Nel 1977, Edoardo Bennato, musicista dall'alterna ispirazione e, tuttavia, autore di alcuni brani degni di memoria, cantava con sarcasmo: ‟In prigione, in prigione!”. Un crescendo isterico in cui un giudice e infine una folla imbizzarrita, colti da raptus giustizialista, urlano il loro desiderio di sbattere in galera un po' tutti: ‟tutti i professori, medici e dottori, notabili e avvocati e tutti i capi dei sindacati, tutti!”.
E, in effetti, l'umore derisorio di quella canzone coincideva con un periodo storico in cui una parte della nostra società appariva spaventata (e, comunque, sospettosa) del potere sanzionatorio dello Stato. Oggi ci sembra di poter dire che il clima generale sia di segno diverso: al sentimento punitivo, stigmatizzato da Bennato e, poi, affermatosi, in varie forme e con vari esiti, nei primi anni '90, si va sostituendo qualcosa di più piccino e intimo, patologico e fobico: un bisogno estremo di protezione della propria sfera privata, nelle sue espressioni materiali così come nelle sue relazioni con i comportamenti e con gli stili di vita. Un elemento, tuttavia, resta inalterato nell'immaginario sociale: la prigione come soluzione unica e assoluta, risarcimento fatale per qualsivoglia sopruso, arbitrio o torto si ritenga di aver subito. La galera, la cella, la gattabuia: quel luogo dove andrebbe rinchiuso chiunque, in un modo o nell'altro, finisca per recarci offesa o minacci di potercela recare; quel luogo che, oggi come allora, è percepito quale traduzione pubblica di ogni rivincita privata e quale soluzione disciplinare di ogni ossessione collettiva. Sia il vicino di casa o il lavavetri al semaforo, l'intera classe dirigente o al Qaeda, a meritarla a vario titolo, ‟la galera” condensa una pletora di bisogni e di significati: che vanno dalla ‟sete di giustizia” al mantenimento della quiete pubblica, dalla rivalsa dell'umile sul prepotente al bisogno di ‟ordine” nel quartiere e sul pianeta. Essa appare, sotto il profilo giuridico e sotto quello sociale, come una sorta di panacea, capace di garantire la legge, di punire e rieducare il colpevole, di proteggere la collettività; e risulta, nella mentalità comune (o almeno in una parte di essa), come luogo di allontanamento e nascondimento di ogni marginalità e devianza e come ‟discarica” dove precipitare ogni nemico della morale del tempo. Per questo, in galera, ci finisce un po' chiunque: quello che uccide e quello che ruba la proverbiale mela, il grande peccatore e il povero cristo. Da oggi in poi, è questa la notizia, può finirci anche chi parcheggia in seconda fila.
Si, proprio così: la Cassazione ha appena respinto il ricorso di un'automobilista romano, già condannato in secondo grado, che si opponeva a una sanzione che, oltre alla pena economica, prevedeva quindici giorni di carcere. Luigi C., questo il nome del reo, non solo ha contribuito con la sua scelleratezza a quelle pratiche di ‟sosta selvaggia” che rendono caotiche le nostre città: si è anche rifiutato di spostare la sua macchina quando Michele C., bloccato dal mezzo in sosta vietata, ha chiesto di poter uscire con il suo veicolo dal parcheggio. ‟Violenza privata” e ‟coazione della parte offesa”, perseguita sia attraverso una ‟condotta attiva, costituita dall'avere parcheggiato la propria autovettura in modo da bloccare quella della parte offesa e nel rifiuto all'invito a spostarla”, sia ‟nella coazione subita da Michele C., costretto a un comportamento non liberamente voluto”. Ossia ‟restare fermo”, bloccato dall'auto di Luigi C. Questo dice la Cassazione: e, conseguentemente, vengono confermati quei quindici giorni di detenzione già previsti in secondo grado.
Certo: di fronte a casi simili si potrebbe disquisire a lungo sui criteri d'interpretazione delle norme (e forse varrebbe la pena farlo): ma il punto vero è che il nostro ordinamento è afflitto da una ipertrofia penale, che finisce per sanzionare un po' tutto; e che, guarda caso, tende irresistibilmente verso la detenzione (‟in prigione, in prigione!”). Dunque, anche per chi parcheggia in seconda fila.
Il che apre scenari inediti. Vi state mordendo le mani perché quell'automobilista cafone, con il suo parcheggio disinvolto, vi fa giungere in ritardo in ufficio? Beh, da oggi sapete cosa fare. Siete stanchi della signora del piano di sotto, un po' impicciona, che sospettate sia proprio quella che vi sottrae la corrispondenza (sì, la bolletta mai giunta per la quale vi hanno staccato il telefono, e quel numero di ‟Focus” per il vostro piccino...)? Sappiate che, se trovate un giudice sensibile al vostro dramma, potete mandarla in prigione (‟in prigione, in prigione!”). E il fruttivendolo, allora? Uno così, se lo denunciate per ‟frode nell'esercizio del commercio”, rischia fino a due anni di reclusione: ma è stato lui a chiudere un occhio e a credere alla vostra buona fede quando gli avete allungato quei venti euro falsi (che sicuramente vi ha dato di resto il parcheggiatore abusivo davanti all'ufficio...); e, invece, avrebbe potuto denunciarvi per ‟spendita di monete falsificate ricevute in buona fede” (art. 457, fino a sei mesi di reclusione): o per ‟appropriazione di cose smarrite, del tesoro e di cose avute per errore o caso fortuito” (articolo 647, fino a un anno di reclusione). D'accordo, sembrano paradossi: ma non più di quanto lo sia una reclusione di quindici giorni per sosta in doppia fila. E, probabilmente, Luigi C. non ne apprezza il sottile umorismo.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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