Rapporti paritari sul piano internazionale, e rispetto dei diritti reciproci. Su questa base l´Iran è disposto ad avere relazioni economiche politiche e culturali con il resto del mondo: parola di Mahmud Ahmadinejad. ‟Se l´umanità vuole costruire un futuro di pace stabile ci vogliono rapporti paritari, non il dominio unilaterale di una potenza”. L´Iran vuole svilupparsi e ha bisogno di rapporti con gli altri paesi, ‟ma solo se questi non perseguano nei suoi confronti una politica di inimicizia”. Gli europei devono ‟scendere dalla loro torre d´avorio da cui ripetono fino alla nausea le stesse litanie sui diritti umani, o l´arricchimento dell´uranio. Allora la nostra sarà una politica di moderazione, alla quale sono estranei gli estremismi”. La tecnologia nucleare è anche frutto delle capacità degli scienziati iraniani, e l´Iran ne ha bisogno nei campi più diversi, dall´ingegneria alla medicina. ‟Il popolo iraniano è il custode dei propri diritti. In queste elezioni hanno parlato 18 milioni di iraniani, dimostrando di non subire pressioni né interne né esterne, di voler superare le divisioni politiche interne, e di voler riconosciuta la propria dignità e il proprio posto nel mondo”.
È questo, in sintesi, il succo delle dichiarazioni di Ahmadinejad, lo sconosciuto ultraconservatore che è il nuovo presidente della Repubblica Islamica. Il neo-eletto non ha esperienza internazionale. Come sindaco di Teheran avrebbe dovuto partecipare alle riunioni del consiglio dei ministri, ma il presidente Khatami aveva messo fine a quella consuetudine. Lo sconosciuto bassiji che era stato eletto sindaco solo perché milioni di elettori nella capitale non erano andati a votare, delusi per la mancata realizzazione delle riforme, era persona non grata nelle riunioni del governo riformatore. Ma ora è lui ad essere salito ai vertici della politica nazionale e internazionale dell´Iran e nessuno sa che cosa aspettarsi.
I riformatori sono sotto choc. Otto anni dopo l´inizio della primavera delle riforme temono sia tornato l´inverno del khomeinismo. ‟Mi scusi, ma noi da ieri piangiamo, non siamo più noi stessi”, mi ha risposto una giovane giornalista iraniana quando le ho detto ‟non spingere!” nella ressa che si era formata per assistere alla prima conferenza stampa del neoeletto presidente. Ahmadinejad ha le sue radici tra i paberahné, i ‟piedi scalzi” che Khomeini portò al potere. ‟Non abbiamo fatto la rivoluzione per avere la democrazia”, ha ripetuto più volte durante la campagna elettorale. L´impareggiabile astuzia dei teocrati ha messo gli iraniani nella situazione di votare o per un islamista radicale umile ma personalmente integro, che aveva il sostegno organizzato delle moschee, delle scuole coraniche e delle organizzazioni militari, o per Hashemi Rafsanjani, il più ricco e corrotto rappresentante dell´aristocrazia religiosa. E ancora una volta molti iraniani hanno scelto di non votare, anche quando sembrava che non potessero più permettersi questo lusso. Così ‟un nano politico”, come ha scritto con soddisfazione il giornale conservatore Keyhan ha messo in ginocchio ‟il padrino”.
Abbiamo commesso tanti errori, riconosce Ali Abtahi, che di Khatami era stato il collaboratore più stretto. Khatami non si è opposto alla teocrazia quando aveva la gente dietro di sé; né ha saputo formulare una politica economica che rispondesse alle esigenze dei poveri e dei disoccupati. Analisti, commentatori, politici vedevano le sofferenze crescenti di una parte della popolazione per l´inflazione, la disoccupazione, le enormi differenze tra poveri e ricchi; ma pensavano la protesta che si sarebbero rivolta contro il regime.
Non è stato così. La strategia dei teocrati, di lasciar girare a vuoto Khatami per otto anni per far poi leva sulla frustrazione della gente, ha dato i suoi frutti. Soprattutto nelle province, dove si soffre anche di un sistema centralizzato che porta benefici solo alla capitale. Da anni nelle province si segnalavano proteste e ribellioni. Ad Ahwaz, nel Khuzestan, la regione più ricca di petrolio, inutilmente la popolazione (in maggioranza araba e sunnita) chiedeva che almeno una piccola percentuale della rendite petrolifere restasse nella regione. Alle loro proteste si era risposto con la forza e chiudendo la sede locale della tv Al Jazeera, accusata di fomentare le divisioni ‟etniche”.
C´era gran ressa di giornalisti e fotografi di tutto il mondo alla prima conferenza stampa del neoeletto presidente, che entrerà in carica tra sei settimane. Tutti si domandano se le decisioni del nuovo governo non faranno precipitare di nuovo l´Iran nell´isolamento, provocheranno gli Stati Uniti e metteranno a rischio la pace mondiale. Queste le risposte di Mahmud Ahmadinejad alle loro domande:
Nucleare. ‟La tecnologia nucleare è un nostro diritto. Ne abbiamo bisogno e porteremo avanti il nostro programma. Continueremo il negoziato senza rinunciare all´uso pacifico dell´energia nucleare. Solo se gli europei risponderanno positivamente potremo creare misure di fiducia reciproca”.
Le riserve della Casa Bianca. ‟La nostra nazione continua nella sua strada verso il progresso e in questa strada non ha una reale necessità di avere relazioni con gli Stati Uniti. Vogliamo rapporti basati sul rispetto reciproco. Le critiche sono ammesse, ma solo quando hanno un minimo di fondamento. Rifiutiamo che il mondo sia sottoposto al predominio di un´unica potenza”.
Diritti umani e libertà fondamentali. ‟Lo spirito della rivoluzione islamica è la libertà. Questa valanga di voti dimostra che i diritti umani e le libertà personali non sono calpestati da noi. Siamo preoccupati invece che lo siano in altre parti del mondo. Per esempio in Europa le minoranze religiose e etniche non vedono spesso riconosciuti i loro diritti. La democrazia religiosa è l´espressione della massima libertà e umanità”.
Israele. ‟Un paese che occupa territori altrui e butta giù le case non ha diritto di dare giudizi”.
Prigionieri politici. ‟Libererà Ganji? Democrazia significa rispettare la divisioni dei poteri. Se l´esecutivo interviene nelle decisioni della magistratura siamo in una dittatura”.
Sulla parete dietro il neoeletto presidente, era stato messo un grande striscione con la scritta: ‟Siamo uno Stato di 70 milioni di cittadini. Riusciremo”.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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