Di lunedì, al sole anche d’inverno, noi senza occupazione parliamo del tempo, come si fa dal barbiere o in un club inglese. Il tempo che fa, il tempo che è. Il tempo che poi è sempre il presente, che comprende la memoria del passato e l’aspettativa del futuro. ‟Io so cos’è il tempo. Ma quando mi chiedono di dire cosa sia, non so rispondere”. Così, pressappoco, scriveva Agostino prima di dedicare un trattato a questo tema. E se l’impasse del filosofo del IV secolo è la nostra, è buffo che ‟parlare del tempo” sia il proverbiale cliché del non avere nulla da dire, e dirlo comunque.
Ma parlare del tempo è in realtà una cosa seria. Vuol dire affrontare cosa fa sì che noi possiamo parlare di qualcosa, cosa ci fa soggetti, qui e ora. Il tempo presente è l’oggetto della politica, che a partire dal Settecento viene definita arte della ‟divinazione del presente”. Ma a leggere i media - che da tempo riconosciamo come la fotografia del presente - la sensazione è che la politica abbia dirottato a favore di un tempo parallelo. Di cosa parliamo quando parliamo di politica? Lo so, lo sapevo, ma non riesco più a dirlo. Come il tempo. Dev’essere una vecchia storia se già Shakespeare la formulava così, per bocca di Amleto: time is out of joint, il tempo è fuori asse. Formula drammatica che ha ispirato quintali di ottima fantascienza. Oggi il genere è in crisi, perché è in declino l’idea stessa di futuro. Il posto della fantascienza ce l’hanno i libri di fantastoria, le indagini sul passato. L’omissis resta il presente.
Ma non è solo il tempo a mancare, quel famoso ‟presente”, che è sinonimo di ‟dono”. Sono le parole a dissolversi. Spesso penso che le parole prima o poi finiranno, se già non è successo. Che ci sarà una catastrofe ambientale delle parole, una loro implosione nucleare. Le parole che, come il paziente marmo delle Apuane sedimentatosi in millenni geologici, poi devastato dagli scavi per rivestire banche ed emirati, prima o poi finiranno, e ogni senso crollerà. Ho letto un’intervista a Sandro Bondi, che dice di credere a una politica dell’amore, improntata ai valori femminili che portino l’armonia nel mondo. Bondi è un uomo, portavoce di un partito che ha portato l’Italia alla guerra e difeso i privilegi di pochi. Quanto alla famosa frase di Amleto, in realtà ha un seguito (cito a memoria): ‟Il tempo è fuori asse. Quale responsabilità doverlo rimettere in sesto!” Se qualcuno la sente, alzi la mano.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>