Sidney Bristow, giovane laureanda in un buon collegio americano (studia letteratura) viene tenuta d’occhio nelle sue attività nel campus. Poiché è bella, atletica, intelligente, l’Agenzia decide di reclutarla. Sidney Bristow diventa agente della Cia mentre è ancora al college. Naturalmente non può rivelarlo a nessuno.
Lo dice però incautamente al suo ragazzo, giovane medico, quando lui dichiara di volerla sposare. Anche il giovane è tenuto al segreto. Infatti ne parla solo con lei, usando un telefono cellulare.
Naturalmente, anche per protezione, i messaggi degli agenti segreti, specialmente quelli appena reclutati, sono ascoltati. Il giovane medico viene trovato ucciso nel bagno della casa in cui vive da solo. Per la polizia è una rapina finita male, per i giornali una notizia di ‟nera” che finisce subito. Per Sidney Bristow è un segnale inequivocabile, perché solo lei conosce la conversazione che è stata ascoltata. Capisce che il suo uomo è stato ucciso ‟per la sua protezione”, e si ribella furiosamente. Qui viene la prima sorpresa. Incontra veri dirigenti della Cia che le spiegano che lei non è stata reclutata dalla Cia ma da una agenzia collaterale che è, in apparenza, dentro la Cia ma, in realtà, lavora contro l’America. La seconda sorpresa è che i veri dirigenti della vera Cia chiedono a Sidney Bristow di non dimettersi, di restare nella falsa agenzia. ‟Se resti con loro e mostri di collaborare con loro, il tuo aiuto sarà prezioso per conoscerli, combatterli e smantellarli al momento giusto”. Restare nella falsa agenzia, che appare potente e dotata di mezzi e impegnata in numerose azioni fuori dalla legge (ma, le viene detto, è inevitabile che un servizio segreto sia fuori dalla legge) è, per Sidney Bristow, il solo modo di vendicarsi. Perciò accetta di essere un doppio agente. Lavora per il misterioso servizio Sd-6, che si fa credere dipartimento della Cia ma in realtà è il nemico della Cia, per poter aiutare la Cia a distruggere il falso e pericoloso centro spionistico. Lo Sd-6 non è un servizio parallelo. È strumento di un gruppo di cui neppure la Cia sa nulla. Sidney Bristow deve partecipare alle missioni illegali e spesso delittuose di quel misterioso servizio e si accorge che almeno una parte dei suoi colleghi credono davvero di lavorare per la Cia e per il bene e la difesa degli Stati Uniti.
Ora abbandoniamo questa storia, che è la trama di una bellissima serie televisiva americana andata in onda, negli Usa, tra il 2001 e il 2004. E veniamo alla realtà italiana.
In Italia, apprendiamo improvvisamente da una inchiesta giudiziaria genovese, esiste un servizio segreto denominato Dssa (curioso richiamo fonetico alla fiction americana) che crede o fa credere di essere al servizio dello Stato, che crede o fa credere di offrire uomini e sostegno a servizi americani, e lascia intorno a sé tracce ambigue in cui cadono, per esempio, i nomi dei non dimenticati ostaggi italiani che di professione facevano le scorte private e improvvisamente sono stati trovati in Iraq tra le mani di rapitori, forse un’altra agenzia parallela all’interno di un altro sistema altrettanto ricco di tracce ambigue.
Confrontiamo per un istante la fiction americana con la realtà italiana. Nella serie televisiva lo Sd-6 persuade i suoi agenti di essere una istituzione legittima attraverso la dotazione, i mezzi, la tecnologia militare più avanzata. In Italia, una parte almeno delle fonti di informazione (forse sulla base delle notizie rese disponibili) sembra credere che si tratti di opportunisti che giocano allo spione in un momento in cui lo scenario è confuso, la distinzione, sia legale che morale, fra tipi diversi di azioni si oscura, in cui anche i veri servizi diventano organizzatori di azioni che fino a poco tempo fa sarebbero apparse inimmaginabili e intollerabili. Si pensi al rapimento da parte di italiani e americani di Abu Omar.
Perché giocano allo spione? Una spiegazione è: perché conviene. È un modo per raccogliere prestigio, soldi, equipaggiamenti. Un modo per passare parola, in un tempo in cui è ormai diffusa la pratica dello ‟outsourcing” (rivolgersi a un aiuto esterno), anche per missioni di Stato. Non c’è bisogno di sopravvalutare le persone coinvolte in questa prima indagine (a cui, presumibilmente, ne seguiranno altre, perché un simile fenomeno indica un mercato e dunque potrebbe essere più esteso del previsto). Non c’è bisogno di domandarsi se lo sfortunato Quattrocchi e i suoi tre più fortunati compagni di avventura abbiano avuto un ruolo in questo nuovo mercato. Sono tutte cose a cui risponderanno a suo tempo con la dovuta scorta di prove, i giudici dell’inchiesta di Genova.
La domanda che tormenta chiunque, in tutti gli schieramenti politici, si senta legato ai valori fondamentali della democrazia è: chi, come, in che modo, da quale punto di potere, possa controllare una simile massa di eventi illegali.
Di essi, infatti, chiunque può prevedere due spaventose conseguenze. La prima è che la illegalità, quando le viene dato uno spazio, tende a crescere e ad espandersi. La seconda è che potrebbe espandersi anche contro il proprio Paese. La serie televisiva americana di cui ho appena parlato è apparsa credibile agli spettatori, e ha avuto successo, non solo perché realizzata con molta cura e molto realismo cinematografico. Ma perché, purtroppo, è plausibile. Quando si formano nuclei di polizia parallela vuol dire che è possibile che si formino.
Questa constatazione ne suggerisce un’altra. Come si è visto in tanti paesi dell’America Latina, ma anche nei peggiori momenti della storia europea, eventi del genere nascono in basso e magari con personale screditato che, infatti, se scoperto, conta poco. Ma non è mai un impulso dal basso, un gruppo di quartiere, la riorganizzazione di una banda ai margini della legge. Il fenomeno nasce per forza in periferia. Ma deve avere un tirante, un referente, un incoraggiamento che in periferia non c’è. Se vogliamo continuare a immaginare lo Dssa italiano come una avventura di mercato (e non come un progetto ideologico) è necessario pensare che qualcuno stia cercando di creare o almeno di indicare un mercato e abbia dischiuso la porta a questo nuovo tipo di agenti segreti privati.
Tutto ciò avviene mentre un ex agente (vero) della Cia, Robert Baer, pubblica, su una intera pagina del ‟Corriere della Sera” (28 giugno), una sua disamina intelligente e priva di esitazioni sul problema del reclutamento.
Congiungendo senza volerlo la realtà alla fiction, Baer scrive: ‟Nelle università americane i reclutatori della Cia preferivano assumere giovani studiosi che non agenti capaci di cavarsela nei bazar. Il rapimento dell’Imam Abu Omar a Milano, e analoghe operazioni in altri Paesi, segnalano un cambiamento di rotta: adesso gli agenti devono non solo studiare ma anche colpire, e poco importa se bisogna violare qualche legge”.
Una frase del genere è importante per segnalare uno spostamento di campo, nel quale non è più possibile distinguere il reclutamento ‟buono”, da un altro, o mercenario o infiltrato o pericoloso. Qui la parola pericolo ha due sensi. Uno è quello alto e nobile che ho appena citato: il pericolo per la democrazia e le sue regole. L’altro però è strategico e militare. Non occorre la fiction per sapere che, con un reclutamento senza scrupoli e con un ‟outsourcing” senza frontiere, ti puoi mettere in casa (e non solo in casa, ma all’interno dei meccanismi più delicati della difesa) un nemico. Come si vede, realistiche e dure ragioni pratiche si ritrovano dalla stessa parte delle ragioni morali, la legge, la democrazia, il rispetto dei diritti umani, per continuare a distinguere la società che difendiamo da coloro che intendono distruggerla.
Se leggete così ciò che sta accadendo nei ‟servizi” del mondo, vi accorgete che - all’interno di ogni Paese - non stiamo parlando di opposti schieramenti politici, ma di ciò che è parte e di ciò che è estraneo alle regole comuni della democrazia. Gli Sd-6 o i Dssa rappresentano un pericolo grave di conduzione ‟autonoma” dei servizi sia per i governi che per le opposizioni.
E tutte le cose fin qui dette non ci dividono dall’America, non ci contrappongono alla sua grande immagine democratica. Ci spiegano che stanno profilandosi all’orizzonte fantasmi di estraneità e - fatalmente - di antagonismo alla democrazia che sono il pericolo mortale di tutto il mondo democratico. ‟Servizi” così non solo sono immorali quando torturano i nemici. Ma, mentre crescono di potere, circondati dalle nuove agenzie private, non sai mai quando possono decidere, come cellule cancerogene, di attaccare il proprio mondo e il proprio Paese.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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