Le Nazioni unite oggi compiono sessant'anni. Tanti sono gli anni trascorsi dal 26 giugno 1945, quando la Carta delle Nazioni unite, stesa dalle grandi potenze l'anno precedente a Dumbarton Oaks, nel Distretto di Washington, venne approvata all'unanimità a San Francisco dai 50 stati convocati. (Come è noto, c'è chi ha dubbi sul carattere spontaneo di questa unanimità). È dunque tempo di bilanci e di programmi. I bilanci sono per lo più orientati a denunciare le storture strutturali e i deficit funzionali della più ambiziosa istituzione sovranazionale che l'umanità abbia mai concepito. Oggi le Nazioni unite sono deboli, delegittimate, emarginate dalle strategie egemoniche delle grandi potenze, in primis dagli Stati uniti d'America. Esse hanno smarrito ogni capacità di disciplinare e limitare l'uso della forza internazionale e non sono neppure in grado di ridurre le conseguenze più devastanti e sanguinarie dell'uso degli strumenti di distruzione di massa. E non hanno il minimo potere di restaurare la sovranità dei popoli aggrediti dalle armate occidentali - si pensi al popolo afghano e a quello iracheno -, così come non hanno il potere di intervenire a protezione del popolo palestinese e di quello ceceno. La sola funzione che le istituzioni internazionali oggi sembrano in grado di svolgere - ma è esattamente per questo che esse vengono tenute in vita - è di carattere adattivo e legittimante in presenza di una concentrazione del potere che assume sempre più la forma di una costituzione imperiale del mondo, le istituzioni internazionali mostrano ancora una volta la propria incapacità di entrare in conflitto, invece di assecondarli, con gli assetti esistenti del potere. In una condizione storica come la presente, nella quale la distribuzione del potere e della ricchezza è la più diseguale possibile, persino i principi fondamentali della società internazionale - la sovranità degli stati, la loro eguaglianza giuridica, la non ingerenza nella giurisdizione interna, il bando della guerra - tendono a cadere nelle mani del più forte.
In questa situazione di grave crisi i progetti di riforma delle Nazioni unite coincidono sostanzialmente con il processo riformista avviato nel 2004 dal segretario generale Kofi Annan. Ma per ora il solo risultato raggiunto è il report dello high level panel nominato dal Segretario medesimo. Il documento, a parte le trivialità umanitarie di cui è infarcito, lascia intatta la struttura gerarchica delle Nazioni unite, salvo dispensare qualche minimo privilegio ad alcune potenze economiche o demografiche. Fatto ancora più grave il documento introduce nuove ipotesi di uso della forza da parte del Consiglio di sicurezza all'insegna della dottrina statunitense dell'humanitarian intervention e della guerra globale al terrorismo.
Non vanno dimenticate le iniziative non istituzionali, come quella del Forum Sociale Mondiale. In primavera si è svolto a Porto Alegre un meeting che ha messo a fuoco il tema specifico della riforma dell'Onu. L'obiettivo è di promuovere una loro trasformazione radicale che le renda, insieme, più forti e più democratiche. Le Nazioni unite dovrebbero essere trasformate in una sorta di governo mondiale, in grado di regolare i processi di globalizzazione secondo principi universali di giustizia e di pace.
Il tema della riforma delle istituzioni internazionali è di grandissimo rilievo. Ma le difficoltà sorgono quando si passa dalla critica dell'esistente e dalla rivendicazione di valori universali all'analisi delle situazioni di fatto. Un progetto anche minimo di democratizzazione delle Nazioni unite richiederebbe la soppressione della qualità di «membri permanenti» - titolari, per di più, del potere di veto - che alcune grandi potenze si sono dispoticamente attribuite dentro il Consiglio di sicurezza. E richiederebbe l'attribuzione all'Assemblea generale di funzioni dotate di cogenza normativa. Ma nessuno dovrebbe illudersi che le attuali grandi potenze siano disposte a prendere parte a processi decisionali e democratici - ove ciascun soggetto internazionale conti per uno -, se le decisioni riguardano questioni cruciali per gli equilibri strategici del pianeta. È impensabile, in particolare, che gli Stati uniti siano disposti a cedere anche una modestissima porzione dei privilegi di cui godono.
Un'ipotesi alternativa agli attuali progetti di riforma delle Nazioni unite andrebbe cercata in una direzione più radicale, ma nello stesso tempo meno ambiziosa. Messa da parte l'utopia - o meglio la ‟distopia” - del governo mondiale e della polizia internazionale, la ricerca dovrebbe spingersi nella direzione di una struttura pluralista e policentrica delle istituzioni internazionali. Occorrerebbe contrapporre al loro attuale assetto centralista e universalista l'idea di istituzioni regionali, anche geograficamente dislocate rispetto all'Occidente, con compiti più limitati di carattere assai più preventivo che repressivo. L'ipotesi sarà tanto più plausibile quanto più emergeranno nei prossimi anni potenze regionali in competizione con l'egemonia imperiale degli Stati uniti: la Cina, anzitutto, e forse, se gli europei ritroveranno l'uso della ragione politica, l'Europa unita.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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