Un nuovo Iri, si dice. Ma l’Iri ebbe grandezze emiserie che han fatto la storia. Qui, invece, si rischia di rimanere alla cronaca delle mance. Sviluppo Italia controlla 34 società, metà assieme alle Regioni, e ha un amministratore delegato, Massimo Caputi, i cui numerosi incarichi esterni ( il Sole 24 Ore ne conta 11) suscitano abbastanza riserve da consigliare l’azionista a disporre restrizioni per il futuro. Negli ultimi due anni, con 400 assunzioni, l’organico è balzato a 1.298 persone, di cui 93 dirigenti, con un costo pro capite di 60mila euro. Il funzionamento di questo esercito genera oneri per 170 milioni, tra i quali prestazioni da terzi ed emolumenti agli organi sociali per 35 milioni non dettagliati come ci si attende da una società statale. D’altra parte, la qualità dei consigli è, tranne eccezioni, tale da giustificare la concentrazione delle deleghe nelle mani di Caputi, che ha poteri di firma fino a 20 milioni quando l’investimento massimo è di 27 milioni. Meglio un capo azienda meno potente e consigli più autorevoli. Il bilancio 2004 mostra un utile consolidato di 2,7 milioni, dopo aver contabilizzato quest’anno tra i ricavi 5 milioni per attività non ancora fatturate ai ministeri e aver avuto 8milioni di proventi straordinari netti. Non c’è guadagno vero, dunque, ma non è questo lo scopo sociale. Il gruppo ha attività per 2 miliardi, finanziate principalmente da patrimonio netto, fondi e apporti da leggi. Esse sono costituite per 1,2 miliardi da liquidità, che rende 35 milioni di interessi l’anno ed è in larga misura asservita a vecchi progetti, spesso inconcludenti, nel settore agroindustriale, progetti che Caputi ha chiuso riallocando le risorse a una nuova società con il ministero dell’Agricoltura. Per altri 235 milioni si tratta di edifici e capannoni degli ‟incubatori” d’azienda delle affiliate regionali: una cifra un po’alta. Ci sono poi crediti per 519 milioni, dei quali 357 sono finanziamenti essendo il resto trasferimento di fondi in base a leggi dello Stato o incassi non ancora effettuati per la vendita di partecipazioni. Nell’esercizio, il fondo svalutazione crediti viene aumentato da 5 a 81 milioni senza passare dal conto economico ma pescando da un badwill costituito in origine. Restano 50 milioni di sofferenze nette: ancora tante. Infine, le 113 partecipazioni - il passato che non passa - valutate 179 milioni sulla base di bilanci non sempre aggiornati, ed è detto tutto. In attesa di vedere alla prova i progetti speciali, facendo il suo lavoro di agenzia, Sviluppo Italia assegna nell’anno 476 milioni di contributi statali a 14.136 nuovi soggetti Iva, che, con 1,7 addetti in media, attivano investimenti per 838 milioni, 59 mila euro ad "azienda". Viene in mente il microcredito della Grameen Bank, ma il gerente di Sviluppo Italia non è Muhammad Yunus né l’Italia il Bangladesh. Quanto agli investimenti esteri, sono stati presentati 19 piani per 4,3 miliardi di euro, che darebbero lavoro a 9 mila persone. Se Sviluppo Italia deve avere un futuro diverso dall’erogazione di aiutini dall’esito non verificabile a una frazioncina del popolo delle partite Iva, è questo il campo, dissodato da Caputi nel 2004, dove dare il meglio.
(con la consulenza tecnica di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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