Subito dopo Tony Blair la voce più autorevole che ha parlato degli spaventosi attentati di Londra è stato il ministro degli Interni inglese, Clarke. Questa è la sua prima frase alla Camera dei Comuni, mentre ancora si stava cercando di capire che cos’era davvero accaduto: ‟È giusto essere arrabbiati in questo momento. Ma il nostro dovere è di restare lucidi (‟clearminded”) e di comportarci secondo logica e ragione”.
Sono parole importanti e - in questa epoca di terrore - tracciano un percorso. Indicano un codice di comportamento in un momento di caos.
Ma anche una intenzione di non perdere la testa nel momento in cui si dovranno mettere a confronto conseguenze e reazioni.
Propongo di seguire l’esortazione del ministro inglese anche nel mestiere triste di commentare un simile evento, un mestiere - purtroppo - meno utile del portare soccorso. Ma può contribuire (non questo commento, ma ciò che penserà e capirà tutta l’opinione pubblica) a dominare terrore e spavento, e a decidere di là dell’orrore. Penso a quello che accadrà quando sarà valutata sia la gravità di ciò che è accaduto, sia il modo, spesso tragico, con cui i governi decidono di ‟rispondere”.
Nella vita reale fa testo ciò che ha detto in queste ore il Primo ministro iracheno: ‟Quel che è accaduto a Londra dimostra che tutto il mondo può diventare come l’Iraq”. Poiché la fonte è insospettabile la frase è terribile, perché descrive l’esito di una guerra, qualunque sia stata la sua ragione. Si direbbe che avevano visto giusto sia i giovani di tutto il mondo che avevano invaso le piazze con le loro bandiere di pace, sia i militari (certo quelli americani) che quella guerra non la volevano fare e non vorrebbero continuarla. Si direbbe che hanno avuto torto i politici che hanno usato tutta la loro forza di propaganda e di organizzazione per realizzare una impresa che adesso appare senza fine. Ma il momento tragico e l’occasione immensamente dolorosa, richiedono di concentrare l’attenzione sulla prossima mossa. Qui la realtà non ci serve, perché nella realtà non si è visto né ascoltato alcun progetto sul modo di fronteggiare il terrore.
Ci serve, forse, pensare a come letteratura e cinema americani hanno affrontato - prima di adesso - l’incubo della vita resa incontrollabile da un nemico vile, potente e sconosciuto. Se chiediamo aiuto per un momento al mondo della immaginazione, occorre distinguere fra fantascienza (libri e film che rappresentano gli incubi) e ciò che è ispirato alla fantapolitica, legata alla realtà. È importante questa differenza, perché fa luce anche sulle nostre vicende.
Nelle ‟Guerre di mondi” (mi riferisco a Spielberg ma anche a decine di altri film) il nemico può e deve essere annientato esattamente per la ragione che è di un altro mondo. Distruggere radicalmente e totalmente il suo mondo è una strategia, non importa quanto violenta, che accade a carico di qualcosa la cui radice è distinta, diversa da noi, oltre che immensamente pericolosa. Per quanto quella guerra si combatta qui, il suo scopo è distruggere là, presso il territorio alieno e sconnesso dal quale giunge il pericolo. Il suo esplodere riguarda la nostra salvezza, ma le conseguenze di ciò che siamo determinati a fare per difenderci non ci riguardano. Se ne va un mondo, che non è il nostro. Lo distruggiamo per proteggerci, ma anche per stroncare ogni futuro pericolo.
Il percorso di tutti i film di fantapolitica cominciano spesso nello stesso modo (un pericolo spaventoso, visibile solo nelle sue conseguenze di sangue), una reazione, sia politica che popolare, che spinge all’annientamento totale di quel pericolo. Ma sempre (mi riferisco a ciò che è stato pubblicato o è uscito sugli schermi americani almeno in tre decenni) l’eroe che sta guidando eserciti e masse alla guerra dei mondi viene fronteggiato da un altro eroe, altrettanto credibile, che rappresenta non la corsa della vendetta ma la diga della ragione.
Di solito l’anti-eroe è molto osteggiato e poco creduto all’inizio, perché ha già fatto presa l’idea semplice e assoluta di distruggere il male alla radice. La ragione dell’anti-eroe è sempre la stessa. Attenzione ci stiamo sparando sui piedi. I loro ma anche i nostri. Attenzione, ci stiamo accingendo a una tragedia troppo grande, che forse liquiderà il nemico ma liquiderà anche noi. La strada è più lunga, più faticosa e meno adatta agli scatti di nervi. È basata sull’agganciare quella parte dei nemici che non sono nemici, a trovare il sostegno nella salute mentale che esiste anche fra coloro che, in apparenza, sembrano ostili, a rifiutare la strada dello sterminio, perché porta anche al nostro sterminio.
Non sembri futile questo fare per un momento riferimento all'immaginazione invece che alla realtà. Il fatto è che una parte della realtà, nella vita che viviamo e nel mondo di cui siamo testimoni, sembra congelata nel silenzio. Conosciamo (e ragionevolmente discutiamo) gli eroi concitati che guidano alla guerra totale. Intravediamo, tra mille ombre e mille ambiguità, i volti e le voci sinistre del terrore in sequenze e messaggi che appaiono pura follia. Conosciamo anche la decisione tenace di chi vuole tenersi fuori. Ma siamo ancora in attesa di quel tipo di anti-eroe, che vuole stare dentro non per distruggere tutto, ma per salvare tutto. E’ il vecchio discorso del fare politica e diplomazia invece di guerra, che sembra seppellito dalla violenza dei fatti (da una parte e dall’altra tutto continua ad esprimersi con cieca violenza) e da uno scetticismo diffuso. Abbiamo visto generali americani dire al loro Senato, nei giorni scorsi, (e di fronte alla presenza imbarazzata del loro ministro della Difesa) che ‟una situazione così precaria e così sanguinosa, ingiustamente definita ‟la fine della guerra”, non può continuare mentre di giorno i kamikaze si fanno esplodere contro di noi e di notte i nostri aerei bombardano villaggi e quartieri di città irachene contro di loro”.
Potremmo dire che la politica era al lavoro, mentre Londra veniva attaccata. Proprio nel giorno delle tremende esplosioni stava cominciano in Scozia il G8. Qualcuno, scioccamente, chiamerà in causa i giovani delle manifestazioni di opposizione (stranamente definiti tutti ‟black bloc” dalla stampa italiana. Ma se erano black bloc non sarebbe quella scozzese, una occasione preziosa per fare ciò che non si è fatto a Genova, alzare i passamontagna e vedere chi sono?). Quelle manifestazioni sono già politica invece di guerra. Però pensate se qualcuno, fra i leader del G8, avesse improvvisamente sollevato il discorso al livello di una politica nuova, chiara, inequivocabile, al punto da far alzare la testa al mondo. Pensate se l’anti-eroe che ho rievocato, ricordando i film americani di fantapolitica, fosse comparso in carne ed ossa tra i grandi del mondo, per orientare le teste sconvolte e colme di ansia del mondo. E per togliere la terra sotto i piedi del nemico invisibile! Non è accaduto. Accadrà?

Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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