare la genesi della Biblioteca in effetti Mansoureh parla di un 8 marzo, anno 2000, quando un gruppetto di donne come lei si è trovato alla libreria BookCity di Tehran. Era la prima volta che cercavano di segnare la festa di lotta delle donne in modo pubblico (Nella repubblica islamica la ‟giornata della donna” è piuttosto l'anniversario della nascita di Zahra, la figlia del Profeta”, spiega). Loro invece parlavano di diritti delle donne, di un diritto di famiglia che le rende cittadine di seconda classe, di violenza domestica. C'erano delle giornaliste tra loro, delle editrici, giuriste, nomi noti e meno noti, attiviste per i diritti umani, ed era un momento di scontro durissimo in Iran tra un governo riformista e un sistema politico che resiste a ogni cambiamento. Infatti di li a poco due di loro, l'editrice Shahla Lahiji e l'avvocata Mehranguiz Kar, sono state arrestate: erano parte di un gruppo di intellettuali che aveva partecipato a una conferenza a Berlino, su invito dall'Istituto Heinrich Boell, sul futuro delle riforme politiche e sociali in Iran. Quella conferenza (era l'aprile 2000) resterà famosa perché molti dei partecipanti iraniani al ritorno sono stati sbattuti a Evin, il carcere di Tehran (Lahiji e Kar sono state processate dapprima a porte chiuse, poi dopo la protesta dell'avvocato difensore Shirin Ebadi con un processo aperto, e condannate per attentato alla sicurezza dello stato e propaganda contro il sistema islamico).

La prima manifestazione
Insomma, sono passati due anni prima che queste donne osassero tenere una manifestazione pubblica, l'8 marzo del 2003. Nel frattempo però, spiega Shojai, avevano deciso di registrarsi legalmente come ‟ong”, organizzazione non governativa, per poter tenere delle attività pubbliche: si sono date il nome Markaz-e Farhanghi-e Zanan, ‟Centro culturale delle donne”. Nel 2002 hanno lanciato una campagna contro la violenza sulle donne. ‟Il nostro obiettivo di fondo è lavorare per alzare il livello di consapevolezza dele donne, e far entrare le rivendicazioni delle donne nelle questioni sociali più ampie”. Il Centro culturale ha formato diversi gruppi - uno si occupa del sito web, www.iftribune.com (cliccare su ‟about us”, ci sono delle pagine in inglese). Un altro organizza seminari - molte di loro in effetti girano in tutto il paese a incontrare gruppi femminili: discutono problemi legati allo statuto legale delle donne, o la salute. Hanno lavorato a Bam, la città terremotata dove la ricostruzione non è ancora decollata e molte donne devono mandare avanti le loro famiglie e le loro vite in campi profughi assai precari. Sono andate tra le donne afghane (migliaia di afghani restano in Iran come rifugiati), hanno organizzato seminari sulla prostituzione o sulla violenza domestica. Un gruppo si è dedicato alla Biblioteca.
Non è stato facile, dice Mansoureh Shojai. Il progetto risale al marzo 2003 ma la biblioteca che ora vediamo è stata aperta solo nel marzo di quest'anno, dopo mille difficoltà - una è stata raccogliere fondi. ‟Una biblioteca delle donne è una scuola di consapevolezza”, pensa Shojai. Racconta di un concerto organizzato per raccogliere fondi per la biblioteca, ma poco dopo c'è stato il terremoto a Bam e hanno usato la metà del ricavato per gli aiuti. Hanno rifiutato sovvenzioni internazionali, perché ricevere fondi dall'estero può mettere in una posizione difficile verso le autorità e indurre sospetti (‟fare un lavoro intellettuale in un paese come il nostro comporta problemi complicati”). Insomma, si reggono su piccoli contributi privati, e sul contributo delle lettrici che usano la biblioteca.
La Biblioteca delle donne ha diversi progetti d'espansione. Uno è un premio letterario, intitolato a una scrittrice e attivista iraniana dell'inizio del secolo, una di quelle donne che ha ispirato generazioni di femministe iraniane: Sedigheh Dulat-Abadi, 1882-1961, il cui bel volto incorniciato da capelli grigi guarda da un poster affisso sull'unico segmento di parete qui che non sia occupato da libri. ‟Poi vogliamo fare una biblioteca mobile, per portare i libri nelle zone più modeste del paese, dove molte donne e ragazze leggerebbero se ne avessero l'occasione”. Mansoureh Shojai la chiama ‟biblioteca a piedi scalzi” e spiega che è un suo chiodo fisso già da qualche anno. ‟Il primo tentativo lo abbiamo fatto nei campi profughi afghani nella provincia di Mashad (nell'Iran nord-orientale, ndr). Ci sono alcune attiviste afghane molto brave a coordinare quei campi, ne avevamo parlato. Non sapevamo come portare i libri però, e come prima cosa ne abbiamo portati un po' semplicemente negli zaini, poi li abbiamo distribuiti tramite i volontari afghani”. La Biblioteca a piedi scalzi e in zaino.... ‟L'Unicef ha apprezzato l'idea, ora potremmo espanderla col loro aiuto in altre province del paese”.
‟Nelle nostre vite quotidiane e nell'azione sociale lottiamo contro la discriminazione e contro le tradizioni patriarcali”, si legge nel sito del Centro Culturale delle Donne. E' quello che dicevano in effetti le coraggiose che domenica 12 giugno si sono radunate davanti all'Università di Tehran, intenzionate a mettere nella campagna elettorale anche la richiesta di modificare la Costituzione nei punti che discriminano le donne. In quella manifestazione alcune attiviste si erano alternate al megafono per leggere una lista di rivendicazioni, riassunte nella parità di diritti di fronte alla legge: ‟Chiediamo uguali diritti in modo che gli strumenti legali ci diano il potere di fermare i matrimoni forzati, garantire alle madri la custodia dei loro figli, prevenire la poligamia ufficiale e non ufficiale e garantire la parità nel divorzio, combattere contro la norma legale che assegna alla donna metà del valore del'uomo; espandere il diritto delle giovani donne a decidere la propria vita; prevenire i suicidi di donne disperate, i delitti d'onore, la violenza domestica, istituire ripari per le donne, istituzionalizzare la democrazia e la libertà nella nostra società”.
C'erano donne di ogni età a quella manifestazione, e di età molto diverse sono quelle che vedo intente nella lettura nella Biblioteca nell'appartamentino senza targa. Stanno compiendo una lunga marcia, le donne iraniane: cominciata al'indomani del 1979, quando molte avevano preso parte alla Rivoluzione per poi sentirsi dire che il loro postro era segregato dalla società più ampia, a casa, nel più tradizionale dei ruoli - è quando la rivoluzione iraniana è diventata ‟Rivoluzione islamica”, e l'abbigliamento islamico è divenuto legge dello stato.

Il discorso di Khomeiny
Resterà famoso un discorso nel 1979 dall'ayatollah Khomeiny, fondatore e Guida suprema della repubblica islamica: ‟Ogni volta che in un autobus un corpo femminile sfiora un corpo maschile, una scossa fa vacillare l'edificio della nostra rivoluzione” (bisogna ammettere che riconosceva un grande potere al corpo femminile...). Nuove leggi abbassarono l'età del matrimonio (cosa che non sta scritta nel Corano ma in tradizioni arretrate, obiettarono alcune), abolirono il diritto delle donne di divorziare (mentre i mariti possono ripudiare la moglie), adottarono l'apparato di norme fatte discendere dal Corano riguardo lo statuto legale delle donne - eredità dimezzata rispetto ai fratelli, la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, perfino il ‟prezzo del sangue” è metà (il risarcimento che un omicida può pagare alla famiglia dell'ucciso, ed evitare la galera). Contradditoria rivoluzione, però: perché coperte dai loro chador molte bambine e ragazze degli strati più bassi e più tradizionalisti della società sono finalmente andate a scuola (oggi sa leggere e scrivere quasi l'80% delle iraniane sopra ai sei anni, erano il 35% nel 1976). Perfino l'attivismo islamico è stato un tramite per uscire.
La riconquista dello spazio pubblico è stata lenta, ma inesorabile. L'ideologia diceva alle donne di stare a casa, gli eventi le hanno spinte fuori: la lunga guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), le crisi, la necessità di lavorare. Poco a poco, la generazione che aveva dovuto subìre il chador ha trovato vie d'uscita: prima nelle fondazioni ‟rivoluzionarie” istituzionali, poi nell'impressionante numero di organizzazioni indipendenti nate negli anni `90: gruppi d'ogni tipo, chi assiste i bambini di strada e chi promuove corsi di pittura o attività culturali - quasi sempre gli attivisti sono donne. Casalinghe di mezz'età hanno così riscoperto un ruolo di cittadine. Chi aveva una professione l'ha ripresa. Magistrate escluse dalla carica di giudice sono diventate avvocate per difendere i diritti delle donne. Di recente qualche magistrata ha potuto prendere ufficio, anche se ancora solo come giudice a latere in cause civili. Le generazioni cresciute sotto lo hijjab cercano strade di indipendenza. Intanto una piccola pattuglia di deputate ha portato in parlamento battaglie sul divorzio e l'affido dei figli, o contro il matrimonio delle bambine - già prima della presidenza di Mohammad Khatami, che nel 1997, appena eletto, concesse una famosa intervista al mensile Zanan (‟Donna”) in cui riconosceva alle iraniane un ruolo da protagoniste nella società. E protagoniste sono: dall'università dove il 65% di iscritti sono ragazze, alle professioni, alla scena culturale, al cinema, al giornalismo - alle organizzazioni sociali, dove sembra che tutto si regga sull'iniziativa di migliaia di donne.
Continuano però a mancare leggi che riconoscano i diritti delle donne, dice Mansoureh Shojai, e già teme tempi difficili se la presidenza sarà conquistata dai fondamentalisti di Ahmadi-nejad promettono di restaurare i costumi islamici ormai un po' rilassati. ‟La società iraniana, e in particolare la parte femminile, è sempre stata più avanzata delle leggi e delle istituzioni - dice Shojai -. Non acceteremo di tornare indietro. Useremo tutti gli spazi possibili
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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